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Grazie a Napapijri, abbiamo avuto l’onore di chiacchierare con un’icona assoluta dello sci, Alberto Tomba 

Vorrei sfidarlo, perché a calcio non sono così male”, diceva Alberto Tomba, riferendosi a Diego Armando Maradona. E in questa frase rimasta iscritta nella storia, forse, trova la propria piena identità un fenomeno popolare. Di un introverso bolognese fuori contesto prima, di un comunicatore e dominatore globale poi. Di un competitivo senza limiti sempre. 

Alberto Tomba, per molti, è lo sci. A validare questa tesi, radicata soprattutto in molte case italiane, un palmares senza eguali, unito ad una personalità sempre molto più complessa della viva, ammorbante franchezza che spesso lasciava trasparire. 

Abbiamo avuto l’onore di raccogliere alcuni frammenti biografici di questo sciatore in grado di travalicare la propria disciplina, persino il regno stesso dello sport, assurgendo a icona nazionale e internazionale, e rimanendo, contemporaneamente, sempre sé stesso. Nei suoi eccessi più istrionici. Nella sua più analitica necessità di vittoria. Nelle sue radici culturali e sociali. 

Lo abbiamo fatto in occasione del lancio dello speciale short-docu ‘1.14 - An Alberto Tomba Story’, prodotto da Napapijri, con cui Tomba vanta una lunga serie d’incroci simbolici e valoriali, e diretto da Luca Gasperoni. Oltre alle parole di Tomba, diamo spazio anche a questa interessante produzione e alla sua galleria visuale. 

1.14" - An Alberto Tomba Story

“Mi piace tanto”, dicevi dello sci ai tuoi compagni di scuola, che non si spiegavano la tua passione in una zona geografica atipica come le colline bolognesi… Quali sono quelle prime sensazioni, quei primi dettagli che hanno sbloccato il tuo amore per questa disciplina? Sei riuscito a mantenere quel tipo di ‘piacere puro’ lungo tutta la tua carriera, anche nei palcoscenici e nei momenti più complessi? 

Mi ricordo che da piccolo andavo a scuola dai Salesiani. Una mattina presi gli sci, ma fu un disastro, non avevo calcolato le due colline che c’erano di mezzo e arrivai a scuola con 40 minuti di ritardo. Fui accolto con una risata. Tanti mi dicevano perché continui con lo sci, cosa pensi di fare, dove credi di andare con lo sci? stai a scuola! Ma io rispondevo “non preoccupatevi, mi piace tanto”. La mia carriera sugli sci è stata un’avventura bellissima e intensa. Da quella volta in cui arrivai in ritardo a scuola all’ultima gara, il “piacere puro” è sempre stato identico. Nessuno mi ha mai cambiato: forse anche questo è uno degli ingredienti del mio successo.

Date tutte le evoluzioni che hanno segnato il tuo rapporto con lo sci (la tua ascesa vertiginosa, il consolidamento del tuo status, anche extra-sportivo, la ‘condanna alla vittoria’, come tu stesso la definisci, e il ritiro al tuo apice, per citarne alcune…), oggi cosa rappresenta per te questo sport? A che punto si trova la vostra ‘relazione’? 

Essere condannato sempre alla vittoria non è facile, se non vincevo io, non vinceva un altro: perdevo io, sempre io. Poi, però, ho finito in bellezza, con un’ultima vittoria. Mi ricordano gli amici del fan club che, solitamente, dopo una vittoria nessuno si ritira, perché ci si domanda perché smettere dal momento che si è ancora il più forte. Io ho avuto il coraggio di dire basta dopo la vittoria di Crans Montana, a 31 anni. Passi da quella situazione, quasi di nausea, generata dall’avere sempre intorno i mass media, che calmavo con le vittorie… Al desiderio di tornare. Ma quando chiudi, nello sci, è impossibile tornare in gara, anche solo dopo 2/3 stagioni di stop. Oggi sono ancora molto legato alla montagna, mi diverto andando con le pelli: due ore per salire e due minuti per scendere.

Alberto Tomba & Tommaso Cassissa

Tra le evoluzioni legate al tuo percorso sportivo c’è anche quella della tua personalità. Inizi come ragazzo timido. Poi, diventi una figura espansiva e un fenomeno pop, caratterizzato da un’ironia in grado di contagiare una nazione intera, e non solo. Al di là delle tue radici cittadine e del DNA emiliano, cosa ti ha portato a vedere il mondo, e lo sci, attraverso la lente dell’ironia? Che ruolo ha giocato questo tuo lato nella gestione delle pressioni sportive e della fama? 

Da piccolo, dopo la scuola, ho iniziato a fare le prime gare, ma di carattere ero introverso. Poi, nel tempo, con le vittorie e girando il mondo, il mio carattere è cambiato. Certo, rispetto agli sciatori del Nord io ero cittadino e quindi scherzavo e giocavo. Ricordo un articolo di giornale che Loris cita nel docufilm, titolava: ‘Tomba il cittadino che ha cambiato lo sci’. La voglia di scherzare e di giocare non mi ha mai abbandonato e mi è servita nei momenti importanti, quando la tensione andava a mille. Con il mio team si scherzava e ci si concedeva quei giusti momenti di leggerezza, per poi avere la mente libera quando serviva la concentrazione massima. 

L’ironia e la tua ecletticità hanno scandito i tuoi più grandi successi, rendendoli immortali. Prima della proiezione di Milano, però, hai raccontato del tuo profondo studio della disciplina. L’approccio alla pista. Lo studio delle traiettorie. La postura del corpo, pensata per ogni frazione di secondo. La serietà sportiva. Lo sci di Tomba era per tutti una festa, ma ho l’impressione che non sarebbe stata tale senza una componente di ‘sana ossessione’ e di ‘genio sportivo’, come quasi sempre accade per le vere leggende dello sport. È così? Quanto a fondo hai studiato, o meglio, imparato a decifrare il tuo sport? 

Tanto. Nel mio sci c’era un’analisi puntuale delle traiettorie ideali in ogni curva, uno studio della postura del corpo adattata alle esigenze specifiche di ogni tracciato e condizione della pista, c’era una grande dedizione e preparazione. Una massima concentrazione durante le gare. Un’attenzione quasi maniacale al dettaglio e alla perfezione, unita alla passione per lo sci. 

“Sono un operaio in pensione, non sono quasi nessuno…”, dice nel film Loris Righi del tuo Fan Club prima di commuoversi, pensando al vostro rapporto personale. Che valore ha avuto la ‘gente’ nella tua parabola sportiva? Perché, al contrario di molti altri campioni assoluti, hai sempre coltivato il tuo rapporto con il ‘popolo’, con le persone comuni? E come ti fa sentire, oggi, ascoltare le parole di una persona come Righi? 

Amo festeggiare ancora oggi tutte le ricorrenze con chi mi è sempre stato vicino, con i miei tifosi, come Loris. Il mio rapporto con loro è sempre stato molto forte e speciale. Si è creato un legame di affetto da me ricambiato che è andato oltre le vittorie. Loris è il simbolo del Tomba Fan Club a Tombaland, ha creato un luogo quasi di culto che non potrà mai essere replicato.

A 18 anni facevi lunghi viaggi in macchina, da solo, per raggiungere le località delle gare. Oggi non puoi camminare in un luogo pubblico senza essere riconosciuto istantaneamente. Si stava meglio all’epoca o ora? A cosa pensava, quando stava da solo, il 18enne Tomba? E a cosa pensa, ora, per esempio quando sta da solo nella sua natura, l’atleta del secolo? 

Amo stare nella natura, vivo ancora oggi circondato dai boschi, faccio lunghe camminate. Il nostro Appennino è come un’immensa palestra a cielo aperto, c’è una natura bellissima e varia, tante possibilità di sport per tutti. Lo scenario perfetto per rigenerare il corpo e la mente. Sono andato via di casa molto giovane senza i miei genitori, all’età di 15 anni entrai in squadra nazionale, giravo già il mondo e sono ricordi indimenticabili. Dalla Scandinavia alla Francia dalla Svizzera al Giappone, all’America al Canada, per me che venivo dall’Italia, buona forchetta, mi portavo dietro pasta, olio, parmigiano per essere in forma e avere la benzina giusta per gli allenamenti e le gare. All’età di 18 anni, partivo in macchina e facevo tanti chilometri, non avevo autisti, partivo da Bologna in giornate di nebbie o nevicate di quegli anni che oggi non ci sono più. Vivevo in ambienti silenziosi, senza abitanti, a contatto con la natura. Chiamavo casa dalle cabine telefoniche. Quel tipo di vita mi ha insegnato tanto. La natura, che sia in montagna, al mare o a casa mia, perché vivo sulle colline, mi aiuta a recuperare quella dimensione in cui ci siamo solo io e l’ambiente esterno. Fare attività immersi nella natura è un’esperienza unica e speciale. 

Ti sei sempre raccontato in un modo franco, senza filtri. Adesso hai legato una parte del tuo racconto a Napapijri. Come mai hai deciso di legare la tua immagine e la tua storia a questo brand, al di là della comune ricorrenza del 1987? E com’è stato vedere il ritratto che ha fatto di te Luca Gasperoni in ‘1.14 - An Alberto Tomba Story’? 

È un docufilm emozionante che ricostruisce il mio percorso sportivo, e al tempo stesso è anche un ritratto di Alberto. Il titolo, ‘1.14’, si riferisce al vantaggio che avevo nella prima manche del gigante olimpico di Calgary 1988. Un distacco incredibile, irripetibile e irraggiungibile… Visto che poi vinsi con +1.04 sul secondo. È una bellissima esperienza, questa con Napapijri, perché mi racconta anche lontano dal mio habitat, dalla neve. È coinvolgente e mi ha permesso di mostrare aspetti di me rimasti finora nascosti. Con Napapijri ci siamo trovati: c’è grande affinità ed io incarno alla perfezione i valori di libertà, energia e avventura.