loader image

L’omaggio del duo creativo inglese all’Arsenal, e al successo dei Gunners in Premier League dopo 22 anni, permette il dialogo tra nostalgia e materia, fede e ispirazione, passato e presente

Il Nord di Londra lo attendeva dalla stagione 2003/2004. Quella degli ‘Invincibili’, di una squadra dal doppio sapore: epico, per le emozioni create, e maledetto, per la ripetuta incapacità di tornare sulla vetta della Premier League nel periodo che l’ha seguita. Un periodo apparentemente infinito, scandito solo da 5 FA Cup ed altre coppe nazionali. Dopo oltre un ventennio, però, i Gunners sono riusciti ad abbracciarsi di nuovo, da dominatori d’Inghilterra. Lo hanno fatto sul campo, dopo l’ultimo successo stagionale ai danni del Crystal Palace, e all’Emirates. Hanno proseguito, addirittura, a poche ore da un’infelice finale di Champions, in una parata-manifesto monopolizzata da migliaia di sorrisi e corpi celebranti.

Memorie che si creano e rinnovano. Leggende neo elette ed eroi di culto omaggiati rispettosamente. Sensazioni di un altro, significativo capitolo nella sentita storia di un club glorioso e di un popolo che dei suoi colori mai ha smesso di fare il proprio centro gravitazionale.

“Non supereremo mai questa fase”, citava un giovane Colin Firth in Febbre a 90°, pellicola (e libro) quintessenza della fede calcistica, non per niente ambientata all’ombra di Highbury. E proprio questo concetto sembra descrivere alla perfezione l’ispirazione dietro al progetto ‘Return to Memory’, plasmato dal duo creativo Luke & Nik. Tifoso del Man U il primo, Gunner fino al midollo il secondo. Nella loro sinergia, l’Arsenal campione è divenuto un soggetto ideale per connettere ciò che è stato con ciò che è. Per riscoprire ricordi e tracce passionali d’infanzia, ponendole in dialogo, attraverso tecniche di post-produzione e astrazioni cromatico-compositive, con l’estasi contemporanea, e i suoi protagonisti.

Una serie d’eclettiche creazioni specifiche, ma dal carattere universale. In fondo, è l’elisir magico del Beautiful Game: la sua forza di determinare intere vite, immaginari, addirittura prospettive artistiche, specie in occasioni speciali, come la vittoria di un titolo domestico. Come dimostra questo duo, il calcio crea punti di contatto in grado di superare qualsiasi barriera, compresa quella, definitiva, del tifo. Ed è forse questo il messaggio più prezioso racchiuso nel processo creativo, nel flusso visivo e nella testimonianza condivisa da Luke & Nik.

Nik, parlaci delle origini del tuo rapporto con l’Arsenal e di com’è stato lavorare a questo progetto specifico insieme a Luke, tifoso del Manchester United?

Nik: “L’Arsenal è una presenza costante nella mia vita fin da quando ero bambino, proprio come il calcio. Il fatto che io sia tifoso dell’Arsenal e Luke dello United ha reso tutto ancora più interessante. Condividiamo una sensibilità comune, ma restiamo due persone diverse, con passioni e punti di vista distinti. Sono stato io a dire: “Credo che l’Arsenal possa vincere il campionato e vorrei realizzare qualcosa a riguardo”. E ho dovuto convincere Luke che, dal punto di vista creativo, ne valesse la pena. Sono cresciuto con due fratelli: il maggiore tifava Liverpool, il più piccolo Chelsea. Io ho scelto l’Arsenal. A volte non c’è una vera ragione dietro la squadra che sostieni: semplicemente finisci per scegliere una strada diversa dagli altri. Da ragazzino, andavo a Highbury un paio di volte all’anno con gli Scout. Visitavamo le facility giovanili, incontravamo i calciatori pro, giocavamo a calcio e poi assistevamo alla partita. È stato un modo bellissimo per entrare in contatto con il club. Erano anche gli anni dell’arrivo di Arsène Wenger, e la sensazione era che stesse succedendo qualcosa di importante. La filosofia, il cambiamento che stava attraversando il calcio inglese, l’apertura ai giocatori internazionali… Per chi tifava Arsenal era impossibile non percepire quell’energia. Thierry Henry era il mio idolo assoluto. Avevo suoi poster ovunque. Qualche tempo fa ho ritrovato persino la risposta a una lettera che avevo scritto al club da bambino. È difficile ricordare con precisione cosa provassi allora, ma quando ritrovi oggetti del genere ti rendi conto di quanto tutto ciò significasse per te”

 

Luke, cosa rappresentava e rappresenta l’Arsenal agli occhi di un tifoso del Manchester United?

Luke: “Quando ero piccolo, l’Arsenal era il club rivale per eccellenza del Manchester United. Mi considero fortunato ad aver vissuto quel periodo, perché era un’epoca straordinaria per il calcio inglese. Ancora oggi, quando se ne parla, tornano sempre gli stessi riferimenti: Vieira e Roy Keane nel tunnel degli spogliatoi, Wenger e Ferguson… Immagini che, nel tempo, sono diventate leggendarie. Nel calcio contemporaneo, tendiamo a guardare a quella rivalità con nostalgia, come ad un simbolo di ciò che il calcio inglese è stato. All’epoca risale anche un aspetto fondamentale che Nik ha già accennato: Arsène Wenger ha avuto un ruolo enorme nella modernizzazione del calcio britannico. La professionalizzazione dei club, lo scouting internazionale, il modo stesso di gestire una società sportiva... Ha cambiato molte cose. Per quanto mi costi ammetterlo da tifoso dello United, l’Arsenal è uno dei club più importanti della storia recente del calcio proprio per questo motivo. Negli ultimi quindici anni il Manchester United ha attraversato un periodo complicato. Anche l’Arsenal ha vissuto una lunga fase di transizione, ma ne è uscito in modo completamente diverso. Il calcio è ciclico: gli equilibri cambiano molto più rapidamente di quanto immaginiamo. Trovo interessante che le rivalità non sembrino più avere lo stesso livello d’intensità. Guardiola e Klopp si rispettavano profondamente. Ferguson e Wenger no. E quella tensione finiva inevitabilmente per riflettersi anche sui giocatori. Oggi è difficile immaginare un ritorno a quel tipo di ‘dualismo’, perché immagine, comunicazione e branding occupano uno spazio molto più centrale di un tempo”

 

Che ruolo ha avuto il calcio nelle vostre vite, al di là del tifo?

Nik: “Il calcio è uno degli elementi centrali della mia vita. Non sono mai stato un giocatore particolarmente talentuoso, ma ho sempre giocato: a scuola, nelle squadre locali, al parco, ovunque ce ne fosse l’occasione. Quando mi sono trasferito a Londra, trovare persone con cui giocare è stata una delle cose che mi ha davvero permesso di entrare in relazione con la città”

Luke: “Credo che il calcio sia uno dei più potenti strumenti di connessione che esistano. Puoi entrare immediatamente in sintonia con qualcuno semplicemente perché condividi la medesima passione per il football. Subentra subito una sorta di entusiasmo comune che rende naturale iniziare una conversazione. Per me tutto è cominciato molto presto. I ricordi più vividi che ho sono probabilmente quelli legati agli Europei del 1996. Si giocava in Inghilterra e ricordo che, ad un certo punto, tutto mi sembrava più grande dello sport stesso. Il calcio era ovunque: nei negozi, per strada, nelle conversazioni. Credo sia stata la mia prima esperienza diretta riguardo la forza culturale dello sport. Oggi vivo in Danimarca e negli anni ho abitato in luoghi diversi. Come diceva Nik a proposito di Londra, il calcio resta uno dei modi migliori per conoscere persone e costruire relazioni. È uno strumento unico”

Il calcio occupa chiaramente uno spazio importante nelle vostre vite. In che modo la sua cultura visiva ha influenzato il vostro lavoro? E quali esperienze professionali o creative, incluso questo progetto, vi hanno permesso di entrare maggiormente in contatto con il Beautiful Game? 

Nik: “In realtà questo progetto ci ha aiutato a capire molte cose anche su noi stessi. Il calcio è sempre stato una passione enorme e, quando inizi a lavorare in questo settore, inevitabilmente fantastichi sull’idea di fotografare calciatori o di entrare in contatto con quel mondo. La nostra prima esperienza significativa è arrivata grazie al calcio femminile. Abbiamo ritratto Leah Williamson poco prima del Mondiale 2019. All’epoca era una giovane giocatrice dell’Arsenal, considerata una delle più promettenti del panorama inglese. Da allora è diventata capitana dell’Arsenal e dell’Inghilterra, vincendo praticamente tutto. È stata un’esperienza speciale, perché a volte capita di idealizzare così tanto un atleta… Che l’incontro con la persona reale può risultare deludente. Con Leah è successo l’esatto opposto. Da quel lavoro sono nate altre opportunità nel calcio femminile, una dimensione che, per noi, è stata molto importante. Parlando dell’impatto del calcio sulle nostre prospettive creative, la cosa interessante è che la vittoria del campionato dell’Arsenal, dopo così tanto tempo, ha riattivato una quantità incredibile di ricordi. Mi sono tornate in mente sensazioni che non provavo da anni, risalenti all’ultima volta che avevamo vinto la Premier League. Ad un certo punto, mi sono ricordato che da ragazzo facevo degli interi album dedicati all’Arsenal. Ho sempre avuto una specie d’incapacità fisica nel buttare qualsiasi cosa riguardi il club. Così, ho iniziato a cercare vecchi quaderni e scatoloni, trovando proprio quegli album. Erano lavori molto rudimentali, parliamo di vent’anni fa... Da allora, il mio e il nostro approccio al collage si è evoluto enormemente. In fondo, però, il principio di questo progetto era già insito in quei materiali: in quei ritagli di articoli di giornale, che incollavo sulle pagine dove annotavo risultati e marcatori. Guardando quegli album ora, mi rendo conto che, con ogni probabilità, quella è stata la mia prima forma di relazione creativa con media artistici. Questo progetto ci ha portato a riflettere su tutta la cultura calcistica che ci circondava da bambini: gli album di figurine, i poster, le riviste, i giornali sportivi. Tutte cose che, evidentemente, hanno contribuito a formarci molto più di quanto immaginassimo.”

Luke: “Sono consapevolezze che arrivano, soprattutto, con il tempo. Non riguardano soltanto il lavoro creativo, ma la vita in generale. Ad un certo punto realizzi che tutto ciò che ti circonda lascia una traccia: i cartoni animati che guardavi, le pubblicità che vedevi in televisione, la cultura calcistica in cui sei cresciuto. Alcune influenze sono evidenti, altre lavorano in modo quasi invisibile, ma in qualche modo finiscono tutte per riaffiorare nel modo in cui osservi il mondo e costruisci cose. La parte più interessante è che, crescendo, impari a riconoscere queste connessioni e a raccontarle con maggiore lucidità.”

 

Uno dei temi centrali di questo progetto a vocazione Arsenal è la trasformazione della nostalgia in qualcosa di tangibile. Come avete affrontato questo tipo di processo?

Luke: “È stato un processo molto naturale, in primis perché il calcio è una componente fondamentale della nostra amicizia. Di fatto, quasi ogni settimana, la nostra prima telefonata finisce inevitabilmente per trasformarsi in una conversazione su quello che è successo nel weekend calcistico. Con il passare della stagione percepivo sempre di più l’entusiasmo di Nik. Ad un certo punto mi ha raccontato quest’idea che si portava dietro da tempo. Il nostro modo di lavorare funziona spesso così: uno arriva con un’intuizione e l’altro cerca di capire come poterle dare forma. Anche se tifo Manchester United, riuscivo a vedere chiaramente l’energia dietro questo progetto. Quando qualcuno è davvero entusiasta di un’idea, di solito vale la pena seguirla. Così, abbiamo iniziato. Più che spiegarmi tutto nei dettagli, Nik ha cominciato a produrre immagini. C’erano delle primissime esplorazioni visive: composizioni in bianco e nero, diverse direzioni possibili… Credo di averle viste un venerdì. Mi era chiaro che ci fosse qualcosa d’interessante, ma avevo bisogno di tempo per metabolizzare e capire cosa funzionasse davvero. Il lunedì successivo, Nik mi ha scritto dicendo che avrebbe voluto continuare a sviluppare il progetto. Tra le varie suggestioni, c’era un elemento che continuava a ronzarmi nella testa: la cultura delle figurine. Aveva lasciato un segno profondo nella mia infanzia. Le prime immagini condivise da Nik erano più vicine alla fotografia documentaria: giocatori in movimento, momenti di gioco, immagini di campo... Io, invece, ho sentito il bisogno di spostarmi altrove. È stato il primo vero punto di svolta del progetto. Una volta individuata la nuova direzione, tutto ha iniziato a prendere forma molto rapidamente”

Nik: “Ciò che racconta Luke è uno degli aspetti più affascinanti del lavorare in coppia. Hai un’idea e, detto in maniera molto semplificata, è quasi come se l’affidassi a qualcun altro: al fine di vedere, effettivamente, cosa possa diventare. In questo caso, ho mostrato a Luke quello che avevo in mente. Avrebbe potuto tranquillamente rispondermi: “Non funziona” oppure “Non credo valga la pena portarla avanti”. Invece, ha trovato abbastanza elementi da sentirsi incuriosito e da voler immaginare un’ulteriore evoluzione dell’idea stessa. Questo è uno dei grandi vantaggi nel lavorare in due. Durante quel fine settimana sapevo che l’idea stava continuando a vivere nella testa di qualcun altro. E quando è tornata indietro, non era più la stessa: si era trasformata. Se avessi continuato da solo, probabilmente sarei rimasto sulla strada del bianco e nero e dell’approccio documentaristico. Invece, il progetto ha deviato solamente perché eravamo in due. E, guardando il risultato finale, sono davvero contento che sia andata così”

Collaborate da molti anni. Vi capita mai di pensare al vostro duo come ad una squadra?

Nik: “Assolutamente. Non ci avevo mai considerato in questi termini, ma esiste senza dubbio una dimensione di squadra in ciò che facciamo. Attraversiamo le difficoltà insieme e, sempre insieme, celebriamo i momenti migliori. Spesso definiamo la nostra collaborazione una relazione, perché in fondo si tratta proprio di questo: una delle relazioni più importanti delle nostre vite. La cosa interessante è che ogni duo creativo sembra funzionare secondo regole completamente diverse. Molti ci chiedono come siamo organizzati e, quando ascoltiamo le storie di altri studi, scopriamo metodi totalmente differenti. Nel nostro caso, entrambi possiamo fare tutto. Possiamo guidare un progetto, scattare fotografie, editare immagini, sviluppare concetti… I ruoli sono gli stessi, ma continuiamo a scambiarli. Questo mantiene il lavoro vivo e permette di crescere insieme. Nessuno dei due diventa un tecnico specializzato in una singola area. Evolviamo alla stessa velocità”

 

Calcio Totale, quindi?

Nik: “Esattamente”

Luke: “Possiamo giocare in qualsiasi posizione. Per proseguire sulla falsariga della metafora calcistica, io gioco ancora ogni settimana, anche se a un livello piuttosto modesto. Negli anni ho riflettuto spesso su cosa mi piaccia davvero del calcio: è l’idea di costruire qualcosa insieme agli altri. Passi il pallone a qualcuno, lui fa qualcosa che tu non avevi previsto e, magari, da quella sequenza nasce un gol. È questo il cuore del gioco. Mi piacciono anche gli sport individuali, ma creano sensazioni completamente diverse. C’è qualcosa di unico nell’essere parte di una squadra. Durante questo progetto ricordo di aver detto a Nik: “È esattamente per questo che facciamo quello che facciamo”. Da solo, non avrei mai realizzato questo lavoro. Allo stesso tempo, Nik non lo avrebbe realizzato allo stesso modo senza di me. È l’essenza della collaborazione: riuscire a creare qualcosa che, senza quel tipo d’incontro, semplicemente non potrebbe esistere. E quando ti trovi nel mezzo di quel processo, è una sensazione straordinaria”

 

Mentre ripercorrevate la storia recente dell’Arsenal, ci sono stati giocatori, episodi o dettagli che vi hanno riportato indietro nel tempo o che hanno stimolato la vostra immaginazione?

Nik: “Mi piace questa domanda, perché quando il successo arriva, specie dopo una lunga attesa, sei inevitabilmente portato a guardare indietro nel tempo. Quando una squadra conquista qualcosa d’importante, inizi a ripensare a tutte le persone che hanno contribuito a quel percorso, anche a quelle che non erano presenti nel momento in cui il trofeo è stato sollevato. Ho partecipato alle celebrazioni per il titolo tenute all’Emirates ed è stata una delle atmosfere più incredibili che abbia mai vissuto. Tutti erano lì per la stessa ragione. Ovunque si respiravano gioia e senso di appartenenza. Camminando tra la folla, ogni metro sentivi partire un coro diverso. Uno dei cori più cantati era quello dedicato a Santi Cazorla. Mi ha colpito. Cazorla non ha vinto Premier League con l’Arsenal. Ha conquistato delle FA Cup, certo, ma non è stato protagonista di una squadra campione d’Inghilterra. Eppure, è diventato un autentico eroe di culto per i tifosi. In quel momento ho percepito tutta la forza della nostalgia. Parallelamente, stavo rovistando tra i miei vecchi cimeli dell’Arsenal e ho ritrovato moltissime maglie. È curioso perché, crescendo, smetti di mettere il nome dei giocatori sulle spalle. Da bambini sembra naturale: quei calciatori sono i tuoi eroi. Riguardare quelle maglie è stato come aprire una capsula del tempo. C’erano Henry, Ashley Cole, Cesc Fàbregas, Samir Nasri. E mi sono reso conto di avere avuto una pessima sorte: praticamente ogni giocatore di cui avevo stampato il nome sulla maglia aveva, chi prima, chi dopo, abbandonato il club. Almeno avevo evitato di comprare una maglia di Van Persie... All’epoca avevo scelto Giroud, che oggi sembra una decisione decisamente più prudente. C’è anche un altro ricordo che è riaffiorato durante il progetto. Quando mi sono trasferito a Londra, mi sono ritrovato a giocare a Westway, nell’ovest della città. Era una specie di crocevia del calcio londinese. Poteva capitare di vedere Ian Wright su un campo e Robert Pirès su quello accanto. Non era un evento speciale, anzi: tutto avveniva in modo sorprendentemente informale, perché intorno si giocavano decine di partite in contemporanea. A volte arrivavano anche ragazzi delle academy dopo gli allenamenti, semplicemente perché volevano continuare a giocare. Ripensandoci, oggi, mi sembra quasi surreale. Ti guardavi intorno e pensavi: “Quello è Ian Wright. Quello è Robert Pirès”. Sicuramente questo progetto ha riportato in superficie molti ricordi come questo”

Luke: “È un tema interessante, perché abbiamo dedicato molto tempo anche all’analisi della squadra attuale. All’inizio avevamo pensato di concentrarci su alcuni giocatori specifici. Poi, più ne parlavamo, più ci rendevamo conto che non poteva essere quello il vero tema del progetto. Il calcio è uno sport collettivo. Non si vince senza il contributo dell’intero gruppo. Per questo ci sembrava importante rappresentare la squadra nella sua totalità. Una delle cose che più mi incuriosisce, osservando le celebrazioni e le reazioni dei tifosi, è osservare verso quali giocatori s’indirizza l’affetto della gente. Alcuni diventano figure di culto imprevedibilmente. Risulta naturale, quindi, iniziare a chiederti come verrà guardata questa squadra tra dieci anni. Chi verrà ricordato come una leggenda? Quali saranno i giocatori che i tifosi continueranno a raccontare con più affetto? La parte affascinante è che nel presente non puoi darti una risposta. Nel calcio la prospettiva cambia velocemente. Mentre lavoravamo al progetto mi sono trovato spesso a riflettere proprio su queste dinamiche”

A proposito di giocatori: quali sono i calciatori che hanno ispirato e continuano ad ispirare la vostra immaginazione?

Nik: “Gianfranco Zola per me rappresentava alla perfezione quel tipo di giocatore. Una ‘Magic Box’ capace di vedere cose che gli altri non vedevano. Adoro riguardare i video di calciatori così, soprattutto legati agli anni Novanta. Il calcio era probabilmente più fisico, più duro, eppure certi talenti dell’epoca sembrano perfettamente contemporanei. Credo che molte persone stiano iniziando a sentire la mancanza di quelle figure. Il gioco è diventato più strutturato. I calci piazzati hanno assunto un’importanza enorme. Tutto appare più organizzato, più codificato. Sento una nostalgia crescente riguardo il ritorno del classico numero dieci. Detto ciò, questa stagione ha decisamente modificato il mio modo di guardare il calcio. Ho passato così tanto tempo a seguire l’Arsenal di Mikel Arteta che ho imparato ad apprezzare aspetti del gioco che prima mi sfuggivano. Non avrei mai pensato di dire che osservare un difensore centrale potesse essere una delle cose più divertenti del calcio, ma è esattamente quello che mi è successo. Prendiamo Riccardo Calafiori. A mio avviso, non abbiamo ancora visto la sua versione migliore, anche a causa degli infortuni che ne hanno limitato la continuità… Però è uno di quei giocatori capaci di difendere in maniera impeccabile e, pochi secondi dopo, comparire improvvisamente nell’area di rigore opposta. Verso la fine della stagione ha fatto un intervento in stile-scorpione semplicemente bellissimo da vedere. Cinque minuti più tardi, sembrava un centravanti. Lo guardi e ti chiedi continuamente quale sia davvero il suo ruolo. È tranquillo con il pallone tra i piedi, sa difendere e sembra a suo agio in qualsiasi zona del campo. Adoro giocatori così”

Luke: “Sono cambiato molto nel corso degli anni. Da ragazzino guardavo Djibril Cissé e pensavo che fosse la persona più cool del pianeta. Aveva un carisma incredibile, una personalità fortissima. Mi divertiva il fatto che fosse l’opposto di me. Sono sempre stato piuttosto riservato, mai particolarmente estroverso. Forse proprio questo lo rendeva così affascinante ai miei occhi. Poi c’era Steven Gerrard. Amavo osservare Gerrard. Mi sembrava un giocatore in grado di fare qualsiasi cosa. Poteva occupare qualsiasi posizione in campo ed essere comunque il migliore. Di recente, ho rivisto alcuni documentari sulla Champions League vinta dal Liverpool e ritrovarlo sullo schermo mi ha ricordato quanto fosse straordinario. Penso che tutti conservino il ricordo di un giocatore e di una sua azione talmente incredibile da togliere il fiato, seguita poi da intere giornate focalizzate sull’emulare quella stessa azione in giardino o al campetto. Nel mio caso è sicuramente successo con Gerrard. E sicuramente con Cissé. Di solito, finivo per cadere e ritrovarmi a terra. Ma faceva e fa parte della magia. Oggi, credo di apprezzare qualità diverse nei calciatori. Mi attraggono quelli che lavorano in silenzio, quelli che non sentono il bisogno di stare costantemente al centro della scena. Per questo ho sempre amato Andrés Iniesta. Era capace di fare cose straordinarie con il pallone, ma non dava l’impressione che tutto dovesse ruotare attorno a lui. Sembrava una persona discreta, umile. Probabilmente, con il passare degli anni, ho imparato ad apprezzare sempre più questo tipo di figure”

 

Questo progetto arriva in un momento in cui il calcio appare sempre più influenzato da logiche commerciali. In questo contesto storico e sportivo, quale ruolo può giocare l’arte?

Nik: “È una domanda molto interessante, perché il calcio è pieno di contraddizioni. Da una parte contiene qualcosa di straordinariamente positivo, dall’altra porta con sé dinamiche molto più complesse. Negli anni, ho imparato che i tifosi vengono spesso raccontati attraverso stereotipi piuttosto semplicistici. Quando frequenti davvero il mondo del calcio, ti rendi conto di quanto invece sia un ambiente estremamente eterogeneo. Sono giorni che continuo a pensare alle celebrazioni per il titolo dell’Arsenal. Sembrava un festival. C’erano persone di ogni età, provenienza e background. Uomini, donne, famiglie, gruppi di amici. Tutti riuniti per la stessa ragione. L’atmosfera era incredibilmente positiva. In quel momento ho pensato: “Questo è il mio club. Questi sono valori nei quali mi riconosco”. Credo che questa sia anche una delle motivazioni alla base della nostra filosofia artistica. Non ci interessa commentare ogni aspetto dell’attualità o produrre letture assolute della realtà. Cerchiamo di creare opere con cui le persone possano entrare in relazione sul piano emotivo. Oggi il punto di incontro tra cultura calcistica e pratica artistica mi sembra più vivo che mai, e penso sia una cosa positiva. Questo punto di contatto permette a più persone di avvicinarsi al calcio. Rende lo sport più accessibile. Offre nuove modalità di partecipazione e di racconto. Di certo non siamo i primi a muoverci in questo spazio. Ci sono tantissimi artisti, fotografi e creativi che stanno facendo lavori straordinari. Ma siamo felici di poter contribuire a questa conversazione”

Luke: “I club hanno iniziato a comprendere la varietà delle persone che gravitano loro attorno, e credo che questa sia una delle trasformazioni più interessanti del calcio contemporaneo. L’Arsenal, da questo punto di vista, risulta essere un esempio particolarmente interessante. È una società molto consapevole delle diverse comunità che convivono attorno al club. E, cosa ancora più importante, è disposta a sostenere artisti, collettivi, gruppi di tifosi e persone che vogliono raccontare la propria esperienza... L’arte sa fare esattamente ciò: sa offrire agli individui uno spazio per esprimere il proprio punto di vista. Io e Nik possiamo parlare di calcio soltanto attraverso le nostre esperienze. Altri potranno raccontare storie completamente diverse. E va bene così. Anzi, più un club riesce ad accogliere sguardi plurali, più la sua cultura diventa ricca, sfaccettata e interessante. Alla fine, credo che sia anche uno dei contributi più importanti che il calcio possa offrire: creare occasioni di comprensione reciproca. E non è poco”