Il debutto dell’innovativa regenerative sportswear collection lanciata da Under Armour e UNLESS ci ha permesso d’incontrare il fondatore del rivoluzionario regenerative brand, leader nel fashion rigenerativo, e neo Brand President UA. Attraverso la sua testimonianza, abbiamo compreso un virtuoso approccio ai prodotti, al design e alla cultura sportiva.
Generate. Degenerate. Regenerate. L’abbigliamento può confluire in uno stadio troppo a lungo snobbato dall’universo sportswear, oltre che da quello fashion, lo stadio della rigenerazione: di un ritorno all’origine in grado di annullare qualsiasi impatto negativo su un ambiente già martoriato da plastiche e sovrapproduzione.
Generate. Degenerate. Regenerate. In questo processo è definita la filosofia tanto avanguardistica, quanto cruciale, di Eric Liedtke: un visionario che ha deciso di cambiare paradigmi apparentemente inscalfibili, plasmando il brand UNLESS e utilizzando soli materiali plant-based destinati ad una naturale decomposizione. Il fashion che lascia illeso il Pianeta. Vestiti che nel lungo termine non distruggono, ma si fondono con la Terra.
Fare un’azione rigenerativa, spiega Liedtke durante uno speciale evento organizzato al Fuorisalone durante la Milano Design Week, significa lasciare un’impronta positiva alle proprie spalle, permettere un futuro migliore. Al suo fianco annuisce Kevin Plank, fondatore del colosso sportswear Under Armour. Dietro entrambi, una struttura che, da un lato, mostra i frutti della prima collezione sinergica tra UA e UNLESS e, dall’altro, funge da certificazione del nuovo ruolo di Liedtke: Brand President del brand nato sui campi da football dei ‘Terrapins’ di Maryland.
“Voglio congratularmi con Eric per aver raccolto il testimone di questa staffetta. E per aver trasformato questa corsa in uno sport di squadra, dove possiamo incoraggiare gli altri ad unirsi a noi, perché le persone devono sapere quanto tutto questo sia fondamentale…”, sottolinea Plank con il suo distintivo gergo a vocazione sportiva, tratto distintivo di un ex atleta collegiale di alto livello, diventato imprenditore per pura intuizione.
Anche noi diamo spazio a questa fondamentale battaglia, ascoltando direttamente dalla voce di Eric Liedtke i suoi pilastri, lo stato dell’arte del suo viaggio creativo a trazione sostenibile e la sua destinazione. Mentre parliamo, dei vermi abitano alcuni capi UNLESS in avanzato stato di decomposizione. Può suonare strano, ma è una visione di speranza. La speranza riassunta nella scritta ‘Protect Your Earth’, claim che incornicia la collezione Under Armour - UNLESS. La speranza infusa da una chiacchiera con un Game Changer che sta riuscendo a cambiare un’intera industry.



Il claim di Athleta Magazine è ‘Lo Sport è Arte e Cultura’. Quando si parla di cultura sportiva contemporanea, non si può non riflettere sulla sua complessa relazione con la sostenibilità. Nel tuo caso, quale ruolo ha avuto lo sport nell’avvicinamento, lo studio e la comprensione di una tematica rilevante, come quella ambientale? E questo processo come ha influenzato la nascita di UNLESS?
"Ho lavorato per Adidas a lungo: 26 anni, per la precisione. Sono partito da una scrivania posta di fianco allo smercio postale e sono arrivato fino al boardroom, come Presidente del brand. Durante questo percorso, i ragazzi di Parley (un'organizzazione globale per la difesa dell'ambiente, concentrata sulla fragilità degli oceani ndr.) sono entrati nel mio ufficio e mi hanno chiesto: ‘Ti piacerebbe salvare gli oceani?’. Ho risposto: ‘Certo, chi non lo vorrebbe? Ma ho anche un lavoro da fare.’ E loro mi hanno posto una domanda: ‘Sai che impatto ha l'industria sportswear sugli oceani?’
Ho chiesto loro maggiori spiegazioni e iniziato a comprendere l’effettivo impatto che l’industria ha sul processo di degrado del mondo sottomarino. Allo stesso tempo, ho capito quanto mari e oceani siano responsabili di ogni nostro respiro. In particolare, è stato drammatico scoprire quanto le microplastiche stiano distruggendo interi ecosistemi. Non riuscivo a credere a ciò che stavo sentendo. Lo sportswear era l’industria che amavo da oltre vent’anni… In quel momento qualcosa è scattato dentro di me, ho istantaneamente deciso di collaborare con Parley e di progettare soluzioni migliori, da un punto di vista della sostenibilità, per i prodotti.
La prima cosa che abbiamo fatto è stato acquisire delle reti recuperate durante un'operazione di Sea Shepherd. L’equipaggio aveva inseguito delle imbarcazioni da pesca illegali: utilizzavano reti nell'Antartico, dove non erano autorizzati a farlo. Il mio team si è recato ad Amburgo per prendere le reti abbandonate dai pescherecci e le ha utilizzate per creare la prima running shoe realizzata con plastica marina. Resta una storia straordinaria.
Quell'impresa è stata un punto di svolta per il mondo: ha fatto capire che si possono creare prodotti belli e funzionali partendo dai rifiuti di qualcun altro, o anche solo da reti che, altrimenti, arrecherebbero distruzione. Ci siamo riusciti nel 2015.
Quando ho lasciato l’azienda nel 2019, quell'iniziativa sulla plastica marina aveva raggiunto un valore che si aggirava attorno al miliardo di euro. Sapevo, però, che non potevo fermarmi. Dovevo affrontare il problema della plastica allargando ancora di più i miei orizzonti. Non volevo più fare affidamento sulla plastica riciclata e ho iniziato a chiedermi se fosse possibile creare calzature fatte interamente di piante e minerali. Nulla di più. Tutti nell'industry sapevano che quello era un obiettivo fondamentale, ma è stato UNLESS a realizzarlo. Abbiamo cominciato con i prodotti lifestyle e le scarpe, ora siamo addirittura giunti a fare prodotti per lo skate."
All’interno di questo percorso, come si inserisce il nuovo, significativo capitolo con Under Armour?
"Il nucleo di questa partnership con Under Armour è semplice: se stabilisci un obiettivo chiaro, puoi creare qualsiasi cosa tu desideri. Con l’aiuto di Kevin Plank e il supporto dell’intero team Under Armour, possiamo realizzare scarpe da calcio, divise da basket… Qualunque cosa vogliamo. Dobbiamo solo risolvere alcune sfide chiave ma, una volta superati questi ostacoli, saremo in grado di creare qualsiasi prodotto l’universo fashion richieda. E questo include anche il lato performance.
L’obiettivo è chiaro: se vogliamo rivoluzionare l’industria della moda, dobbiamo creare prodotti che non costringano i consumatori a scegliere tra qualità, gusto e valori. Credo fermamente che possiamo offrire sia prodotti eccezionali, che sostenibilità."


Hai già accennato alla tua personale visione dello sport, ma puoi dire qualcosa di più in merito?
"Sin da giovane, lo sport è sempre stato un pilastro fondamentale della mia vita. Sono stato nuotatore e giocatore di football. Erano questi i due miei grandi amori. Se non praticavo uno, praticavo l’altro. Con il tempo, inevitabilmente, sono uscito dal mondo del football americano. Il legame con l’acqua, invece, è rimasto forte, e ho evoluto la mia passione verso varie pratiche acquatiche, come lo scuba diving, lo snorkeling, il kayak… Alla fine, ho trovato la mia vera vocazione nel surf.
Il surf, oggi, è la mia passione. Non sono il miglior surfista, ma sono un entusiasta della disciplina. È uno sport che non impari dall’oggi al domani. Ho cominciato quando vivevo in Portogallo, a 40 anni: sono ancora in fase di apprendimento, ma la gioia che mi infonde aumenta di uscita in uscita.
C'è qualcosa di profondo nel trovarsi in acqua, nel sedersi nell'oceano e percepire il ritmo del mondo che pulsa sotto di te. Senti il forte desiderio di proteggerlo. Mi ero già innamorato dell'idea di sostenibilità, ma ho capito quanto fosse veramente necessario agire solo con l’aumentare della mia passione per il surf.
Ho avuto la fortuna di andare in pensione quando ho lasciato Adidas, 6 anni fa, ma non volevo semplicemente ritirarmi a vita privata. Volevo costruire qualcosa di significativo, qualcosa di cui possa essere orgoglioso, di cui possano esserlo i miei figli, i figli dei miei figli e altrettante generazioni a seguire... Voglio contribuire a ripulire il disastro che abbiamo creato.
Lo sport è sempre stato importante per me, così come l'ambiente che ci circonda. Sono in perfetto equilibrio: sono entrambe delle priorità assolute. La loro unione è diventata la mia missione"
Quando si parla di atleti, quale ruolo pensi possano avere nel diffondere queste cause?
"Credo che alcuni atleti abbiano una predisposizione naturale a interessarsi a questi temi, molti già lo fanno in modo tangibile. Non ho avuto l’opportunità di parlare con tutti gli atleti con cui Under Armour collabora, ma questa settimana ho avuto il privilegio di cenare con Hakimi, il calciatore del PSG. Una persona dalla grande curiosità intellettuale... Non abbiamo avuto modo di discutere di UNLESS, ma non ho dubbi che sarebbe una figura giusta con cui impegnarsi.
Al momento, sto cercando persone che condividano un background analogo—sia esso il mondo skate, surf o snow. Non esiste uno snowboarder o uno sciatore sulla terra che non si preoccupi di proteggere le montagne. Lo stesso vale per i surfisti. Gli skater sono un po' più complessi, dato il carattere atipico del loro sport, ma sembrano essere atleti più coinvolti in queste logiche rispetto ad altri: d’altronde, sono leader culturali.
Penso che dobbiamo partire da qui, da questi sport di ‘confine’: le discipline che sfidano i limiti. In questi spazi, spesso, possiamo trovare coloro che davvero fanno la differenza e dettano punti di svolta per il cambiamento."


‘Protect This Earth’ è uno slogan che si allinea profondamente con il manifesto di UNLESS: ‘We Leave Nothing and No One Behind’. Entrambi racchiudono l’essenza della nostra serie Game Changers, che esplora l’intersezione tra la cultura sportiva contemporanea e la sostenibilità. Riflettendo su queste parole, cosa significa per te essere un Game Changer?
“Al cuore di tutto, c’è la volontà di fare la differenza. Alla fine, quando le mie ceneri verranno sparse sulle acque del Pacifico del Nord-Ovest, voglio che le persone ricordino una sola cosa: che ho fatto la differenza. Ho adottato una nuova filosofia, una filosofia basata sullo scopo. Non voglio vivere una vita di obblighi. La mia vita è costruita su un principio di zero tempo sprecato. Se quello che faccio non serve a me stesso, alla mia famiglia, ai miei amici, alla mia comunità o al mondo, allora non lo faccio. È liberatorio vivere secondo questo principio, perché credo che ciò in cui finisci per investire tempo ed energia ritorni indietro. È l’effetto moltiplicativo: ciò che metti nel mondo, finisce per moltiplicarsi.
Quindi, sono un Game Changer? Sono un creatore? Sto solo facendo la mia parte, cercando d’incidere positivamente, come vorrei veder fare nel mondo. Ognuno di noi è qui per creare il cambiamento che immagina. La bellezza di essere allineati, con un’uguale missione, è che possiamo amplificarci a vicenda. Lo stiamo facendo proprio ora. Amplificare questa storia è importante per le nostre famiglie, per le vostre, per il mondo. Insieme faremo la differenza che tutti desideriamo. Il mondo ha sicuramente bisogno di una scintilla di speranza in questo momento.”
La tua carriera si è sviluppata ai vertici del design globale. Considerata l'importanza simbolica della Milano Design Week, potresti condividere con noi le tue riflessioni sul ruolo che il design deve giocare per ridurre il noto gap tra fashion e sostenibilità?
“Abbiamo appena parlato di sport. La chiave risiede sempre nel trovare le comunità all'avanguardia e innovare insieme a loro: mi riferivo a skater, snowboarder, sciatori e faccio lo stesso con designer e ingegneri. È così che si crea il cambiamento.
Avendo lavorato con alcuni dei più grandi artisti dei nostri tempi—Kanye, Pharrell, Beyoncé, Yohji Yamamoto—ho sempre visto una costante in loro: non hanno paura di correre grandi rischi. Sono disposti a fare scommesse audaci. Kevin Plank ha preso un grande rischio con me e ne sono profondamente onorato. Quando abbini questo tipo di spirito con persone provenienti dalle comunità sportive, creative o scientifiche che ho menzionato—comunità ad alta energia, popolate da persone che non temono di spingersi oltre i limiti—-si crea qualcosa di veramente rivoluzionario.
Credo che l’evoluzione non sia un processo lineare, ma sia caratterizzata da enormi balzi in avanti. Proprio ora, sto cercando quel balzo: un salto che acceleri il cambiamento in modo significativo. Per fare ciò, nella nostra area, bisogna essere dove si trovano i designer. E per questo motivo siamo a Milano, durante una settimana simbolica come questa.
Potremmo non avere lo spazio più grande, né il più esuberante, ma credo che quello che abbiamo portato sia la cosa più significativa. Non siamo qui per dare lezioni; siamo qui per invitare tutti a unirsi a noi per creare, progettare e guidare un vero cambiamento.”








