Fama e dipendenze. Corsa e rivoluzione. La storia di Kori Sampson è un cammino di autodeterminazione e un manifesto, sotto gli occhi di tanti, del cambiamento di prospettive guidato dalla potenza del running
Ci sono momenti in cui lo sport diventa ponte individuale, accesso ad una dimensione altra, spesso coincidente con un viaggio dentro sé stessi, con una lotta silenziosa, volta verso una personale verità. Verso il cambiamento. Verso l’evoluzione. Per Kori Sampson, questa transizione è stata una virata decisa, per molti inaspettata, sicuramente stratificata e profondamente appagante.
Dagli eccessi e dalle dipendenze a chilometri e chilometri. Da un’esistenza da viveur contemporaneo, plasmata da una rapida ascesa alla notorietà pop televisiva britannica, ad un rigoroso senso del dovere, e del piacere, frutto di esperienze d’endurance. Accade così che un corpo usato come strumento d’apparenza e di vuoto divertimento possa trasformarsi in monito prima, in credibile messaggio universale poi. In una pietra filosofale in grado di sprigionare senso etico e passione, riattivando un’anima e una consapevolezza troppo a lunghe sopite, e garantendo la piena libertà.
L’apparenza è destinata a svanire, spiega questo giovane britannico passato dall’establishment della notte londinese a gare internazionali che toccano i 100 chilometri. A rimanere, nel tempo, è l’essenza di ogni essere umano, e il suo esempio. E non esiste miglior compagna della corsa per rivelare entrambi appieno.




Il bodybuilding prima, poi i reality show, poi la realizzazione che la fama e il conseguente lifestyle stavano incidendo sulla tua salute mentale, ma anche sulle tue dipendenze. Lo sport come è ritornato a far parte della tua vita, e com’è stata la transizione tra una vita confusa e gli habits necessari per essere un ultrarunner?
“Sono sempre stato coinvolto nello sport e nel fitness, in un modo o nell’altro. Anche nei periodi più malsani — quando mi abbandonavo a bad habits per giorni interi — trovavo comunque il tempo di andare in palestra. Il bodybuilding è stato il mio primo amore, e in un certo senso non mi ha mai lasciato davvero. Ancora oggi seguo una classica split “push-pull-legs” ogni settimana. Mi interessa ancora il mio aspetto fisico, ma ora viene prima la performance, anche se questo significa sacrificare l’estetica.
In un certo senso, restare connesso alla palestra mi ha salvato dal perdere completamente la rotta. Non importava quanto fosse folle il weekend — dal giovedì alla domenica — cercavo sempre di infilarci una sessione. E il martedì ero di nuovo lì, a cercare di recuperare.
C’è sicuramente una cultura, soprattutto in città come Londra, che ruota attorno al perdersi nelle serate e poi provare a rimettere insieme i pezzi durante la settimana. Io ho sempre avuto una personalità molto incline alla dipendenza — una maledizione, ma anche un dono. Oggi riverso tutta quella intensità nell’allenamento e nella corsa. Mi dà focus, e mi migliora.
Ho l’ADHD e a mio avviso influisce molto su come reagisco a sostanze come alcol e droghe, così come su come canalizzo l’energia. Guardandomi indietro, mi rendo conto quanto mi mancasse un vero senso di appagamento. La mia carriera stava andando bene — ero passato dal lavorare in un cantiere nella mia città natale, dove guadagnavo il minimo, a fare bei soldi a Londra, frequentando eventi che per molti sono un sogno — ma non ero felice. Anzi, forse ero ancora più infelice in quella versione. Mi sentivo perso.
Oggi ripeto spesso una cosa: la disciplina è libertà. Quando mi sento dentro un processo, quando ho una routine strutturata, mi sento al meglio. Sono grato di aver trovato questa strada. L’ultima gara che ho fatto è stata intensa, forse troppo — non mi sono mai sentito davvero bene neanche in fase di preparazione — ma è stata un’esperienza formativa. E questo ha un valore enorme.”


L’esperienza della prima maratona che impatto ha avuto sulla tua mente e sulle tue emozioni? Che pensieri ti hanno attraversato una volta tagliato quel traguardo?
“È stato un momento davvero speciale. E fa quasi ridere, perché oggi quando penso a una maratona mi sembra una cosa piccola, nel grande schema delle gare. So che potrei allacciarmi le scarpe e correrla anche adesso. Ma all’epoca? Solo l’idea di completare una maratona mi sembrava immensa. Avevo corso al massimo una mezza o 20–30 km, niente di più. Appariva come una sfida monumentale.
I remember someone at the gym talking about a 200K, five-day ultra marathon, and I thought: There’s no way I could ever do that. But the crazy thing is how you slowly build new ceilings for yourself. You face self-doubt, then go bigger, and bigger—and that doubt starts to fade. You realize what’s possible. And that mindset shift can bleed into every part of life.
Con quella prima maratona, mi sono allenato con metodo, ho seguito un piano, ho raggiunto il tempo che volevo. È stato un assaggio di ciò che sarebbe venuto dopo. Ha cambiato davvero qualcosa dentro di me.
In quel periodo stavo anche cercando di diventare sobrio. Avevo smesso di bere da circa 14 settimane per concentrarmi sull’allenamento. Ma due settimane prima della gara sono andato a Ibiza per il trentesimo compleanno di un amico. Mi ero promesso di restare tranquillo, di non bere, di non uscire. Invece sono stato un’enorme delusione. Quella è stata l’ultima volta che ho bevuto o assunto droghe. Ed è successo quasi tre anni fa.
Mi ricordo il senso di colpa che ho provato dopo. Avevo la sensazione di aver buttato via tutto l’allenamento. Alla fine, sono comunque riuscito a riprendermi e a correre bene. E lì poteva andare in due modi: potevo dirmi “Beh, posso anche andare a Ibiza prima di una gara e cavarmela lo stesso” — oppure potevo chiedermi: “Cosa succede se questa volta prendo tutto sul serio, al 100%?” Ed è stato quel secondo pensiero a restarmi in testa. Mi ha fatto riflettere su ciò che avrei potuto davvero ottenere se mettevo tutto me stesso in un progetto di valore.
Da lì in poi ho iniziato a spingermi oltre — maratona sotto le 3 ore, 50K, 200K. Quella prima maratona è stato l’inizio di tutto. È stata la vittoria che mi serviva per entrare in questa nuova fase della mia vita.”
Il corpo per te è stato uno strumento di affermazione personale, da un punto di vista estetico. Oggi, invece, è uno strumento di sfida, di costante progresso, e un ponte per la tua salute mentale. Ora qual è lo stato dell’arte del tuo rapporto con il tuo corpo?
“Sicuramente è un rapporto che si è evoluto. Invecchiando, sento meno la pressione di dover apparire in un certo modo. Quando ero più giovane, soprattutto nei momenti in cui non ero dove volevo essere nella vita, avere qualcosa che potessi controllare — il mio fisico — era una sorta di ancora. Il bodybuilding è complicato, ma alla base è semplice: ti alleni duro, mangi bene, resti costante. Era qualcosa su cui potevo contare. Finché seguivo il piano, sapevo che avrei avuto un bell’aspetto. E in quei momenti mi dava la validazione di cui avevo bisogno.
Oggi ho lasciato andare l’idea di dover avere il 6% di massa grassa tutto l’anno. Non ho più bisogno di diventare sempre più grosso. Detto ciò, resto comunque molto strutturato. Come ogni atleta, affronto delle fasi. Sono appena uscito da un evento importante, quindi ora il focus è ritrovare la forma, sentirmi più forte, ricostruire un po’ il corpo che ho perso durante quelle settimane a volumi altissimi — correre dai 20 ai 30 km al giorno e fare il pieno di carboidrati si fa sentire. C’è un tempo per la performance pura, e un tempo per curare altri aspetti. Dopo l’estate, sento l’esigenza di tornare un po’ di più in palestra. Ma ho ancora degli obiettivi importanti con la corsa. Non ho finito.”


Hai recentemente completato una gara iconica come la Width of Britain. Che effetto ti fa vederti crescere come atleta, anche da un punto di vista della performance, e quanto stai esplorando il lato culturale di questo sport? Ma anche la sua simbiosi con la natura, i paesaggi e i lunghi silenzi solitari che ti regala?
“È la cosa più affascinante di queste imprese così lunghe: la mente può andare ovunque. Non sai mai che tipo di giornata avrai. Devi solo accettare quello che arriva.
Con la Width of Britain, volevamo davvero catturare quel senso di viaggio — soprattutto con i video che abbiamo creato. Io sono inglese — sono cresciuto nel Devon e ora vivo a Londra. Abbiamo corso attraverso entrambi i luoghi. Sembrava quasi di ripercorrere il cammino che va da dove tutto è cominciato a dove sono arrivato adesso. Una specie di pellegrinaggio personale.
Correre attraverso l’Inghilterra è stato incredibile. È un Paese bellissimo, eppure la maggior parte delle persone che ci vivono non si prende il tempo per esplorarlo davvero. I momenti che ho amato di più sono stati anche i più semplici: correre su stradine di campagna, con fattorie da entrambi i lati, il sole che sorge o tramonta, mentre ascoltavo musica country americana e cantavo da solo. Momenti davvero belli… nella fatica.
Da quando ho fatto la mia prima ultra, sono rimasto affascinato da questo lato del running. Le gare su strada sono belle — intense, veloci, entri in una sorta di “pain cave” per un paio d’ore. Ma le ultra, soprattutto in montagna, sono tutt’altra cosa. La mia prima è stata al Mont Blanc, all’UTMB. Anche quando soffri, anche se il meteo è terribile, c’è qualcosa di profondamente bello in quel tipo di esperienza.
Ho fatto anche una gara in Africa, e l’energia lì era così potente... Mi ha fatto sentire più spirituale, in un certo senso. Queste esperienze vanno ben oltre la sfida fisica. Cambiano il modo in cui vedi il mondo — e anche te stesso.
È pazzesco a pensarci, ma la corsa mi ha portato in luoghi dove non sarei mai andato altrimenti. La gara in Tanzania, per esempio, era una gara a tappe di cinque giorni, con campi mobili — correvamo letteralmente da villaggio a villaggio. I bambini uscivano dalle case e iniziavano a correre con noi. Surreale.
Fare qualcosa come attraversare l’Inghilterra o correre in una zona rurale dell’Africa è completamente diverso. Vedi piccoli paesi, persone vere, reazioni autentiche — tipo: “Ma cosa stai facendo?” E io: “Sto correndo, sono partito da Land’s End, ho già fatto 200 chilometri.” E loro semplicemente non riescono a crederci.
Ti fa sentire un po’ come un esploratore, in un certo senso. Ora, ogni volta che viaggio, la prima cosa che faccio è andare a correre. È il modo migliore per scoprire un posto.”
Hai un fortissimo seguito social: una piattaforma personale che può toccare milioni di persone e un progetto come il club londinese Wake Up and Move. Che tipo di responsabilità senti nel divulgare la tua storia e nell’ispirare altre persone nell’approccio al running come strumento di evoluzione personale, e di miglioramento di vita?
“Sento una grande responsabilità. Quando sei aperto con le persone — soprattutto quando hai condiviso le tue battaglie con le dipendenze e il percorso di recupero — arriva anche una forma di responsabilità, quasi di accountability.
Oggi ho completamente ridefinito il mio rapporto con l’alcol e con gli ambienti che un tempo lo circondavano. Posso tornare in quei contesti — bar, eventi, qualsiasi cosa — e non sentirmi tentato. Non è neanche un pensiero che mi passa per la testa. Per esempio, sono stato di recente a Marbella per un evento. Mentre tutti andavano all’afterparty, io ero a letto alle nove di sera. La mattina dopo mi sono alzato presto, sono andato a correre e poi in palestra.
Detto questo, penso anche che probabilmente potrei bere un bicchiere di vino a cena e godermelo, senza finire nel baratro. Ma scelgo di non farlo — perché se andassi sui social a dire: “Ho fatto tre anni da sobrio, e ora ho ricominciato a bere!” — darei un messaggio sbagliato.
Ci sono ragazzi giovani che mi seguono e che hanno cambiato la loro vita proprio per quello che ho condiviso. Se mi vedessero tornare a fare festa, potrebbero pensare: “Ah, allora possiamo farlo anche noi.” E non voglio essere quella persona.
Adesso c’è anche una strana tendenza online — gente che romanticizza il fumo o il bere nel contesto della corsa. Anche tra una gara e l’altra, per sembrare ribelli o alternativi. Secondo me è pericoloso. Per me, non bere non è una moda: è una scelta che mi ha salvato la vita. Quindi sì, sento davvero un senso di dovere.
La community di Wake Up and Move è enorme. Ricevo continuamente messaggi — persone che chiedono consigli, o semplicemente che vogliono fare un cambiamento. Uno dei messaggi che mi ha colpito di più è stato quello di un padre, preoccupato per il figlio che stava lottando con l’alcol. Il ragazzo si stava allenando per Hyrox, aveva talento, ma continuava a trattarsi male.
Il padre mi ha scritto dicendo che suo figlio mi seguiva, parlava sempre di me. Così gli ho risposto e gli ho detto: “Vieni al nostro running club. Incontriamoci di persona.
È questo che conta. Non è solo mandare un DM. È esserci davvero. Faccia a faccia. Quel tipo di connessione umana si sta perdendo con i social, ma oggi è più importante che mai. Persino negli uffici stanno tornando al lavoro in presenza, perché ci si è resi conto che abbiamo bisogno di connessioni reali.
Per questo organizziamo gli allenamenti del club il sabato mattina alle 8. Devi impegnarti per esserci. È meno probabile che tu faccia qualcosa di stupido il venerdì sera se sai che il giorno dopo ti aspetta una corsa. E quello è proprio il punto.”


La running culture contemporanea intreccia sempre più il proprio percorso con il mondo del fashion e dell’esplorazione stilistica. Hai maturato una sensibilità in questo ambito? Gioca un peso nella tua vita atletica la componente estetica?
“Ho sempre dato importanza allo stile, alla moda, all’estetica. Venendo dal bodybuilding, alla fine era quello il centro di tutto — apparire in un certo modo. Ma adesso lo vedo da una prospettiva più ampia.
Sì, ci sono pro e contro. Alcuni pensano che la commercializzazione della corsa stia diluendo lo sport. Ma io credo che lo stia aiutando. Sempre più persone iniziano a correre. Sempre più persone guardano le gare. E c’è anche più partecipazione creativa, più espressione personale.
All’inizio mi chiamavano “fashion runner”. Ero nuovo nello sport — non sono cresciuto guardando le gare di trail o sapendo chi erano i vincitori dell’UTMB. Ma questo è il punto: ci sono persone che fanno gatekeeping sulla corsa. Dicono di volerla inclusiva, poi si lamentano quando arrivano volti nuovi — soprattutto se vengono dall’esterno del “modello” tradizionale — e ricevono più attenzione.
È contraddittorio. Non puoi dire che la corsa è per tutti e poi criticare chi la vive in modo diverso. Anche io ho ricevuto un po’ di backlash, soprattutto per il mio passato da influencer e personalità legata ai reality in TV.
Sinceramente, non ci vedo nulla di male. Io sono a favore della moda, della parte creativa dello sport. E penso davvero che questo sia un momento bellissimo per farne parte.”
Ecco, hai dovuto confrontarti con la percezione pubblica, soprattutto come qualcuno che non cercava semplicemente di diventare un “running influencer”, ma stava inseguendo qualcosa di più profondo. Come hai elaborato stereotipi e critiche, soprattutto quando molto personali?
“È una bella domanda. Onestamente, penso di essermi un po’ abituato. Soprattutto perché i miei primi passi sotto i riflettori sono arrivati tramite i social e la TV. E quel mondo… ha una sua brutalità. Le persone non guardano i reality perché si interessano davvero a te — lo fanno per intrattenimento. E con quello arrivano un sacco di opinioni, che tu le meriti o meno.
Adesso invece tutto ciò che condivido passa dai miei canali. Quindi, in generale, chi vede i miei contenuti è lì perché mi segue e supporta quello che faccio. È molto più positivo ora — e il positivo supera di gran lunga il negativo, al cento per cento.
But yeah, I think TV was the first time I really experienced that kind of public scrutiny. It’s a strange world. But I’ve built thicker skin because of it. At the end of the day, everyone’s entitled to their opinion.”
And now, what are your short- and long-term goals — both as an athlete and as a human being?
“È divertente, perché prima di fare la corsa attraverso il Regno Unito, avevo un sacco di piani su cosa avrei fatto dopo. Avevo già prenotato alcune gare — incluso l’UTMB, che avrei dovuto fare poche settimane dopo. Ero stato forse un po’ troppo ottimista sul fatto che il mio corpo si sarebbe ripreso in fretta.
Non volevo perdermi nulla nel caso fossi riuscito a farle, quindi avevo comunque bloccato tutto. Ma una volta finita la Width of Britain, ho capito: avevo solo bisogno di riposarmi. Quindi, nel breve termine? Mi sto semplicemente concentrando sul recupero. Ritrovare la forma — non per una gara, ma per me stesso. Ricostruire le basi.
A medio termine, mi piacerebbe fare qualche nuovo personal best sulle distanze più corte. Ritrovare un po’ di velocità. Per quanto riguarda gli obiettivi a lungo termine — voglio lasciarli emergere in modo naturale.
Sto per lanciare il mio primo podcast. Si chiama Redefining the Finish Line. L’idea è esplorare cosa significhino davvero successo e realizzazione personale — soprattutto dopo aver raggiunto certi traguardi, per poi accorgerti che non ti fanno sentire come ti aspettavi. L’ho vissuto con la TV, con i social, con la fama. Ci arrivi, e poi ti chiedi: “Era tutto qui?”
Voglio aprire conversazioni a questo riguardo. Sarà una sfida mentale per me, e sono contento di affrontarla. Al momento, non si tratta più tanto di traguardi fisici — ma di crescita personale.”








