Il percorso di un'artista, come nel tennis, è una questione di tempistica. Se sei in ritardo o in anticipo tutti i tuoi sogni si infrangeranno sotto rete. Quando, invece, arrivi in tempo sulla palla, questa approda facilmente nell’altra metà campo, trovando l’esatta traiettoria di espressione personale. Nel lavoro di Maia Flore, fotografa e artista francese, quel punto d’incontro vincente tra creatività e tennis ha aperto un nuovo filone artistico da poter esplorare
Per gli stessi principi secondo i quali ad un artista non piace essere definita in categorie rigide, Maia Flore si è innamorata del tennis: per la sua capacità di essere spazio indefinito, e indefinibile. Uno sport in cui il filone narrativo può cambiare, colpo dopo colpo, trattenendo dentro lo scambio, il game o il set una tensione continua, quasi romanzesca.
La sua fotografia nasce da una relazione profonda con l’immagine e le sue possibili derive artistiche, ma anche dalla consapevolezza che proprio dentro quel potere evolutivo si nasconda la possibilità di raccontare ed elevare ciò che si pone davanti al suo obiettivo. Parte da qui, da questa tensione tra realtà e reinvenzione, la sua ricerca sul corpo, visto come matrice originaria attraverso cui raccontare ogni singolare storia, sportiva e non. Segni sulla pelle, posture, cicatrici, fino al modo in cui un tennista occupa la sua metà campo.
Influenzata dal movimento e dalla danza contemporanea, ha progressivamente riconosciuto nel tennis un territorio affine, una coreografia in cui ogni gesto tecnico si carica di eleganza, elevando lo sport della racchetta a disciplina fluida, e floreale, in cui la tensione lascia spazio alla pura espressione artistica.





Parlando del tuo percorso, quando e come hai capito che la fotografia sarebbe diventata il tuo modo di esprimerti e, allo stesso tempo, la tua professione?
“Ho iniziato a studiare fotografia a Parigi e mi sono diplomata nel 2010. In realtà, crescendo, ho odiato la fotografia. Forse era un punto di vista piuttosto infantile, ma quando ero bambina ho vissuto in Africa, tra il popolo di Gibuti, persone che sono diventate mie amiche. In quegli anni ho visto molti uomini occidentali, bianchi e ormai anziani, arrivare e fotografarli senza dare loro una vera attenzione, senza riuscire realmente a percepire ciò che in quel luogo, e in quelle persone, era bello, complesso o significativo. Erano anche gli anni Novanta, un periodo in cui la fotografia era spesso sottoposta a una forte manipolazione. Dunque, più che odiare la fotografia, probabilmente, a un livello più profondo, avevo preso coscienza di ciò che le immagini possono raccontare, ma anche della loro potenza, e di quanto fossi profondamente sensibile a quel potere.
L’aspetto positivo di quella consapevolezza è che, con il tempo, sono riuscita a trasformarla nella possibilità di raccontare storie attraverso la fotografia. A differenza del disegno, del collage o della pittura, la fotografia mi permette di dire che qualcosa è realmente accaduto. Ho preso questo aspetto del medium e ho iniziato a pensare che, forse, la fotografia fosse il modo attraverso cui potevo davvero provare a elevare ciò che avevo vissuto.”
Quando il tennis è entrato nella tua vita? Era già una passione, o uno sport che praticavi, prima di diventare il soggetto di alcuni tuoi progetti fotografici?
“Nella mia immaginazione, da bambina, ero una piccola Mary Pierce. Mi pettinavo i capelli come lei, indossavo abiti simili ai suoi. Mio fratello e io eravamo ossessionati dal tennis, con apice nel mese di giugno, perché all’epoca potevamo seguire soltanto il Roland Garros in televisione. Ho giocato quando ero giovane, ma soltanto per una stagione, perché poi ci siamo trasferiti in Africa e lì non c’era più la possibilità di praticare tennis. Eppure, l’ossessione è rimasta. Ricordo la sensazione di qualcosa che mi risultava completamente naturale: mentre giocavo, mi sembrava quasi di volare.
Poi, quando mi sono trasferita a Los Angeles, c’erano moltissimi campi gratuiti, quasi a ogni isolato. Ho ricominciato a giocare, inizialmente da sola, contro il muro, e poi, poco a poco, ho iniziato a trovare altre persone con cui condividere il campo. Sono tornata a giocare realmente a tennis all’inizio dei miei trent’anni. Quando, due anni fa, sono tornata in Francia, ho cominciato a giocare sempre di più, semplicemente per me stessa. È stato incredibilmente divertente, perché da bambina non avevo mai avuto davvero la possibilità di farlo. Sento anche che, attraverso tutto ciò che ho appreso sulla preparazione, sulla mentalità e persino sulla competizione amatoriale, ho iniziato ad assaporare qualcosa di diverso: La fuori metti alla prova te stessa. È stato molto bello intraprendere questo percorso, anche se è accaduto trent’anni più tardi.”




Il tuo lavoro ha spesso posto il corpo al centro dell’immagine. Quando hai compreso per la prima volta che il corpo poteva diventare un linguaggio all’interno della tua fotografia?
“Nella mia fotografia c’è sempre stata una forte attenzione per i corpi, incluso il mio stesso corpo, perché sono sempre stata profondamente appassionata al movimento. Ciò che mi affascina sono le nostre storie: la storia di ciascuno, naturalmente, ma anche la storia dei nostri corpi, che trovo estremamente interessante. Amo, per esempio, quando incontri qualcuno e inizi a notare dei segni sulla pelle, piccoli dettagli, il modo in cui ti guarda. Ci sono così tante cose che si possono raccontare di una persona attraverso il corpo. Con la fotografia, è quasi come avere una penna e raccontare con la luce la storia di quei corpi.
Sono stata profondamente influenzata dal movimento, in particolare dalla danza contemporanea. Con il tennis, però, riesco a stabilire una relazione più diretta, perché lo pratico e posso esserne fisicamente parte in modo più immediato. Il tennis è molto vicino alla danza per me. È uno sport estremamente complesso, sotto moltissimi aspetti, e offre numerosi possibili punti d’accesso attraverso cui parlarne: la dimensione fisica, quella emotiva, quella psicologica. Per me, si è sempre trattato del modo in cui ogni corpo racconta una storia.”
Prima di entrare nel mondo del tennis, le tue immagini sembravano già abitare uno spazio sospeso tra coreografia e costruzione di uno stato quasi onirico. In che modo il tennis, con i suoi gesti così precisi e i suoi rituali, è entrato in questo universo visivo preesistente?
“Credo che, quando si osserva lo sport, ci si trovi sempre in una sorta di stato ‘di mezzo’, perché non si sa mai davvero che cosa accadrà. Esiste una tensione fortissima, e al tempo stesso un’attenzione altrettanto intensa, rivolta proprio a quello spazio di attesa, a quel momento sospeso tra ciò che è già avvenuto e ciò che sta per accadere. Per me, è questa la parte straordinaria. Viviamo in un mondo in cui siamo costantemente invitati a entrare dentro categorie rigide, a definirci secondo forme molto precise e immobili. Ma quando si osserva questo flusso incerto di eventi trasformarsi continuamente, ci si ricorda che, in fondo, la vita è proprio questo: qualcosa che si muove senza sosta, che muta incessantemente. Quando ho ricominciato a giocare a tennis a Los Angeles, ho vissuto momenti in cui, più giocavo, più iniziavo a riconoscere delle coincidenze tra la mia vita e ciò che accadeva sul campo. Il tennis mi restituiva moltissimo del mio stato mentale, o del mio modo di essere in quel preciso momento. Allo stesso tempo, ero anche molto timida all’idea di uscire allo scoperto e costruire qualcosa di artistico attorno al tennis.
Avevo lavorato per molti anni con L’Équipe Magazine e ricordo una conversazione con il direttore. Mi disse quanto la fotografia sportiva fosse precisa, e quanto fosse necessario conoscere il vocabolario dello sport per poter essere una buona fotografa sportiva. Sentivo che mi mancava qualcosa, come se non avessi lo sguardo, o la lente giusta, per realizzare quel tipo di lavoro. Poi, però, ho pensato: forse possiedo semplicemente un modo diverso. Credo che la prima volta in cui l’ho compreso davvero sia stata a Indian Wells. Ero stata molte volte a quel torneo, sempre per piacere, ma quell’anno era l’anno in cui stavo per lasciare Los Angeles. Non sapevo quando avrei potuto tornarci, e desideravo davvero fare qualcosa di diverso. Ricordo di essere uscita dai campi e di aver fatto qualcosa di completamente casuale: ho comprato una serie di oggetti, dei fiori, della pittura. Poi sono tornata e ho iniziato a giocare con quei fiori, collocandoli davanti all’obiettivo, creando una sorta di sfocatura, una forma quasi sferica. Ho cominciato a lasciarmi andare, a trovare il mio personale modo di guardare il tennis. Ho fotografato per l’intera giornata e poi ho pubblicato le immagini su Instagram. Molti tennisti francesi mi hanno scritto, facendomi i complimenti e chiedendomi se potessero usare le mie fotografie. È stato molto bello ricevere il riconoscimento di persone che quello sport lo praticano ai massimi livelli. È stato liberatorio rendermi conto che potevo tradurre la mia passione per l’arte dentro il mondo del tennis. Tutto è cominciato realmente da quel momento. Da allora, è diventata una ricerca costante.”




Il tennis è uno sport di geometrie: linee, rettangoli, reti, traiettorie, ripetizioni. Come artista, che cosa vedi e che cosa cerchi quando entri in un campo da tennis?
“Per me, trovarmi su un campo da tennis è una sensazione profondamente rasserenante. Amo le cose pulite, ordinate, belle. Anche quando sto guidando e attraverso un luogo qualunque, se all’improvviso intravedo un campo da tennis, lo trovo sempre estremamente calmante, semplicemente perché lì tutto appare perfetto.
Se so che sto per creare qualcosa legato al tennis, considero sempre il campo come una tela bianca. Mi emoziona incontrare i giocatori nel punto esatto in cui si trovano, accoglierli per ciò che sono in quel determinato giorno, cosa che per alcuni di loro può essere piuttosto difficile. Amo la combinazione tra la perfezione dell’ambiente tennistico e le piccole incrinature emotive che lo attraversano. Credo sia proprio questo ciò che cerco di individuare, all’interno dei colori e delle linee. Sento che l’emozione emerge attraverso il gioco, ed è bello semplicemente seguirne il flusso, lasciarsi attraversare dall’esperienza. È un mix tra la bellezza e la perfezione dello spazio, insieme alla vulnerabilità dei giocatori. È questo a renderlo così vivo. Da quella tensione scaturisce una grandissima energia.”
Nel tennis, ogni gesto è insieme funzionale ed espressivo. Ti avvicini a questi movimenti come ad azioni atletiche o come a forme di coreografia?
“Quando penso a questo, la prima cosa che mi viene in mente è che sono diventata ossessionata dalle mani, soprattutto nel momento in cui i giocatori lanciano la palla per servire. Ognuno ha il proprio modo di farlo, eppure ogni giocatore conserva esattamente quel medesimo gesto nel corso degli anni, e lungo l’intera durata di una partita. È qualcosa di straordinario. Penso alle mani perché, soprattutto nella danza, si cerca di incarnare il movimento fino alla punta delle dita. Non si muove semplicemente una spalla: ogni parte del corpo è connessa alle altre. Credo che sia proprio qui che si possa cogliere anche l’eleganza del tennis: nel movimento dei piedi, nelle mani, in questa precisione straordinaria. Si avvicina molto alla precisione della danza. E, come nella danza, anche nel tennis, più si è capaci di lasciare andare la tensione, più ci si rilassa, migliore diventa il risultato. Penso che questo valga per ogni sport, ma che sia particolarmente visibile nella danza. L’emozione e l’espressione del corpo nascono da questa enorme capacità di riposare, in un certo senso, di respirare, di rilassarsi. Ed è qualcosa di straordinario, se lo si confronta con il fatto che i tennisti compiono tutto questo esibendosi davanti a tantissime persone.”
Hai fotografato tornei come Wimbledon, lo US Open e Indian Wells, luoghi con identità molto diverse. In che modo ogni torneo modifica il tuo sguardo?
“Tutti i tornei sono diversi, perché la cultura cambia. È proprio come dicono spesso i giocatori: le palle sono diverse, i campi sono diversi, anche il pubblico è diverso. Lo US Open, per esempio, è molto rumoroso. Per una persona francese, entrare in un campo dove il pubblico è tanto partecipe e vocale è piuttosto sorprendente, perché in Francia, di solito, si rimane semplicemente in silenzio e si rispetta il gioco. Credo che ogni luogo sia interessante proprio perché modifica il modo in cui si guardano le cose.
Wimbledon è così pulito, così britannico e controllato. Quando arrivi a Wimbledon, il primo giorno inizia con una spiegazione di venti minuti dedicata a tutte le regole, a tutto ciò che non ti è consentito fare. In questo senso, l’ho percepito come un ambiente in qualche modo limitante. Allo stesso tempo, però, senti quanta tradizione vi sia dietro: l’eredità, l’intera narrazione, tutto lo storytelling che circonda il torneo.
Indian Wells, al contrario, appare molto più libero. Si trova nel deserto; sembra un vastissimo terreno di gioco aperto a tutti. Per me è stato più semplice, anche dal punto di vista della possibilità di arrivare con angolazioni diverse, o di stare tra il pubblico. Dipingevo le mie lenti per cercare soluzioni più creative e nessuno sembrava preoccuparsene. Nessuno mi chiedeva che cosa stessi facendo, o se stessi mettendo in discussione determinati codici. È estremamente interessante osservare queste differenze culturali.
Un altro torneo che amo è Barcellona. Mi piace andarci perché è un evento dal forte orientamento famigliare. In Spagna il tennis sembra avere un significato diverso rispetto ad altri luoghi. Al torneo ATP di Barcellona, le persone arrivano con l’intera famiglia. Sugli spalti vedi cugini, fratelli, bambini. È meraviglioso, perché ti porta a guardare il gioco in un modo diverso. È davvero una fortuna poter viaggiare attraverso culture differenti ed esplorare tutte queste peculiarità.”



In Tennista ci interessa esplorare il tennis non soltanto come sport, ma come territorio artistico e culturale. Dal tuo punto di vista, che cosa ti permette di esplorare il tennis?
“Prima di tutto, il tennis mi permette di esplorare moltissimo all’interno della mia stessa vita. Può diventare qualcosa di molto intenso, di molto profondo, anche attraverso i dettagli più piccoli. Quando gioco, rifletto spesso su questi aspetti. Se non sono pienamente consapevole del campo, tendo a tradurre quella sensazione nella vita.
Dal punto di vista fotografico, forse mi ha anche portata a comprendere che, in certi momenti, quando non mi sentivo abbatanza ispirata, il tennis mi ha permesso di ritrovare una forma di creatività proprio attraverso un nuovo ambiente, anche quando, all’inizio, sembrava difficile entrarvi per davvero. Mi ha fatto capire che ciascuno di noi possiede una propria storia da raccontare attraverso ciò che vede.
Inoltre, dopo molti anni trascorsi a costruire il mio lavoro utilizzando il mio stesso corpo, era la prima volta che fotografavo altre persone. Questo mi ha consentito di esplorare la perfezione del movimento. Amo la profondità con cui i giocatori riescono ad attingere a sé stessi e, allo stesso tempo, la possibilità di continuare a lavorare con i miei colori, con il mio set-up, con le angolazioni che amo esplorare.
Questo percorso legato al tennis è per me molto interessante perché, a volte, come artisti, abbiamo bisogno di nuove sfide per ritrovare qualcosa di fresco, di inatteso. È stato molto bello creare un dialogo, una conversazione, con persone che prima non erano state raggiunte dal mio lavoro personale. Cercavo davvero una forma di relazione più ampia, perché nel mondo da cui provengo, quello dell'arte, lavorare su progetti di lunga durata può diventare piuttosto isolante. Con il tennis, invece, sento di poter semplicemente arrivare su un campo, assistere a un torneo e sentirmi bene.”
In futuro, in che modo ti piacerebbe esplorare il tennis attraverso la tua fotografia?
“Il mio sogno sarebbe seguire un giocatore più da vicino. So che sono già state realizzate molte immagini bellissime in questa direzione, immagini che appartengono in modo molto evidente al linguaggio della fotografia sportiva. Mi piacerebbe essere lì, accanto a un giocatore, e fotografarne il percorso in una maniera capace di andare un po’ più in profondità, di restituire ciò che quel percorso può raccontare dall’interno. Vorrei costruire questo tipo di racconto: rivelare ciò che accade a un livello più profondo. Credo che la maggior parte delle persone, quando guarda sport, segua soltanto una partita e giudichi. Ma stiamo parlando della vita di qualcuno, di uomini e donne che hanno dedicato il loro tempo al gioco. È quasi folle, se ci si pensa, la quantità di tempo che una persona può consacrare a una sola cosa. Mi piacerebbe arrivare un po’ più vicino a ciò che alimenta in loro quel desiderio, quel bisogno di farlo continuamente.
Posso mettere in relazione questa forma di ossessione con la mia passione per la fotografia. È sempre interessante vedere dove mi conduce, e quali stati d’animo, esperienze e relazioni porta nella mia vita. Per tutte queste ragioni, la fotografia è un medium straordinario. Ho iniziato questa conversazione dicendo che odiavo la fotografia, ma allo stesso tempo non sono mai riuscita ad abbandonare la mia macchina fotografica, perché è stata anche il mio modo di entrare in connessione con il mondo, oltre che di viaggiare con la mia racchetta e giocare a tennis ovunque vada con persone nuove.”










