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Il sound designer e long distance runner, parte del team Arc’Teryx, è il nuovo protagonista della speciale rubrica di Athleta Mag e Runaway, ispirata dalla running culture contemporanea

In ogni passo di un runner risiede una scelta individuale, ma anche una dimensione collettiva, forgiata dalla creatività, dall'expertise, dal progresso, dall'estetica applicata al più antico, ma al contempo sempre in evoluzione, sport del mondo. Athleta Magazine e Runaway mettono in luce le figure che incarnano la peculiare multidimensionalità del running: i ‘RunMakers’, coloro che hanno trovato in questa disciplina molto più di un semplice passatempo, ma una piattaforma per affermare ed evolvere le proprie visioni, anche sotto il profilo professionale. Sono protagonisti di un settore che, per ogni ‘RunMaker’, è sinonimo di passione, competenza e visione.

Esploriamo il perché insieme al nostro nuovo ospite, il long distance runner e creativo multidimensionale, specializzato nel sound designing, Edoardo Rossano. Il recente innesto nel virtuoso team Arc’Teryx ci propone un nuovo approccio all’universo outdoor e al running stesso, dove sensibilità ambientale, ricerca sonora e performance atletica paiono fondersi in unico piano sequenza, votato alla bellezza dell’esperienza, dell’evoluzione personale e professionale, e della condivisione consapevole. 

Iniziamo dalle origini. Come è nato e si è evoluto il rapporto con il running nella tua vita? E la montagna, così come il regno outdoor, quando sono entrati a far parte del tuo percorso umano e sportivo?

“Il running, inteso come lo vivo oggi, è entrato nella mia vita da poco tempo: parliamo del periodo pre-Covid, tra il 2018 e il 2019. In quel momento è diventato una pratica quotidiana. Prima di allora, però, devo dire che lo sport ha sempre fatto parte della mia quotidianità: ho sempre avuto un bisogno fisico e mentale di muovermi. Per me, la pratica sportiva coincide con l’equilibrio. Da piccolo ho provato un po’ di tutto: calcio, nuoto, tennis… Poi, alle superiori, è arrivato il primo contatto tangibile con l’atletica, attraverso le corse campestri. 

La montagna è sempre stata presente. Ho degli zii appassionati—chi dell’escursionismo estivo, chi dello sci invernale. Sono cresciuto tra sentieri e piste. Ho iniziato con lo sci alpino e poi, sempre durante gli anni delle superiori, mi sono avvicinato allo scialpinismo. Il running e il suo lato agonistico si sono innestati più tardi, anche grazie a un gruppo di ragazzi conosciuti a Milano che già correvano in montagna. Con loro ho iniziato a fare qualche uscita, poi le prime gare... È stato tutto molto naturale, senza forzature. Ho seguito un flusso. Per qualche tempo non ho avuto un vero programma di allenamento. È successo tutto in modo spontaneo”

Una disciplina di nicchia che hai imparato a conoscere, affrontare e somatizzare è l’orienteering. Puoi parlarci di questa passione e di quanto incida sulle tue esperienze da runner?

“L’orienteering è un filone importante della mia vita. Questa passione è nata grazie ad un professore di educazione fisica. Aveva notato che me la cavavo nelle campestri e mi ha proposto questa pratica. Le prime gare sono state in ambienti cittadini, come Portogruaro, San Donà o Mestre, vicino a Venezia, dove riuscivo a usare bene la mappa e la bussola per compensare la scarsa conoscenza dei posti. Poi, sono arrivate le competizioni in ambienti più boschivi e montani, dove mi ha aiutato molto il tipo di educazione che mi ha trasmesso mio zio: tenere sempre dei riferimenti, muoversi con consapevolezza, conoscere i pericoli, avere ben chiaro come evitarli… 

Ancora oggi, quando posso, mi prendo una giornata e vado in montagna senza GPS o traccia, affrontando sentieri nuovi. Mi capita puntualmente di perdermi, ma il bello è anche quello: trovare la strada, uscire da una situazione difficile, portando sempre il massimo rispetto all’ambiente alpino. Basta poco per finire nei guai”

Proseguendo sui filoni importanti della tua vita, la musica ricopre sicuramente un ruolo apicale tra questi. Come sei diventato sound designer? E che tipo di sinergia, o confluenza, sei riuscito ad instaurare tra ricerca sonora e performance running? 

“La musica è fondamentale nel mio percorso. È parte integrante della mia esperienza nello sport, nella corsa, nell’esplorazione. Mio padre era un tenore drammatico, e da lui ho ereditato l’amore per questa forma d’arte. Lungo la mia vita, ho evoluto questo background, prendendo strade più sperimentali. Ho iniziato da piccolo con il pianoforte, poi sono passato alla batteria e alle percussioni più in generale. Ho studiato al Conservatorio Pollini di Padova. Infine, ho preso la strada del sound design, della registrazione e della composizione elettronica.

A Milano ho approfondito questo linguaggio sotto la guida di Giorgio Sancristoforo, in particolare registrando suoni ambientali durante le mie uscite in natura. Ancora oggi porto con me un microfono durante le escursioni, per registrare suoni che, in seguito, archivio in una sorta di biblioteca sonora. L’idea è quella di creare, in futuro, un’installazione immersiva che racconti la natura e il modo in cui l’essere umano la trasforma, nel bene e nel male. Uno dei luoghi che mi piacerebbe coinvolgere è la Sonosfera di Pesaro: un teatro unico nel suo genere, con 360 speaker che permettono un’immersione totale nel suono. Ho assistito a progetti incredibili lì dentro, come quello del professor David Monacchi ‘Fragments of Extinction - Il Patrimonio Sonoro degli Ecosistemi’. Il progetto studia e propone i paesaggi sonori delle foreste primarie equatoriali registrati da Monacchi durante le sue spedizioni. Visti i drastici mutamenti del clima e degli habitat naturali a livello globale, è ora di fondamentale importanza portare all’attenzione generale la ‘sesta estinzione di massa’.

Il ‘suono’ è parte integrante delle mie corse. Che si tratti di allenamenti o di gare, il suono e l’ambiente hanno un peso fondamentale. Sembrerà strano, ma sono un ‘no music’ runner: non corro con la musica. All’inizio la usavo, ma poi ho scoperto quanto possa essere bello ascoltare semplicemente il proprio respiro, i passi, il battito del cuore... Correndo in certi ambienti — che siano le Alpi o, come mi capita spesso, zone palustri vicino a casa — sento di essere completamente immerso nelle melodie della natura. È bellissimo percepire come il paesaggio sonoro muti di chilometro in chilometro. Certo, ascoltare musica con le Dolomiti di fronte può avere il suo fascino, ma sentire il rumore dei campanacci, degli uccellini, del vento tra gli alberi… Ti connette ancora di più a quello che stai facendo, rende più intensa e significativa la corsa. È anche un modo per prendere le distanze dalla fatica che, in qualche modo, diventa parte di qualcosa di molto più grande”

Il tuo poliedrico cosmo artistico e sportivo, oltre agli eccellenti risultati degli ultimi anni, ti hanno permesso di entrare a far parte di un team virtuoso, come quello di Arc’Teryx. Qual è lo stato dell’arte della tua connessione con questo brand? E che ricordi/sensazioni/obiettivi ti attraversano pensando al tuo ruolo di ambassador?

“Per me, essere un atleta Arc’Teryx significa intrecciare un percorso che unisce performance sportiva, creatività e consapevolezza ambientale. È una responsabilità che non si limita all’abbigliamento tecnico o alla visibilità: è un impegno condiviso verso un approccio più rispettoso e duraturo alla natura. Quando ho ricevuto la proposta da Arc’Teryx, non era solo una conferma del risultato sportivo, ma anche un riconoscimento della sensibilità e della visione che porto. Far parte di un brand che collabora con atleti attenti all’ambiente mi ha fatto sentire in accordo con valori autentici e profondi. 

Mi piacerebbe poter promuovere un uso consapevole degli ambienti alpini, mostrando come si possa attraversare paesaggi montani riducendo al minimo l’impatto individuale: dalla gestione del rifiuto all’attenzione ai mezzi di trasporto. Sarebbe bello trasformare ogni uscita di trail o progetto artistico in un’opportunità di narrazione ambientale, ispirando chi guarda a fare scelte più attente. Collaborando con Arc’Teryx, ambisco a sviluppare iniziative che vadano al di là della performance: workshop sonori in ambienti naturali, installazioni che raccontino la biodiversità sonora o narrazioni digitali legate alla sostenibilità. Arc’Teryx è un brand rinomato per il suo design essenziale, la sostenibilità nei materiali e la durabilità tecnica. Anche il mio percorso si allinea a questa filosofia: valorizzare il senso del gesto e del lavoro artigianale (nel sound design come nell’allenamento); promuovere l’equilibrio fra tecnologia, estetica e rispetto ambientale; fare della sensibilità per la natura non solo una dichiarazione, ma una pratica quotidiana visibile a chi esplora, corre, ascolta. In sintesi, il mio ruolo come atleta non è solo correre con il logo di Arc’Teryx, ma portare avanti un’idea: che lo sport outdoor, se vissuto con creatività e etica, diventa uno strumento potente per risvegliare la consapevolezza collettiva sulla bellezza e fragilità dell’ambiente. Un percorso che unisce estetica, performance e responsabilità e che spero possa ispirare altri a seguirlo.

Mi hanno anche chiesto un planning su due anni. Confesso di aver fatto un po’ fatica, perché non so nemmeno cosa farò domani...Figuriamoci in un periodo così lungo (ride ndr). Però avevo già in testa moltissime idee. Mi piace gareggiare, ho uno spirito profondamente agonistico, ma volevo anche proporre progetti meno legati al cronometro. A Gennaio, dopo la firma del contratto, mi trovavo in un momento in cui sentivo di dover dimostrare, a me stesso prima di tutto, ma anche a chi crede in me. Non volevo mollare nemmeno un metro, e forse proprio per questo ho ignorato quei segnali che il corpo stava iniziando a mandarmi. Durante un’uscita in montagna, in una parte di downhill piuttosto tecnica, sono caduto e ho rimediato un edema osseo al malleolo. L’infortunio è arrivato come uno schiaffo improvviso, e la parte più dura è stata accettare di dover rallentare. Per mesi mi sono sentito in bilico tra frustrazione, voglia di tornare, e quel senso di responsabilità che non mi lasciava mai del tutto. È stato un viaggio difficile, ma anche profondamente formativo.

Uno dei progetti a cui sto lavorando quest’anno, sempre al fianco di Arc’teryx, si discosterà un po’ dal focus sulla pura performance, o meglio, ci sarà anche quella ma per abbracciare una dimensione più ampia e di sensibilizzazione. E in tutto ciò darò anche il mio contributo a livello musicale. Sarà un’occasione per approfondire temi che sento sempre più urgenti, legati al rapporto tra uomo e ambiente, soprattutto in montagna. L’obiettivo è mostrare come sia possibile vivere e attraversare questi luoghi straordinari riducendo al minimo il proprio impatto.”

Cito una tua riflessione affine al progetto appena menzionato: “Gli sport outdoor, per la loro stessa natura, ci fanno interagire col mondo intorno elevando la nostra consapevolezza della sua bellezza e fragilità”. Cosa rappresenta nella tua vita, e nel tuo immaginario sportivo, la consapevolezza della fragilità dell’ambiente?

“Quella consapevolezza è diventata per me il filo invisibile che collega ogni corsa, ogni uscita in natura, alla responsabilità poetica del rispetto. Questa sensibilità non è nata dal nulla. Ho già parlato dell’educazione dei miei zii, ma anche mia madre mi ha insegnato fin da piccolo il rispetto per l’ambiente. Quando ero bambino, raccoglievamo i rifiuti che trovavamo nei sentieri. L’ambiente in cui viviamo e ci muoviamo non è un palcoscenico, ma un organismo vivo. Quando raccolgo un rifiuto, registro un suono o semplicemente decido di camminare senza GPS, esercito consapevolezza. 

Crescendo, sono stato ispirato da atleti come Yvon Chouinard, Clare Gallagher, Caroline Gleich, Rickey Gates, Kilian Jornet, Luc Jahier, Filippo Canetta… e ho iniziato ad approfondire sempre più queste tematiche. Lo sport outdoor è, secondo me, uno dei mezzi più potenti per sensibilizzare le persone sul valore — e la fragilità — della natura. Questa fragilità è un richiamo continuo: sui sentieri, il paesaggio cambia, il suono evolve, la natura dimostra i suoi limiti. Ogni passo diventa una presa di coscienza, non di dominanza, ma di dialogo. È un impegno estetico e morale: lo sport outdoor non è solo performance, ma pratica etica. 

Oggi cerco di ridurre l’impatto anche nei miei spostamenti. Mi piace viaggiare, ma sto riscoprendo quanto sia bello farlo con i propri mezzi o con i trasporti pubblici, e quanto valore ci sia nell’esplorare gli ambienti vicini. Da Milano, con una bici e un po’ di voglia, si può andare molto lontano. E vivere grandi avventure”

Alla luce di queste differenti prospettive ispirate o attinenti alla musa sportiva, senti che il running, nella tua vita, rimi con sfumature culturali? Se sì, pensi che sia un punto di vista comune alla maggioranza degli atleti, o solo ad una piccola parte di essi?

“Sono uno di quelli che crede che sport e cultura dovrebbero andare di pari passo. Quando si riesce a creare un bel rapporto tra queste due dimensioni, ne usciamo tutti arricchiti, sia sul piano sportivo che culturale. Purtroppo, per esperienza diretta, ho visto che non sempre gli atleti riescono a incarnare questo equilibrio. Mi è capitato, parlando con persone che ammiravo profondamente per ciò che facevano nello sport, di restare spiazzato nel cogliere visioni del mondo distanti dalla mia. È stato un promemoria forte su quanto il talento atletico non vada sempre di pari passo con una certa sensibilità umana. 

È proprio per questo che credo che sport e cultura camminino insieme. Per me, oggi non è più sufficiente che uno vada forte. Voglio sapere anche dove guarda, cosa dice, come si muove nel mondo. Lo sport ha un’enorme capacità di comunicare, e chi lo pratica, a qualsiasi livello, ha la possibilità—forse anche il dovere—di farlo in modo consapevole. Siamo nel 2025, il mondo cambia ogni giorno, e se riuscissimo a incanalare tutte queste energie in modo positivo, potremmo davvero fare qualcosa di significativo. Vorrei che la nuova figura dell’atleta fosse anche una figura che porta un valore aggiunto. Certo, le performance sono fondamentali, ma sarebbe bello che lo sport diventasse anche un veicolo per il dibattito, per il pensiero. Abbiamo già alcuni esempi virtuosi, qui in Italia penso ad Alice Linari e Francesco Puppi. 

Quest’anno, per l’appunto, mi è capitata la fortuna di entrare nel team Arc’teryx. Mi sento un privilegiato, perché ho avuto delle opportunità importanti. Eppure, faccio molta fatica a riconoscere il mio valore: non riesco a vedere i risultati che ho raggiunto nella vita e ogni successo mi sembra inadeguato. Spesso mi sento come se non meritassi nulla. Quindi, vorrei usare questa posizione per fare qualcosa in più, perché credo che lo sport—soprattutto il suo lato outdoor—possa avere un ruolo importante nel sensibilizzare le persone alla dimensione artistica e, più di tutto, al rispetto della natura: un tema essenziale. Spesso diamo per scontato quanta bellezza ci circonda e quanto bene ci fa stare nella natura. Ecco perché è altrettanto importante restituire qualcosa, nel nostro piccolo, all’ambiente”

Concludiamo questa chiacchierata parlando di quello che, comunque, resta il nucleo di ciò che fai: le gare, i risultati, le emozioni provate sulle lunghe distanze e sui podi… Quali sono stati i momenti sportivi più significativi della tua carriera sportiva, ad oggi? 

“Parlando di risultati, uno dei momenti che ricordo con maggiore piacere è stato il mio primo podio, alla 25km della Julian Alps by UTMB, su alcuni dei sentieri della mia infanzia. Era la mia prima stagione di gare, ed è stato un terzo posto molto emozionante. Poi c’è stata la Due Rocche (50km): anche lì un terzo posto, che in realtà mi ha rivelato l’importanza dell’alimentazione in gara. Un mese dopo, al Grand Raid delle Prealpi Trevigiane(70 km), mi sono gestito molto meglio, soprattutto da un punto di vista alimentare: sono arrivato al traguardo a giocarmi il primo posto allo sprint.

Forse il ricordo più bello, però, è la Lavaredo Ultra Trail 80K dell’anno scorso. Correre nelle Dolomiti è magico, un privilegio. Non è arrivato un podio, ma un quinto posto che porterò comunque nel cuore. E poi la Utlo 50, che ho vinto: la prima gara dove ho spinto dall’inizio alla fine, riuscendo, per la prima volta in una competizione, a gestirmi bene”