Durante una speciale esperienza immersiva adidas, ispirata dal contatto tra fashion e immaginario sportivo, abbiamo conversato con un’icona italiana di una disciplina in costante evoluzione: il pentathlon moderno
Curioso come il concetto di ‘Unexpected’ coincida con la radice stessa del pentathlon moderno: un mosaico di eventi provanti, certo, soprattutto un collage di discipline ricche d’incognite ed enigmi, di scenari in continuo divenire. Specie nella sua era contemporanea, dove i cambiamenti stanno avvenendo anche ad un piano più alto rispetto alla performance: quello strutturale, come evidenzia, per esempio, l’eliminazione della prova equestre a favore di una corsa ad ostacoli.
Dopo aver conquistato un bronzo storico a Parigi, oggi Giorgio Malan sta proseguendo nel suo infinito processo di perfezionamento delle varie componenti di questa disciplina e, contemporaneamente, ha anche avuto modo di vivere un’altra declinazione dell’inaspettato: quella plasmata da adidas, in una serata di fusione tra fashion e sport, che ha portato Malan stesso a sfilare al fianco di rinomate icone italiane del calibro di Alex Del Piero e Mahmood, tutte unite dalle Three Stripes.
Abbiamo voluto raccontare questa fusione di codici e linguaggi attraverso le prospettive del torinese classe 2000, raccogliendo le sue impressioni a pochi minuti da un’atipica performance, quella sulla passerella, e mettendo in contatto il suo immaginario sportivo con lo spirito culturale che lo circondava.



Partiamo dal titolo di questo evento, ‘Unexpected’. Il tuo sport, così multidimensionale, è inevitabilmente associata al concetto di ‘inaspettato’, d’incognite che fanno parte di ogni disciplina del pentathlon moderno. Cosa rappresenta l’inaspettato per Giorgio Malan?
“Secondo me il concetto di ‘Unexpected’ riprende molto quello che succede in gara. Perché ti puoi preparare al 100%, cercare di curare ogni dettaglio per far sì che non ci sia nulla di inaspettato... Alla fine, però, arriva sempre. Onestamente, è anche ciò che rende speciale il giorno della gara. Puoi controllare tante cose, ma altre no. Alcune di esse saranno inevitabilmente inattese. Tutto sta in come le cogli. Spesso sono difficoltà, criticità da superare. E devi gestirle. Anche oggi, in questo evento, per me è tutto abbastanza nuovo e, quindi, inaspettato, però me lo sto godendo. È un po’ quello che cerco di fare nella vita e, soprattutto, in gara: il momento in cui si percepisce di più quel senso d’ignoto, il non sapere dove andrai esattamente anche se ti sei preparato al massimo... Questo insieme di fattori, è anche la formula che ti dà più adrenalina, che rende così speciale il giorno della performance. Per gestire l'incognito, è fondamentale l’esperienza. Da piccolo ero molto in difficoltà sotto questo punto di vista. Nel tempo, ho capito che tutta quella pressione, in realtà, è un privilegio. Se sei lì, a provare quelle emozioni, è solo perché stai facendo qualcosa di grande, di forte. Non è semplice, ma ancora adesso cerco di godermi quel vortice di emozioni, piuttosto che subirlo. Quando senti di riuscirci pienamente, è veramente una figata”
Proseguendo le riflessioni su questo termine, ‘l’inaspettato’ per l’appunto, come hai gestito l’evoluzione storica del pentathlon moderno, con l’abbandono dell’equitazione? Un atleta, cresciuto coltivando precise discipline, come ricompone il proprio mosaico sportivo nel momento in cui una di esse viene cambiata?
“A proposito di inaspettato, quello è stato abbastanza inaspettato. L’equitazione, secondo me, dava una cifra di eleganza in più al nostro sport. Poi, ai Giochi di Parigi, ho vinto quella prova specifica: alla luce di questo, questa decisione per me è stata un po’ un colpo al cuore. Inattesa e non troppo gradita, almeno inizialmente. Poi devo dire che, dopo il bellissimo bronzo del 2024, è stato anche un bel modo per rimettersi in gioco: nuove motivazioni, nuove situazioni, a cui approcciarsi provando a dare il meglio. Ho cercato di vedere il lato positivo: evitare di rimanere nella monotonia. Recentemente, ci sono stati anche altri cambiamenti: hanno aggiunto una serie di tiro, hanno accorciato il nuoto. Anche in questi casi, sto cercando di cogliere ogni modifica come un'opportunità, con l'obiettivo finale di riuscire a esprimermi ancora meglio con queste nuove regole”

Questa sera, ‘Unexpected’ coincide anche con il fatto di trovarti, grazie ad adidas, in un contesto completamente differente, eppure affine, al tuo immaginario sportivo. Come vivi questo tipo di esposizione e, allo stesso tempo, l’essere connesso ad un brand che vede nello sport una dimensione culturale molto più ampia della singola performance?
“In due parole: tanta roba. Abbiamo già fatto un po’ di prove: non sono un modello, però sfilare, se possiamo dire così, è un qualcosa di nuovo e stimolante: mi piace molto. Me la sto proprio godendo. Poi, cosa dire riguardo un brand come adidas, che è capace, banalmente, di fare eventi così rilevanti... Farne parte è un privilegio e un onore, quindi sono molto contento. In realtà non sono un grande appassionato di moda, però in qualche modo ci sono entrato in contatto anche in passato. Mai da modello, però ho assistito a delle sfilate, ed è sempre molto bello. Sono dell'idea che, quando si arriva al massimo livello, secondo me si nota quel qualcosa in più in ogni ambito. Come nello sport, lo stesso vale per modelli, designer, creativi... Oggi è sicuramente una di quelle occasioni”
Ci avevi anche raccontato della tua vita ascetica, con 6 giorni di allenamento a settimana, porzionati in base alle singole discipline. Che tipo di persona ti ha fatto diventare questo tipo di vita? E come stai gestendo gli equilibri tra le discipline che più senti ‘naturalmente’ tue e quelle su cui percepisci di dover ancora fare un lavoro di perfezionamento?
“Il pentathlon è un po’ una coperta corta: la settimana ha sette giorni, il giorno ha 24 ore, quindi bisogna gestire tutto alla perfezione. Questa è una cosa che mi piace molto, e negli anni ho imparato a farla sempre più mia. Non è facile, ma è molto soddisfacente. Entrando nello specifico sui ritmi e sull'organizzazione degli allenamenti, posso fare l'esempio di oggi. Avrei dovuto fare la giornata intera di allenamento, ma l'ho dovuto accorciare. Poi, mi sono detto: se puoi fare tutto di fila, perché accorciare? Con cinque discipline funziona così: devi inserire, incastrare, fare questo puzzle quotidiano. Chiaro, non è sempre facile. Però quando arrivi a fine giornata, dopo aver praticato sport diversi, e magari averlo fatto bene, è molto soddisfacente. Spero che questo mi aiuti nella vita. A dire il vero, mi ha già aiutato a crescere come persona e spero mi possa continuare ad aiutare in futuro, anche all'esterno della dimensione sportiva. Sono molto esigente con me stesso, e nello sport riesco a esprimere questo mio lato al meglio. Nell'ultimo periodo, l'ingresso di una nuova disciplina ha inevitabilmente preso una fetta importante del mio focus. Come dicevo in precedenza, mi sono rimesso in gioco. Ho cambiato le priorità e la pianificazione stessa della settimana. In fondo, anche questo è un buon modo per non cadere nella monotonia... Ecco, cerco sempre di vedere il lato positivo delle cose”


Questa serata ci dà l'opportunità di osservare delle icone multidimensionali italiane, vedi Alex Del Piero e Mahmood. Tu stesso, con il bronzo parigino, sei diventato icona di una disciplina sul territorio nazionale. Come vivi tutto questo?
“Quando ripenso a quel momento, a quell’Olimpiade, mi vengono sempre in mente due parole: “che figata”. Me la sono goduta dall’inizio alla fine. La cosa più bella sono state le reazioni delle persone. Mi hanno tifato e contattato un sacco di amici che, magari, non vedevo da tempo… Per esempio, un compagno delle elementari mi ha girato un video in cui impazzisce davanti alla TV, mentre taglio il traguardo. Quelle emozioni fortissime che ho vissuto in prima persona, e fatto vivere, sono la cosa più bella. Quando ci penso, appaiono quasi troppo grandi. Al nostro movimento, poi, mancava la medaglia olimpica da tantissimi anni. Nonostante tutto ciò, rimango la stessa persona, con la mia vita e i miei obiettivi. E il mio obiettivo principale è sempre quello di migliorare me stesso. Certo, quando guardo tutto in retrospettiva sembra qualcosa d’immenso, poi muto prospettiva e mi concentro semplicemente sul mio, e tutto torna a normalizzarsi”
Avevamo già chiacchierato agli esordi del tuo percorso internazionale, che ti ha poi visto conquistare un epico bronzo nella Reggia di Versailles, davanti a 15mila persone e raggiungere la vetta del ranking mondiale, per alcuni mesi, lo scorso anno. Oggi, a soli 26 anni, ma con tante esperienze ed emozioni alle spalle, che pentatleta ti senti? E come stai approcciando il percorso verso l’obiettivo dichiarato di LA28?
“Vivo cercando costantemente un miglioramento continuo: il mio desiderio è quello di essere meglio del giorno precedente. Chiaramente il mio obiettivo a lungo termine è Los Angeles. In fondo, perché non riprovare le emozioni di Parigi, in un altro contesto unico come LA? Ora si è palesata questa grande sfida dei cambiamenti: si sono rimescolate le carte. I più ‘maturi’ hanno smesso, perché ricominciare era più difficile per chi da decenni praticava la stessa disciplina. I più giovani, invece, sono avvantaggiati, perché sono cresciuti in questa nuova forma della disciplina. Poi, ci sono molti talenti che stanno emergendo rapidamente. È tutto difficile, però mi piace la sfida. Punto a LA con la voglia di divertirmi. Non penso al risultato, penso piuttosto che darò tutto, come sempre”







