Il vincitore dell’UTMB CCC e profondo divulgatore della propria disciplina è il nuovo protagonista della speciale rubrica di Athleta Mag e Runaway, ispirata dalla running culture contemporanea
In ogni passo di un runner risiede una scelta individuale, ma anche una dimensione collettiva, forgiata dalla creatività, dall'expertise, dal progresso, dall'estetica applicata al più antico, ma al contempo sempre in evoluzione, sport del mondo. Athleta Magazine e Runaway mettono in luce le figure che incarnano la peculiare multidimensionalità del running: i ‘RunMakers’, coloro che hanno trovato in questa disciplina molto più di un semplice passatempo, ma una piattaforma per affermare ed evolvere le proprie visioni, anche sotto il profilo professionale. Sono protagonisti di un settore che, per ogni ‘RunMaker’, è sinonimo di passione, competenza e visione.
Esploriamo il perché insieme al nostro nuovo ospite: una delle menti e delle sensibilità più fini dell’immaginario running italiano, specie in chiave ultra e trail, Francesco Puppi. Questo atleta HOKA, recentemente in grado di dominare un palcoscenico ormai sacro, come l’UTMB CCC, propone una chiave d’accesso alla corsa estremamente personale, fatta di profonda analisi, studio e comprensione della materia. La galleria fotografica che accompagna questa chiacchierata è frutto della lente di Daniele Molineris.



In un’intervista per Athleta Magazine di un paio di anni fa ti eri definito un nerd, appassionato della corsa e un divoratore di libri e gare in tv. Oggi, da atleta di spicco del panorama globale, resiste ancora questo lato più ‘romantico’ del tuo rapporto con la corsa?
“Sì, resiste, anche se trovo sempre più difficile trovare cose, soprattutto progetti e contenuti, che stimolino davvero il mio interesse. Ho smesso un po’ di romanticizzare alcuni aspetti della corsa, principalmente perché essendo il mio lavoro ed assorbendo la maggior parte del mio tempo ed energie, è naturale che sia così.
Detto questo, continuo a seguire con estremo interesse la scena, le gare e gli atleti: mi appassiona osservare le dinamiche, le scelte delle persone che corrono ad altissimo livello e di chi studia o costruisce progetti significativi. È la parte che più mi ispira e che mi tiene connesso al lato ‘romantico’ di questo sport. Quello che invece faccio più fatica ad apprezzare è la quantità di opinioni e contenuti superficiali che girano online: spesso mi sembra che ci sia più il bisogno di dire qualcosa, di avere visibilità, piuttosto che la volontà di approfondire davvero un tema.
Non voglio dire che la passione sia diminuita, anzi, forse è più viva che mai. Semplicemente, si è evoluta. Oggi la vivo in maniera più ‘professionale’. Qualche anno fa sentivo la responsabilità di dover stare dietro a tutto, oggi un po’ meno, forse perché non ho più quella FOMO, quella paura di perdermi qualcosa. Continuo comunque a seguire da fan, se così vogliamo dire: ho guardato tutti i Mondiali di Tokyo, ascolto un sacco di podcast, leggo, mi tengo aggiornato…. Il tempo però è sempre meno, e le cose da seguire sono sempre di più. Quindi sì, il rapporto ‘romantico’ o ‘da nerd’ è in parte cambiato, ma resta sempre centrale nella mia vita.”
Sei diventato un punto di riferimento per molti runner di montagna e rappresenti una delle voci più limpide del panorama trail internazionale. Quando hai iniziato a pensare che, oltre ad allenarti e gareggiare, era giunto il momento di metterci la faccia, parlando/scrivendo di quello che circonda il mondo running?
“Non c’è stato un momento preciso, non è stata una scelta consapevole. Sono sempre stato molto curioso, con un punto di vista abbastanza definito, anche se all’inizio non aveva chissà quale risonanza. Non facevo molti progetti di comunicazione semplicemente perché non avevo tempo, oppure perché pensavo che, in fondo, la mia opinione non fosse così rilevante per gli altri. Poi, crescendo come atleta, mi sono accorto che poteva avere senso iniziare a condividere qualche riflessione. Non ritengo che ogni pensiero che mi attraversi la testa sia interessante o necessario da esternare, tutt’altro, però ci sono temi su cui sento il bisogno di dire la mia. Ad esempio, qualche giorno fa è emerso un caso di doping importante nel nostro sport. Ho letto molti commenti superficiali, poco supportati da dati, e mi è venuta voglia di scrivere un articolo. Mettere in chiaro alcuni aspetti, offrire un contesto, dire come la vedo... Credo che anche questo faccia parte del mio percorso.”



Ecco, affrontiamo un argomento scomodo. Alla luce dei fatti recenti, credi che la comunità del trail abbia bisogno di parlare più apertamente di questo topic, o rischia di minare la sua stessa immagine?
“Secondo me è giusto parlarne, ma bisogna farlo con cognizione di causa, cosa che oggi, su molti temi, non solo nello sport, non accade spesso. È una dinamica alimentata dai social: tutto tende a diventare polarizzato, semplificato, ridotto a titoli o slogan. Il doping è un tema complesso, spinoso, che richiede analisi, non reazioni impulsive. Anche tra atleti se ne parla spesso in modo superficiale, figuriamoci tra chi è un semplice appassionato... Per esempio, pochissimi sanno quanti test antidoping vengono effettuati nei principali circuiti internazionali. Dopo un mio recente articolo sull’argomento, in tanti si sono detti sorpresi. Il problema è che questo tipo di informazioni non circolano, non vengono spiegate.
Ne parliamo all’interno della Pro Trail Runners Association (PTRA). Non abbiamo grosso potere decisionale, ma possiamo fare pressione, dare feedback, chiedere più controlli, più trasparenza. Qualcosa si sta muovendo anche grazie a questo tipo di confronto. Poi, certo, ci sono dei passi avanti e dei passi indietro. Il caso Angermund del 2023, per esempio, ha creato molta confusione: molti gli hanno creduto, anche dopo la condanna, alimentando uno scetticismo pericoloso verso le istituzioni antidoping. E questo è un problema: perché al momento non abbiamo un'alternativa valida. Possiamo criticare, certo, ma se erodiamo la fiducia nel sistema, finiamo per compromettere tutta la base su cui si regge il nostro sport. E questo ragionamento ha ramificazioni ben più ampie”
Nell'ultima chiacchierata abbiamo parlato della prima, simbolica mezza maratona corsa in Svizzera a 13 anni. E abbiamo riflettuto sull'esistenza di vittorie o piazzamenti in grado di mutare diametralmente il corso di una carriera... Ci avevi detto che non era il tuo caso, menzionando invece una serie di cambiamenti piccoli e graduali. Vincere lo UTMB CCC fa comunque parte di questa tipologia di cambiamenti, oppure rappresenta qualcosa di diverso? E come ci si sente ad aver aggiunto un tassello alla storia sportiva italiano?
“Per quanto la CCC sia una gara enorme, tra le più importanti al mondo nel trail, nel mio percorso non rappresenta uno spartiacque netto. Sicuramente è stato un bellissimo traguardo, un riconoscimento importante, e forse può essere considerato un catalizzatore: qualcosa che ha accelerato, e sta accelerando, tanti piccoli processi che erano già in corso, e che normalmente avrebbero richiesto molto più tempo per giungere a compimento. Ma non cambia radicalmente il mio percorso, perché fa parte di una traiettoria più lunga, più profonda, che vivo come atleta e come persona. Vedo anche questo risultato come il frutto di un lavoro durato anni, che mi ha condotto fino a quel giorno. Poi, è vero: le gare sono anche circostanze, momenti. E riuscire a vincere non è mai scontato.
Da italiano, vincere la CCC è un onore: in larga parte, mi vedo come il prodotto delle persone e degli atleti del mio Paese che sono venuti prima di me, tracciando un certo approccio, una certa visione... Cerco solo di portare avanti questo filone, a modo mio. C’è da dire che, in quanto italiano, non sono affatto il primo ad aver vinto a UTMB: prima di me lo avevano fatto Marco Olmo e Francesca Canepa, in epoca precedente a UTMB World Series.”


Data la profonda consapevolezza del ruolo che ricopri, come atleta, divulgatore e simbolo del trail italiano (e anche, ormai, come attestata icona internazionale), che significati e riflessi sta avendo la costruzione di una nuova connessione con un brand come HOKA? E quanto è importante, per te, avere una piattaforma come questo brand per raccontare il tuo profondo approccio al running (ci riferiamo, per esempio, alla recente rubrica social ‘Ascender’)?
“Sicuramente è un brand con cui sento di avere spazio per far sentire la mia voce, e anche supporto, soprattutto sul piano della comunicazione. ‘Ascender’, per esempio, è stato un progetto nato da HOKA Italia per raccontare il viaggio verso l’UTMB di Alberto Ferretto, un dipendente Hoka che è anche mio amico. Ho partecipato come figura di supporto, mentore, compagno di viaggio. Il progetto è confluito in un cortometraggio presentato in queste settimane.
In parallelo, c’è stato un altro progetto per me molto importante: grazie alla collaborazione con il mio manager Filippo Solaro e con Damiano Levati, un professionista del mondo outdoor e filmmaker, ho iniziato a creare video legati alla mia attività. Dopo il primo video realizzato in autonomia, quello riguardante The Canyons, abbiamo ricevuto molti feedback positivi, e da lì abbiamo pensato di chiedere ad HOKA un aiuto per produrre altri contenuti. Quello dedicato alla CCC, uscirà a breve.”
Com’è stato approcciarti a questa nuova dimensione personale? Che riflessioni hai maturato provando a raccontarti?
“I primi video li abbiamo girati in modo molto artigianale, spesso con il mio iPhone, ma con il tempo abbiamo cercato di alzare un po’ l’asticella, anche in termini di qualità delle immagini. Ovviamente, per avere buone riprese durante una gara serve qualcuno che sia lì a seguirti sul campo, e tutto questo comporta un tipo di organizzazione diversa. Quello che mi ha colpito è quanto impegno richieda raccontare il quotidiano. Non è solo una questione tecnica: è anche cercare di capire cosa ha senso documentare, quali sono i momenti che possano veramente avere significato per chi li osserva. Quando ho preparato il video dedicato a Canyons, mi trovavo negli Stati Uniti per un training camp ed era tutto nuovo, entusiasmante…cinematografico, quasi. Raccontare la preparazione per la CCC, invece, è stato più complesso. La quotidianità aveva un ritmo diverso, più ordinario. E trovare lo slancio per dire “ok, prendo il telefono e filmo” risultava meno immediato.
Provandoci, però, ho capito che molte cose che per me possono apparire come banali o quotidiane, per altre persone sono fonte d’ispirazione. C’è grande interesse per il dietro le quinte, per il processo, per i dettagli che costruiscono una gara molto prima che questa cominci. Quindi direi che questo filone video è stato la cosa più nuova e coinvolgente dell’anno. Mi ha richiesto tempo, energie, anche un piccolo sforzo di esposizione personale… Ma non l’ho mai vissuto come un peso. Anzi. Credo che avere una piattaforma per raccontare cosa significhi davvero preparare una gara, o vivere lo sport nel quotidiano, possa essere un valore aggiunto: per me, ma anche per chi mi segue.”


Golden Ticket: hai detto sì per la Western States. Puoi guidarci nel tuo processo decisionale nei confronti di questa gara? È stata una scelta difficile, fatta di grandi ragionamenti, oppure hai agito d’istinto?
“Non è stata una decisione d’istinto, anche se da fuori può sembrare così. In realtà è stata una scelta ragionata, fatta insieme al mio allenatore nel contesto di una fase della mia carriera in cui mi sento più maturo, e con molte più opzioni valutabili rispetto a qualche anno fa. Ora, semplicemente, posso scegliere all’interno di un range molto più ampio di gare. E la Western States rientra in questo nuovo spettro di possibilità.
Accettare il Golden Ticket non vuol dire automaticamente partecipare, ma mi permette di tenere aperta la porta. E credo che l’anno prossimo potrei essere davvero pronto per affrontare questa gara. Anche il contesto ha inciso sulla scelta: il Mondiale era a breve distanza, quindi la finestra decisionale risultava estremamente ristretta. In generale, non ho ricevuto alcuna pressione. Tutto è frutto di una grossa libertà. Se la farò, sarà perché mi sentirò pronto.”
Spesso ti alleni ancora da solo in montagna, come affronti la solitudine quando devi star fuori tante ore? È ancora una risorsa o, con lo scorrere del tempo, sta diventando un peso?
“La solitudine può essere una risorsa, e lo è ancora per me, sia a livello emotivo che di pensiero. Correre è qualcosa che continuo ad amare profondamente. È rarissimo che io non abbia voglia di uscire a fare un allenamento, anche dopo giornate piene o stancanti. Giusto ieri, per dire, sono stato impegnato tutto il giorno, eppure alle sette di sera sono uscito lo stesso per allenarmi, senza pensarci troppo.
A volte mi trovo con altri atleti, ma non è sempre facile far coincidere i programmi. Ognuno ha i suoi obiettivi, i suoi ritmi. Di conseguenza, capita spesso di allenarmi da solo… E va bene così. Il passaggio a Hoka mi sta aiutando anche sotto questo punto di vista: un paio di volte l’anno ho l’opportunità di partecipare a training camp che mi permettono di allenarmi non solo con 'colleghi' del mio stesso panorama sportivo, ma anche con atleti di altissimo livello provenienti da altre discipline, che non fanno altro che contaminare e arricchire la mia esperienza e le mie conoscenze, attraverso la condivisione.
Detto questo, durante la corsa solitaria continuo a pensare molto... Ma, tornando alla prima domanda, è leggermente cambiato anche questo lato del mio rapporto con la corsa. Oggi posso permettermi meno di 'divagare', perché l’allenamento ha un peso specifico più importante, soprattutto da un punto di vista strettamente tecnico. Devo rimanere concentrato, anche se questo non significa essere sempre super focalizzati: significa, piuttosto, sapere quando lasciare vagare la mente e quando restare sul pezzo.”


Sei seguito fin dai tuoi esordi dallo stesso allenatore, Tito Tiberti, puoi raccontarci com’è stato crescere ed evolvere insieme a lui?
“Il mio team è leggermente più articolato: per la parte di forza-lavoro mi affido ad Andrea Meloni, mentre per tutto ciò che riguarda l’endurance continuo a lavorare con Tito. I due si parlano, incastrano i programmi, e insieme costruiamo il quadro completo. Poi ci sono altre figure di supporto, ma loro due sono i riferimenti principali.
Con Tito lavoro da oltre undici anni: quando abbiamo iniziato insieme non era specializzato nella corsa in montagna o nel trail. Abbiamo imparato insieme. Arriva dall’atletica leggera, quindi per lui è stato più semplice partire da lì, e poi adattarsi.
Oggi possiamo dire che abbiamo raggiunto certi risultati insieme, ed è una bella soddisfazione reciproca. Dimostra che la scienza dell’allenamento di endurance è una: la puoi declinare nelle varie specialità, ma i principi restano gli stessi. Non serve per forza essere ‘nativo’ di una disciplina per allenarla bene: serve conoscenza, curiosità e capacità di adattamento.”
Giunto alla piena maturità atletica e ad un punto nevralgico dell’esistenza, come la fase tra i 30-35 anni, quali sono le soddisfazioni a breve termine che vorresti ancora toglierti e che pensieri o piani a lungo termine stanno popolando la tua mente? C’è un libro tra questi?
“Scrivere un libro direi proprio di no... Me lo chiedono in tanti, ma non riesco a immaginarmi la mia faccia e il mio nome su una copertina. Ci sono già troppi libri sulla corsa, troppe storie personali raccontate. Non sento di avere qualcosa di così originale da dire. Almeno, non ora. Le mie soddisfazioni stanno più nel continuare a fare esperienze, nell’alzare ogni anno un pochino l’asticella: aumentare il volume di allenamento, introdurre strumenti nuovi... Con Tito, ad ogni stagione, siamo riusciti a fare uno step in più. Questa è la mia vera soddisfazione.
Certo, ci sono anche gare che vorrei ancora correre o in cui tornare per fare meglio di quanto ho fatto. Allo stesso tempo, sto maturando la convinzione che probabilmente non vincerò mai eventi come la Sierre-Zinal, mentre è più probabile che riesca a vincere la Western States per le mie caratteristiche. Quello che conta è che oggi ho più consapevolezza: di me stesso, dei miei mezzi, del mio posto nello sport. È qualcosa che evolve continuamente, ma ora sento di avere più a fuoco la mia personalità, la mia fiducia: questo mi permette di vivere tutto con più serenità e, di riflesso, con risultati migliori.”
Guardandoti indietro, avresti mai pensato che saresti arrivato a questo punto di comprensione di te stesso, anche grazie alla corsa?
“È come se avessi trovato, passo dopo passo, gli strumenti giusti per capire meglio certe cose di me stesso e per lavorarci davvero. Prima ne avevo solo l’intuizione, ma non sempre riuscivo a trasformarla in qualcosa di concreto. Oggi è diverso: il lavoro, l’esperienza e soprattutto alcune persone che hanno avuto un ruolo importante nella mia crescita mi hanno permesso di fare un salto di qualità. In particolare, posso dire che, negli ultimi tre o quattro anni, una di queste persone mi abbia davvero cambiato la vita.”








