Dalle ruote alla lente, intervista al rider e content creator di Bristol
Il ciclismo può sviluppare e ispirare strade parallele, come la comunicazione visuale e la produzione di contenuti. Sam William Andrews riesce ad unire questi punti. Nato e cresciuto a Bristol, questo rider-creativo inglese nel tempo ha toccato differenti universi atletici, plasmando sia la propria identità sportiva, che quella artistica. Dopo anni di skate, BMX e road cycling, oggi Andrews da un lato sta esplorando il gravel, partecipando alle più rinomate competizione del mondo, e dall’altro sta sempre più evolvendo e attestando la propria estetica, fatta di visioni che trasmettono consapevolezza, senso del presente e fascinazione naturale.
Le sue parole mostrano una vita segnata dallo sport e dal suo immaginario, e spalancano le porte verso una nuova generazione di atleti-artisti, esseri umani capaci di mettere in rima lo sforzo fisico con lenti e prospettive soggettive. La testimonianza di questo storyteller contemporaneo è un focus su chi nello sport non vede un regno della performance, ma una musa senza paragoni.






Puoi raccontarci il tuo percorso sportivo e fotografico?
“Da piccolo ho iniziato con la BMX, ero fuori tutti i giorni, tutto il giorno. Dopo alcuni infortuni, sono transitato nello skate. La cultura skate è una fusione di arti e lifestyle, quindi nel periodo skate è stato naturale avere sempre la macchina fotografica con me. Poi sono passato allo scatto fisso, e ho gareggiato in tutta Europa, ho partecipato anche un Red Hook Criterium. Quando ho sentito il bisogno di prendere le cose un po’ più seriamente, mi sono dato al ciclocross e alla bici da corsa. Ho subito capito che la creazione di contenuti in questi sport era ancora molto tradizionale e molto diversa da quella skate o fixie. E lo stesso vale per il gravel, il mio attuale focus principale. Le prospettive estetiche che ho maturato nei vari step del mio percorso sportivo mi hanno aiutato a diventare un creatore di contenuti per questi universi ciclistici. È bello mostrare il ciclismo attraverso la lente e catturare diverse emozioni e scenari... Al college ho studiato fotografia, ma non avrei mai pensato di ritrovarmi a collaborare con brand e a gareggiare con tute in lycra”




Sei contemporaneamente atleta, fotografo e creatore di contenuti, come ti definiresti?
“Non saprei, sicuramente è un equilibrio abbastanza difficile. Fino a poco tempo fa lavoravo full time, quindi era difficile prepararsi al 100% per una gara. Ora sono freelance e riesco ad organizzare meglio i miei allenamenti. Penso che la cosa più importante sia stata e continui ad essere la disciplina, perché devi sacrificare molte cose per avere una corretta struttura... Ho vissuto momenti in cui mi sono chiesto ‘cosa stai facendo?’, ma quando senti di aver costruito qualcosa o raggiunto un risultato, realizzi che ne valeva veramente la pena. Ovviamente c’è pressione in entrambi i casi. Ho la pressione dei clienti da una parte e del risultato delle gare dell’altra. Posso controllare di più la parte fotografica, ma quella sportiva ha troppe incognite: puoi allenarti benissimo, ma se durante la gara le gambe non vanno, non puoi farci niente... Nonostante questo, il ciclismo mi sta aiutando e regalando tanto tempo all’esterno. Mi fa sentire libero. Mi permette di essere costante ispirato da ciò che mi circonda, soprattutto durante gare ultra. L’anno scorso ho partecipato al BADLANDS, 40 ore di gravel non stop. Gare di questo tipo mi danno molto tempo per pensare e osservare. I panorami drammatici e le emozioni sono due capisaldi della mia ricerca fotografica. Per me è sempre importante raccontare ogni soggetto e il suo viaggio”



Come stai vivendo il tuo rapporto con il gravel e con i molti brand con cui collabori, come Alba Optics e MAAP?
“È fondamentale lavorare con brand in cui credi e riponi fiducia. Mi sono sempre detto che non avrei collaborato con brand che non mi piacciono. Quindi ho provato a costruire un network di prodotti che amo usare e che mi permettano di fare ciò che voglio fare al meglio. Sono molto felice dei lunghi rapporti che sono riuscito a costruire. Parlando del gravel, al momento questo mondo sta prendendo una nuova strada: è molto più professionale rispetto a qualche anno fa. Un tempo tutto riguardava l’autosufficienza e l’essere là fuori da soli per lungo tempo. Non so se mi piaccia ancora. Adesso mi sto dedicando sempre più alle lunghe distanze, dove sono veramente da solo e vulnerabile. Nessuno ti cerca. Sei con te stesso per giorni e notti, in tutte le condizioni. Le lunghe distanze ti spingono oltre i limiti. Certo, le competizioni gravel mi continuano ad affascinare, ma non so quanto a lungo riuscirò ancora a competere ad alti livelli... In fondo penso che la mia unica, vera passione sia essere là fuori e godermi l’avventura”




Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
“Nel breve termine parteciperò al The Rifet in Islanda, a qualche criterium UK e ad una serie gare UCI. Prenderò parte anche ad eventi su lunghe distanze e ad alcuni criterium. Sul lungo termine, come ho detto prima, vorrei dedicarmi di più alle ultra adventure races. Penso che lì troverei tanto per me stesso. A livello fotografico spingerò per lavorare con più brand e ampliare il mio portfolio anche all’esterno dell’universo ciclistico. Infine, vorrei provare anche a concentrarmi sulla produzione di video e film. Vedremo fin dove riuscirò a portare tutte queste cose”










