Il giovane fotografo Canadese spiega perché la fotografia sportiva deve incrociare l’arte, permettendoci di ammirare, per l’ultima volta in questo 2024, la magia delle Olimpiadi parigine
La passione è un dono. E quando lo studio viene applicato a questo dono, si sprigiona la creatività. Bilal Aouffen è l’esempio di questo processo. Ad appena 24 anni, le sue prospettive hanno già imparato ad andare oltre la semplice performance sportiva, ricercando e catturando emozioni. Lo sport è una forma d’arte, rivela questo giovane autodidatta con la sua opera visuale che ha già incrociato la strada con alcuni dei più rilevanti eventi sportivi globali, come le recenti Olimpiadi e Paralimpiadi.
Abbiamo ascoltato la sua testimonianza, provando a scoprire il background e il pensiero di un nuovo volto della fotografia sportiva, e rivivendo, al crepuscolo del 2024, le emozioni e i colori della meravigliosa estate parigina.



Potresti raccontarci le origini del tuo percorso fotografico e della tua connessione con l’immaginario sportivo?
“Sono nato in Canada, ho il passaporto canadese, ma sono cresciuto in Francia. Non ho imparato la fotografia per vie accademiche, non ho avuto una formazione tradizionale. All’inizio ho fatto come tutti, ho usato il cellulare. La gente non mi poteva vedere, era semplice fotografare. Poi, sono passato alla camera e ho seguito le influenze dei grandi fotografi americani, così come dei fotografi contemporanei con cui sono riuscito ad entrare in contatto. Sono un autodidatta, ma le mie conoscenze non arrivano da tutorial su YouTube, sono state ispirate dai fotografi che ho incontrato lungo la strada, come per esempio Cortney White. In Francia mi sono anche innamorato dello sport, li ho provati tutti, e mi sono particolarmente appassionato all’atletica. Non sono un grande atleta, ma nel tempo ho avuto modo di studiare tantissime discipline diverse e di comprendere che il mio approccio fotografico al mondo sportivo doveva essere artistico. Non volevo essere un tipico fotografo da stampa di massa”




Su che elementi si concentra la tua filosofia fotografica?
“Fin dall’inizio ho pensato che dovessi fare qualcosa di diverso, dovevo ricercare nuove prospettive, nuovi dettagli negli scenari sportivi. Volevo creare composizioni che potessero essere solo mie. Prima mi sono allenato con i miei compagni di atletica, in quel periodo ho iniziato a sedermi vicino agli allenatori, o alle famiglie. Ho capito che le loro emozioni erano dirette verso quegli elementi. E che lo stesso accadeva con i top atleti internazionali. Anche durante il gesto atletico provo sempre a concentrarmi sui ritratti e a cercare posizioni inusuali. Non volevo diventare il classico fotografo che si posiziona sul traguardo, volevo essere più vicino possibile alle sensazioni di ogni atleta. Provo a mettermi nei panni di chi fotografo, studio i suoi rituali e le sue esultanze, e mi faccio sempre guidare dal mio amore per lo sport. Pensate che, durante i Mondiali di Budapest, sono arrivato addirittura a fotografare il mio computer. Non avevo ricevuto l’accredito, ma ho voluto comunque provare a scattare da remoto. In generale, prima di ogni evento compro dei libri fotografici che mi possono ispirare, o faccio molta ricerca sul cellulare, e m’immagino quali risultati voglio raggiungere”




La tua lente ha ritratto molti grandi eventi sportivi, quali ti hanno ispirato maggiormente?
“Negli ultimi tre anni ho fotografato la Diamond League, i Campionati Nazionali francesi, gli Europei di cross-country a Torino e molto altro, anche all’esterno dell’atletica. Sicuramente mi ha affascinato ritrarre i box del team F1 Alpine, avevo accesso ovunque, tranne che sulla pista. Questo mi ha dato l’opportunità di concentrarmi sulle connessioni tra ingegneri, meccanici, piloti... Erano spazi intimi, che ho avuto il privilegio di scoprire con la mia lente. L’evento più importante, ad oggi, sono state le Olimpiadi parigine. Dovevo fotografare solo le Paralimpiadi, e durante le Olimpiadi sono stato in spazi pubblici. È stata una sfida che ho accolto. Mi sono preparato, studiando le varie location. Eventi all’aperto come il ciclismo mi ispirano particolarmente, perché posso sempre giocare con l’ambiente. A Parigi ho vissuto un’esperienza unica durante la gara. Il mio capo mi ha mandato una foto dalla salita di Montmartre, l’ho raggiunta e sono entrato in una casa al primo piano. Dalla finestra la vista era cinque stelle. Avevo la folla, i ciclisti e l’architettura parigina. Anche in questo caso ho giocato con le prospettive e il risultato è stato fantastico”




Nonostante la tua giovane età, hai già esplorato una grossa parte dell’estetica sportiva, ora quali sono i tuoi obiettivi?
“Ho 24 anni e ho già avuto la fortuna di fotografare un’Olimpiade in uno scenario unico come Parigi, quindi è difficile pensare ad eventi più importanti di questo. Sicuramente il mio obiettivo, o meglio, il mio sogno è quello di vivere grazie alla fotografia. Amo viaggiare, visitare nuovi Paesi, spazi e culture. Voglio continuare a ritrarre i momenti che nessuno vede e sperimentare. Nel prossimo futuro mi piacerebbe testarmi con uno sport come la vela, magari fotografando il Sail GP”










