Grazie ad Arc’teryx, abbiamo avuto la possibilità di conoscere un’atleta cresciuta, guidata e ispirata dalla natura
Sosteneva Ralph Waldo Emerson che il “desiderio più nobile dell’uomo è soddisfatto dalla natura, cioè l’amore per la Bellezza”. Il letterato americano faceva riferimento al sublime mondo naturale come ad uno spartito di analogie segrete, in grado di connettere ogni emisfero, ogni cultura, ogni esperienza personale. E la sua visione riecheggia nella filosofia, così come nell’esplicita commistione tra running e natura, di Jazmine Lowther.
Assurta agli apici della scena trail internazionale e recente aggiunta al team Arc’teryx, quest’atleta canadese non fa tanto riferimento ad una carriera sportiva, ma ad un percorso umano, che nell’amore per la Bellezza, nella sua ricerca, nel suo ascolto, persino nel suo studio accademico, ha trovato la tela perfetta su cui dipingere la propria visione del running.
Parliamo di una visione olistica, come natura vuole, dove il trail non si limita ad essere un, seppur estasiante, semplice superamento dei propri limiti, divenendo arte esplorativa. Tangibile e intangibile. Personale e universale. E strumento per allargare le prospettive della società sulla meraviglia, in eterno pericolo, che chiamiamo vita outdoor.



La cittadina di Nelson, nella British Columbia, sembra aver avuto un ruolo formativo nel definire la tua identità. È così? Se sì, puoi condividere con noi alcuni ricordi che ci aiutino a capire perché questo luogo è stato così importante per il tuo sviluppo personale e sportivo?
“Nelson è una cittadina sciistica piccola e discreta, incastonata nell’angolo sud-orientale della British Columbia. È circondata da una natura spettacolare: il lago Kootenay, le montagne, le piste da sci... Ma è anche un paradiso per la mountain bike e, in generale, per chi ama la vita all’aria aperta. Tutto in Nelson parla di outdoor. Quello che la rende davvero unica, però, è la sua energia creativa, un po’ eccentrica. Ha un’anima vibrante, piena di colori e di persone dalle storie più diverse. C’è un senso di apertura autentica, di eclettismo leggero e genuino.
Crescere lì mi ha sicuramente influenzata. Credo che il dono più grande che mi abbia lasciato sia proprio la mentalità aperta: la capacità di apprezzare prospettive e stili di vita anche molto lontani dai miei. Detto questo, non attribuirei a Nelson la nascita del mio lato atletico. Quello lo devo soprattutto ai miei genitori. Sono stati loro a sostenermi fin da piccola, a trasmettermi l’importanza di uno stile di vita sano, attivo. Gli devo moltissimo: sono stati la mia spinta a muovermi, a giocare, a impegnarmi con costanza. Ho iniziato con il cross-country da bambina, ma a Nelson è anche radicata una forte cultura calcistica. Così, dai dieci ai vent’anni, il calcio è diventato il mio principale punto di riferimento. In quel periodo sognavo una carriera da professionista. Arrivai a far parte di diverse squadre contemporaneamente: ero sempre in movimento.
Parallelamente, ero immersa nel mondo della danza—classica, jazz e moderna—e mi allenavo in accademie diverse. Tra calcio e danza, dentro e fuori la scuola, il mio programma di allenamenti era serratissimo. Tutto questo ha avuto un ruolo fondamentale nel formare la persona che sono oggi”
In quel periodo è anche nato il soprannome ‘Gazzella’. Ci racconti da dove deriva? E com’è entrata la corsa nella tua vita? Cosa ti ha colpita, inizialmente, di questa pratica e della sua cultura?
“Non ricordo con precisione quanti anni avessi quando ho iniziato a correre. Forse ero in prima o seconda elementare. In ogni caso, ero molto piccola. Fin da subito, però, è parso chiaro che avessi una predisposizione naturale. Ero minuta, con gambe lunghissime e sottili (ride, ndr). A quel tempo, spiccavano davvero. Penso che il soprannome ‘Gazzella’ derivasse dal mio aspetto, certo, ma anche dal modo in cui mi muovevo. E in fondo, aveva il suo perché.
Quello che mi ha conquistato del cross-country è stato, fin dall’inizio, il contatto con la natura. Correre all’aperto, nei boschi, lungo i sentieri... C’era una sensazione di libertà che mi parlava nel profondo. Era qualcosa che andava oltre il gesto atletico. Ho provato anche l’atletica leggera—le gare di velocità, le distanze brevi. Mi dicevano che avevo del potenziale, e probabilmente era vero. Ma non mi sono mai sentita davvero a mio agio. Nonostante varie squadre fossero interessate, non è mai scattata quella scintilla che invece ho sempre percepito con il cross. Così ho fatto una scelta, e mai l’ho rimessa in discussione.
Delle mie origini nel cross, ricordo ancora benissimo una gara in cui arrivai seconda. Me la porto dietro come una memoria indelebile, forse perché fu l’unica volta in cui non vinsi, in quel periodo. A un certo punto del percorso mi si slacciarono entrambe le scarpe. Mentre le stavo riallacciando, venni superata. Una lezione dura, certo, ma anche utile. Cose del genere insegnano più di tante vittorie. A volte mi chiedo come sia oggi per i bambini. Penso a tutte le opportunità che hanno. Ai miei tempi, la distanza massima per i più piccoli era di cinque chilometri. E questa cosa mi lascia addosso un certo senso di curiosità, che non mi abbandona: cosa sarebbe successo se fossi andata un po’ più in là? Se avessi insistito, spinto un po’ oltre? È una riflessione che, in vari modi e forme, mi accompagna”
Hai detto: “La corsa è sempre stata la mia roccia.” Una frase potente. Puoi aiutarci a capire meglio cosa intendi? Cosa rappresenta per te questa “roccia” e come si è evoluto il tuo rapporto con la corsa nel tempo?
“Per me, correre è sempre stato questo: una roccia solida, qualcosa di stabile e presente, su cui posso contare sempre. È uno spazio sicuro, costante, che mi aspetta ogni volta che ne ho bisogno, ovunque mi trovi. E la cosa più bella è che non chiede quasi niente in cambio: solo un paio di scarpe e una porta da cui uscire.
Il running è il posto in cui mi sento più radicata. Che lo faccia per prendermi cura della mia salute mentale, per riconnettermi con la natura, o semplicemente per fare ordine tra i pensieri e le emozioni, la corsa riesce sempre, in qualche modo, a riportarmi a casa: dentro me stessa. Mi riporta alla mia versione più autentica, più lucida. Sono convinta che non valga solo per me: c’è qualcosa di universale, di profondamente umano, in tutto questo.”

Hai anche detto: “La natura è la mia guida.” Una frase ancora più potente, considerando il tuo background accademico in biologia. Cosa rappresenta per te la natura? E qual è il suo legame con la tua dimensione di trail runner?
“Sono cresciuta in una piccola fattoria, ero quella bambina sempre scalza che correva nell’orto, saltava nei ruscelli, esplorava ogni angolo del terreno... Già allora, avevo un legame profondo con il mondo outdoor. Mi affascinava tutto: le piante, gli animali, gli insetti, gli elementi... Quella curiosità ha plasmato il mio modo di guardare il mondo. Ero già ben consapevole che, da grande, avrei voluto fare la biologa o, comunque, lavorare in ambito ambientale.
E così è andata: ho seguito quella strada e ci ho lavorato per oltre dieci anni. Oggi non sono più attiva in quel campo, almeno a livello professionale, ma il mio legame con la natura è rimasto centrale. Il trail running è diventato il mio modo di nutrire quel rapporto. È il mio modo di stare nella natura, di continuare a cercare e chiedermi cosa ci sia dietro la prossima curva, la prossima cresta. Che io stia esplorando un sentiero nuovo o rifacendo un percorso a me familiare, ma sotto una luce diversa, in una stagione diversa, c’è sempre qualcosa che finisce per sorprendermi. Come in primavera, quando tornano le foglie: ogni volta è una meraviglia.
Correre immersa nei paesaggi naturali mi porta in uno stato di flow—o semplicemente in uno stato di pace. Di presenza. I benefici per la mente sono enormi. È anche un ritorno ai sensi: ascoltare il canto degli uccelli, notare i fiori che sbocciano, respirare il profumo del sottobosco, lasciarmi attraversare dai colori... È una costante esperienza. Sembra di essere immersi in un mosaico vivente.
Naturalmente, continuo a guardare il mondo anche con l’occhio della biologa. Riconosco subito quando un ecosistema è stato alterato dall’urbanizzazione o da altri impatti umani. E il trail running, per quanto lo ami, non è esente da questi processi. Anche per questo sento il bisogno di agire. Tra un paio di settimane, ad esempio, organizzerò la terza edizione della nostra giornata per la rimozione delle specie invasive, lungo uno dei sentieri più frequentati a Nelson, la mia città natale. Lo facciamo da tre anni ormai: eliminiamo le piante infestanti e proteggiamo i fiori selvatici che crescono lì. È un gesto piccolo, ma ha un peso enorme. La cura, la connessione… Sono tutto”
Hai praticato – e pratichi tuttora – una vasta gamma di sport. Che ruolo ha lo sport nella tua vita quotidiana? E da atleta d’élite ultra trail, quanto ti senti arricchita dal tuo approccio multidisciplinare all’immaginario sportivo?
“Essere un’atleta multidisciplinare non è soltanto un vantaggio: è una filosofia, aiuta ad evolvere la propria longevità e resilienza. Non si tratta solo di migliorare la performance, ma di acquisire gli strumenti per affrontare con equilibrio gli inevitabili alti e bassi della vita sportiva. Quando il proprio orizzonte atletico si estende oltre una singola disciplina, l’identità non si lega in modo esclusivo — e dunque fragile — a un solo gesto, come la corsa. In caso di infortunio, per esempio, avere altre pratiche su cui contare diventa una rete di sicurezza preziosa. Diversificare l’attività aiuta la mente, accelera il recupero e permette di restare in movimento, anche quando il corpo impone nuovi scenari.
Allenarsi in più discipline si rivela particolarmente efficace durante la stagione agonistica e nei mesi di off-season. Il cross-training — dallo sci al ciclismo — mantiene l’efficienza fisica riducendo lo stress articolare. Ma c’è di più: apre porte inattese, spalanca panorami. Letteralmente. Ti conduce in luoghi che la corsa da sola non potrebbe arrivare, regalando nuove prospettive.
Ti insegna a leggere il terreno, ad ascoltare il meteo, ad orientarti. Coltiva intelligenza motoria, sensibilità ambientale, spirito di adattamento. In una parola, ti regala versatilità. Una qualità che oggi ha un valore inestimabile.
Entrare a far parte del team Arc'teryx ha rafforzato profondamente questa visione. Il gruppo è un crocevia di atleti multisport, spiriti liberi che prosperano nella varietà e nella costante ricerca esplorativa. Molti sono appassionati di sci. Durante il recente team camp, quasi tutti hanno scelto di scalare o di muoversi sulla neve. Essere immersa in quell’energia è stato incredibilmente stimolante. È un invito continuo alla crescita, alla trasformazione, alla scoperta di nuovi territori — dentro e fuori di sé. Ti fa pensare allo sport non come a una linea retta, ma come a una traiettoria fluida, dinamica, sempre in divenire”
Che tipo di altre consapevolezze e nozioni ti ha permesso di maturare la partnership con Arc'teryx? E, guardando alla collezione footwear 2025, c’è un prodotto a cui hai contribuito direttamente a plasmare o che ti ha colpito particolarmente?
“Con Arc'teryx ho riscoperto la creatività outdoor. È come osservare l’ambiente attraverso lenti inedite: ogni dettaglio prende vita, ogni esperienza diventa più intensa. Da quando sono entrata nel team, all’inizio del 2025, il viaggio è stato sorprendente. Non ho ancora contribuito direttamente allo sviluppo della linea attuale, ma ora che il lavoro è entrato nel vivo, tutto sta cominciando a prendere forma in modo concreto e vibrante.
Ho iniziato a conoscere da vicino l’universo Arc'teryx: designer, sviluppatori, creativi. La recente tappa a Portland è stata particolarmente significativa. Lì ho avuto modo di confrontarmi a fondo con il team creativo, immergendomi nelle vision che guidano ogni progetto. Nelle ultime settimane ho testato numerosi prodotti — scarpe, capi tecnici, prototipi — e l’intero processo di testing si è rivelato bellissimo. Ciò che mi ha colpito principalmente è l’apertura autentica all’ascolto: i designer non cercano solo feedback, li desiderano con genuino interesse. Da atleta, sentirsi ascoltata con tale attenzione è raro, e profondamente gratificante.
Sono entusiasta all’idea di continuare a contribuire in modo attivo. Userò molto la Sylan, una scarpa che giocherà un ruolo centrale per me. Insieme ai modelli Nivalis e Norvan, sarà la scarpa su cui offrirò più feedback e che analizzerò maggiormente.
Anche sul piano comunicativo — dai social al tono con cui raccontiamo ciò che facciamo — siamo ancora in una fase di costruzione. Ma è proprio questo il bello: si respira un senso di inizio, quasi di fondazione. Questo è l’anno zero di una collaborazione che sento destinata a durare nel tempo. Non solo tra me e il brand, ma anche per Arc'teryx, che sta entrando con determinazione nel mondo del trail e del mountain running. Un passaggio che per me ha un significato profondo.
Fino ad ora, ogni aspetto mi ha colpita: in particolare il supporto olistico, umano prima ancora che tecnico, che il brand offre agli atleti. Al team camp ho percepito un livello di cura, attenzione e rispetto che raramente si incontrano altrove: eravamo con il team, ma anche con psicologi sportivi, fisioterapisti, chef sportivi, specialisti dei social media... È evidente che Arc'teryx si stia muovendo con intenzione e consapevolezza, con una visione che non teme di essere radicale. Ed è proprio questo che mi entusiasma per tutto ciò che verrà”

Nel tuo profilo si parla della Canyons 100k come di un’epifania: una tappa decisiva nella tua carriera da ultrarunner. È stato davvero il momento in cui hai compreso il tuo pieno potenziale? E quali altri momenti chiave ti hanno aiutata a costruire la tua consapevolezza come atleta?
“Penso che la Canyons sia stato un momento decisivo, capace di cambiare tutto. Lì ho davvero percepito di essere su un palcoscenico internazionale. È stato un classico 'dark horse moment', pieno di sorpresa e meraviglia. Un vero punto di svolta nel mio percorso.
Ma non credo sia stato il momento in cui ho compreso appieno il mio potenziale. Quella è una scoperta che dura tutta la vita. Ogni allenamento, ogni gara, ogni sforzo aggiunge qualcosa in più alla consapevolezza di ciò che posso fare. E penso che questo processo non finirà mai: ci saranno sempre nuove lezioni, nuovi strati da svelare”
“Le montagne rendono la motivazione spontanea.” Come van-lifer e come persona profondamente connessa alla natura, potresti raccontarci alcuni luoghi che ti hanno maggiormente ispirata—sia come atleta che come esploratrice guidata dalla curiosità?
“Ho scelto la vita in van proprio per questo: mi permette di esplorare in profondità, d’immergermi in nuovi territori e allenarmi in modo mirato per le gare. Ho sempre avuto bisogno di novità per sentirmi viva, su questo sto lavorando anche con una psicologa dello sport—sto cercando d’imparare a trovare bellezza anche nella familiarità, nei sentieri che conosco da sempre, quelli dietro casa.
Detto ciò, riesco a trovare bellezza quasi ovunque. Ovviamente, però, a patto che ci siano montagne, sentieri, oceani o laghi di mezzo… In questi casi, tutto diventa più magico. I paesaggi accendono qualcosa di profondo in me—e mi ricordano quanto sia importante proteggerli. Negli ultimi anni ho viaggiato molto negli Stati Uniti: California, Tahoe, Salt Lake City, Tetons. Ho trascorso molto tempo nelle Rockies della British Columbia, e lungo le coste canadesi… E poi c’è l’Europa, che adoro. Le Alpi hanno un richiamo particolare. Onestamente, ogni luogo ha qualcosa di speciale.”
Sei anche coach, e il tuo approccio olistico ci ha molto colpiti. Puoi raccontarci in cosa consiste la tua filosofia e cosa la rende unica?
“Il mio approccio al coaching—soprattutto nel lavoro one-to-one—è profondamente radicato nella visione olistica. Per me è fondamentale vedere l’atleta non solo come un runner o un performer, ma come un essere umano nella sua interezza. Significa andare ben oltre la tabella degli allenamenti. È una questione di ascolto profondo: resilienza mentale, benessere emotivo, stress lavorativo, relazioni, famiglia, tutto.
Parliamo di nutrimento, inteso non solamente come pratica materiale. Mi riferisco, per esempio, al nutrire gli habits quotidiani. Quindi, ci concentriamo sul recupero, sulla prevenzione degli infortuni, sul prehab. Il risultato è un rapporto atleta-coach molto più coinvolto, fondato su una comunicazione più sincera, una fiducia più solida, e un percorso più sostenibile e gratificante. Alla fine, si torna sempre a ciò che conta davvero per la persona: i suoi valori, la sua visione, il tipo di vita che vuole costruire. Ed è proprio questo il potere dello sguardo olistico: mette ogni cosa al proprio posto, in equilibrio.”
Dopo aver esplorato la tua vita multidimensionale, puoi condividere con noi alcuni dei tuoi obiettivi, a breve e lungo termine—sia personali che professionali?
“Il mio obiettivo a lungo termine, prima di tutto, è restare in salute, sia nel corpo, che nella mente, e mantenere un ritmo di allenamento costante, sostenibile, che mi permetta di continuare a correre fino a tarda età. Nel breve periodo, invece, mi sto concentrando sul continuare a gareggiare a livello mondiale, testare i miei limiti e rimanere aperta alla scoperta, nutrendo sempre un senso di curiosità verso ciò che posso ancora fare e ciò che ogni nuova sfida può insegnarmi.
Al di là della performance, sento anche un forte richiamo—personale e professionale—a ispirare conversazioni significative sull’importanza della tutela ambientale e su azioni concrete da intraprendere in quella direzione. È un impegno che mi sta profondamente a cuore. Allo stesso modo, oggi sento con forza la responsabilità di portare avanti il discorso sulla prevenzione e la consapevolezza del RED-S (Sindrome da Deficienza Energetica Relativa nello Sport). È un tema delicato, ma essenziale, e rappresenta una causa che mi sta molto a cuore, soprattutto nel mondo dell’endurance e degli sport outdoor.”







