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Gli scatti di Vincent Urbani lasciano sprigionare l’immaginario fashion e sportivo, soprattutto umano, dell’atleta paralimpico Azzurro Davide Bartolo Morana e del suo modo trasformare, attraverso la pazienza, la meningite in una rivoluzione esemplare

Nulla vale quanto la pazienza. Ad insegnarlo è la stessa storia sportiva. Passo dopo passo. Consapevolezza dopo consapevolezza. Non esiste altro modo per costruire un percorso fondato su fatica e metodo, sul talento naturale perfezionato sino ad essere reso efficace strumento d’espressione. Nei casi più virtuosi, in materia d’esempio, persino di rivoluzione.

Nulla vale quanto la pazienza, conferma la storia di Davide Bartolo Morana, aggiungendo un’altra, personalissima chiave interpretativa al vasto oceano di biografie sportive che dà colore all’umanità tutta. Cestista per elezione naturale, praticante multidisciplinare per eredità familiare, nel cuore dei 20 anni, il corpo e la mente di questo ragazzo allevato dalla Sicilia, ed evoluto per amore in terra spagnola, hanno dovuto fronteggiare un’incognita senza precedenti, ma con chiare conseguenze: la meningite. 

Pazientemente, come vuole l’educazione sportiva, Davide ha accettato, compreso, pienamente processato e, in ultimo luogo, rivoluzionato il rapporto con un sé stesso costretto a trasformarsi solo nella forma, mai nell’essenza. Ecco, così, il subentro dell’atletica come nuova dimensione da cui attingere e a cui far attingere: una piattaforma, dove la rivoluzione cessa di essere individuale, diventando sociale. E grazie a cui poter sprigionare altri interessi, come quello per il fashion, tanto liberamente, quanto profondamente.

Le composizione visuali di Vincent Urbani a guidare questo intreccio di significati, la testimonianza diretta di Davide Bartolo Morana a dare loro spessore. Scopriamo il percorso e la filosofia di un atleta-simbolo del panorama sportivo italiano.

Davide Bartolo Morana

Partiamo dalle origini della tua connessione con lo sport. Se non erro, hai avuto un percorso cestistico lungo la tua crescita. Cos’ha rappresentato lo sport per il Davide bambino prima, adolescente poi?

“La mia vita da sportivo è iniziata prestissimo. Vengo da una famiglia di atleti: mia madre è stata una giocatrice di basket, mentre mio padre è un runner vero. Per dare un’idea, oggi ha sessantasette anni e continua a correre sulle montagne siciliane. Sono cresciuto in questo tipo d’ambiente e, fortunatamente, fin da quando avevo cinque anni, ho avuto la possibilità di praticare molti sport diversi. Già a sei anni, però, avevo capito quale fosse quello che mi appassionava di più: il basket. 

Ho praticato pallacanestro fino a ventun anni e sono arrivato a livelli molto competitivi. Ricordo ancora l’emozione di arrivare tra le migliori sedici squadre d’Italia con l’Under 16 di Trapani... In quel momento, ho iniziato a pensare che il basket potesse diventare il mio lavoro. Ero un play-guardia molto veloce, buon ball handling, buona visione di gioco… Mi trovavo perfettamente a mio agio in quel ruolo. Mi piaceva costruire il gioco, allo stesso tempo non mi tiravo indietro nei contatti fisici. Con il passare degli anni il percorso è diventato sempre più professionale. Ho iniziato a giocare in categorie importanti e ho visto il basket trasformarsi in una vera e propria scuola di vita. Gli allenamenti occupavano gran parte delle giornate: richiedevano disciplina, sacrificio, dedizione assoluta. Per un ragazzo era bellissimo. Poter inseguire il proprio sogno, percepire i primi compensi e immaginare un futuro nello sport era qualcosa di speciale.

Poi, intorno ai vent’anni, sono iniziati i problemi fisici. Prima una lesione all’ileopsoas, uno strappo molto profondo. Avrei dovuto fermarmi e recuperare con calma, ma non sono riuscito ad accettare quell’interruzione forzata. Ho spinto per il rientro e questo ha generato una violenta pubalgia. Per un playmaker rapidità e cambi di direzione sono tutto. Sono rimasto fermo per circa un anno e mezzo. Ho provato a tornare in campo, ma non ero più lo stesso. Non mi sentivo me stesso, né fisicamente né mentalmente. È stato allora che ho deciso di spostare le mie energie verso altre discipline: il triathlon, il calisthenics e tutto ciò che potesse permettermi di continuare a vivere lo sport.”

 

Che tipo di lente ti ha dato la pallacanestro attraverso cui osservare il mondo?

“Come dicevo, sono rimasto immerso nella dimensione cestistica per gran parte della mia vita. In mezzo ci sono stati successi, infortuni, momenti bellissimi e momenti difficili, ma sono sempre rimasto lì. Lo sport è entrato nella mia vita attraverso la pallacanestro e, insieme al Gioco, sono arrivati tutti i valori che ancora oggi porto con me. Ho imparato ad accettare le sconfitte, a cercare sempre qualcosa di positivo anche nei momenti più difficili. Ho imparato il valore del gruppo, dell’aiutare un compagno di squadra e dell’esserci per gli altri. Se oggi cerco di trasmettere un messaggio di speranza, di accettazione e di amore per la vita, credo che gran parte di questo derivi proprio dall’imprinting che ho ricevuto grazie al basket. I learned how to accept defeat and how to find something positive even in the most difficult situations. I learned the value of a team, of helping a teammate, and of being there for others. If today I try to share a message of hope, acceptance, and love for life, I believe much of that comes directly from the imprint basketball left on me.

Ho avuto la fortuna di crescere come un ragazzo molto carismatico. Mi piaceva esserci per i miei compagni, in ogni situazione. Mi piaceva incoraggiarli, trascinarli, lottare insieme a loro fino all’ultimo secondo, anche quando eravamo sotto di venti punti. Ero quel tipo di giocatore che si buttava su ogni pallone. Quella tenacia è diventata una parte fondamentale di me. Poi, la vita mi ha messo davanti a prove enormi, meningite su tutto, ma credo sinceramente che la persona che sono oggi sia stata plasmata dalla pallacanestro e dallo sport in generale. Lo sport insegna moltissimo. Ti offre infiniti strumenti per diventare una persona migliore. Mai ho associato il suo valore alle medaglie, o ai successi. La vera ricompensa è molto più grande dei risultati. Ha a che fare con la persona che diventi e con ciò che puoi restituire agli altri attraverso il tuo esempio."

 

Come si è riallineata la tua mente sulle frequenze sportive dopo la meningite e ciò che ha comportato in termini di cambiamento del tuo corpo?

“Essere stato un atleta prima della malattia ha avuto un peso enorme. Quando giochi a basket a buoni livelli, impari presto cosa significhino disciplina, sacrificio, allenamento quotidiano e rinunce. Quella mentalità è rimasta con me. Inoltre, il basket non è mai stato l’unico sport della mia vita. Fin da bambino ho sempre nuotato, corso e praticato attività fisica insieme a mio padre e ai miei amici più grandi. Il nuoto, per esempio, è sempre stato una presenza costante nel mio percorso. Per questo motivo l’adattamento non è stato impossibile.

Ovviamente la meningite mi ha tolto molto, ma mi ha anche lasciato qualcosa di fondamentale: le articolazioni principali. Ginocchia e gomiti hanno mantenuto una funzionalità completa e questo, per un atleta, è un aspetto enorme. Se oggi indosso pantaloni lunghi, probabilmente in pochi, quasi nessuno, si accorgerebbe delle amputazioni. La mobilità articolare è rimasta praticamente integra. All’inizio, naturalmente, è stato difficile. Devi accettare qualcosa di nuovo, un elemento estraneo al tuo corpo. Devi imparare a convivere con sensazioni completamente diverse da quelle che avevi conosciuto. Credo però che il fatto di essere stato un atleta mi abbia aiutato ad accettare la situazione e, successivamente, a scommettere ancora una volta sullo sport.

Ho scelto l’atletica leggera anche per una ragione familiare. Mio nonno era stato maratoneta e giudice di gara per tutta la vita. Ripeto, nella mia famiglia lo sport è sempre stato ovunque. Potrei dire che ce l’abbiamo nel DNA. In quel periodo non avevo social network né particolari punti di riferimento online. Sono state le persone che mi stavano accanto a parlarmi di alcuni atleti amputati che correvano a livelli molto alti grazie a protesi sportive evolute. Mi hanno detto: “Tu sei sempre stato veloce. Forse dovresti provare”. Così, una volta terminato il percorso riabilitativo con le protesi di base, che mi avevano restituito autonomia e indipendenza, ho iniziato a guardare seriamente all’attività sportiva.

In quegli anni vivevo già in Spagna, dove mi ero trasferito nel 2015 e dove vivo tuttora. Attraverso una campagna di crowdfunding sono riuscito ad ottenere le prime protesi sportive. Ed è stato un passaggio fondamentale. La Spagna possiede una cultura paralimpica molto sviluppata e questo mi ha decisamente aiutato ad entrare in quel mondo. Ho cominciato a correre, inizialmente, quasi per gioco. Però mi sono reso subito conto che l’atletica richiedeva una gamma di caratteristiche molto diverse rispetto a quelle che avevo sviluppato nel basket. Ero abituato a muovermi in spazi ridottissimi, a essere esplosivo e reattivo. Un campo da basket è un ambiente completamente diverso rispetto alla pista. Dovevo imparare un nuovo linguaggio motorio.”

Davide Bartolo Morana

Cos’ha significato riscoprire il tuo corpo non solo in funzione della vita quotidiana, ma anche della performance?

“La parola che mi viene subito in mente è una sola: pazienza. Perché all’inizio non ti riconosci. È difficile accettare che il corpo che hai sempre conosciuto non esista più nella forma a cui eri abituato. La mente corre molto più veloce del corpo. Dentro di te immagini già di poter correre forte, di tornare competitivo, di essere nuovamente tra i migliori. Ma il corpo ha tempi diversi e devi imparare a rispettarli. In questo senso, la pazienza è stata fondamentale. Non so in quante cose possa definirmi bravo, ma una di queste è sicuramente la capacità di essere paziente.

Nei primi mesi ho dovuto imparare a comprendere la situazione, accettare la fatica e capire il funzionamento di un corpo completamente diverso. Mi stancavo per qualsiasi cosa: mangiare, vestirmi, indossare le protesi, spostarmi, allenarmi. Ogni gesto richiedeva uno sforzo enorme. Era una fatica diversa da quella che avevo conosciuto nello sport. Da atleta ero abituato alla sofferenza dell’allenamento, ma questa era una forma di fatica nuova. Con il tempo ho imparato ad ascoltarla e a comprenderla. Sono stato capace di ampliare il mio modo di pensare il movimento. Ho iniziato a capire come funzionassero le protesi, come rispondesse il mio corpo, come trasferire competenze provenienti da discipline completamente diverse in una realtà molto più meccanica e artificiale.

Ancora oggi continuo a imparare. Io non sono nato con le protesi. Ho vissuto ventiquattro anni con un corpo completamente diverso e una precisa idea del movimento. Per chi nasce con una disabilità il percorso è differente: si cresce insieme a quella realtà e si sviluppa naturalmente un certo rapporto con il proprio corpo. Per me è stato diverso. Ho dovuto costruire una nuova relazione con quattro arti artificiali da adulto. Ancora oggi, questo processo continua a sorprendermi e a insegnarmi ogni giorno qualcosa di nuovo.”

 

Athleta Mag porta avanti la filosofia secondo cui ogni disciplina sportiva è, a suo modo, una forma d’arte a sé stante. Cosa ne pensi di quest’associazione? Nel vivere la velocità ti capita mai di sentirti artista?

“Considero l’arte come l’espressione autentica di sé stessi. È la capacità di materializzare un’idea, un’immagine, una sensazione o un sentimento e restituirlo agli altri senza filtri e senza pregiudizi. Per questo motivo vedo una connessione molto forte tra arte e sport. Lo sport è l’espressione di una passione, di qualcosa che ti spinge ad affrontare la vita, che ti motiva ad andare avanti e che, in un certo senso, ti definisce. Entrambi condividono la stessa natura profonda: sono strumenti attraverso cui manifestiamo ciò che siamo.

Per me lo sport è arte non soltanto dal punto di vista del movimento, ma anche da quello mentale. Lo è per il modo in cui ti forgia, per come ti prepara ad affrontare la vita e le sue difficoltà. Sono due mondi che procedono parallelamente e che condividono un legame molto intimo. Per questo sono felice che mi venga posta una domanda come questa, perché non è affatto comune e tocca qualcosa in cui credo profondamente.”

 

Proseguendo su questo tema, hai definito le protesi delle ‘opere maestre d’ingegneria’. Come vivi la simbiosi con strumenti ipertecnologici che, a tutti gli effetti, sono parte di te stesso e della tua esperienza sportiva?

“Sono sempre stato affascinato dalle protesi. Quando ho iniziato a scoprire sui social le storie di altre persone amputate, sono rimasto colpito da ciò che la tecnologia era in grado di realizzare. La cosa che molte persone non sanno è che una protesi nasce ancora oggi da un lavoro profondamente artigianale. Tutto parte dalla manualità del tecnico ortopedico. Si lavora su misura, attraverso calchi in gesso, modellazioni e adattamenti costruiti attorno al singolo corpo. L’invasatura, che rappresenta il cuore della protesi, viene progettata e realizzata sulla base del moncone specifico della persona. Oggi esistono tecnologie avanzate, scanner tridimensionali e sistemi di modellazione digitale che acquisiscono immagini e misure attraverso il laser per poi trasferirle a software e stampanti 3D. Tuttavia, almeno per la mia esperienza, la mano del tecnico continua a fare la differenza.

Nel corso degli anni si crea un rapporto molto stretto con chi costruisce le tue protesi. Il corpo cambia continuamente, il moncone cambia, le esigenze cambiano. Io stesso ho attraversato fasi completamente diverse: all’inizio avevo monconi molto corti a causa delle cicatrici e questo mi costringeva a sostituire frequentemente le invasature. Se non fossi stato seguito da professionisti altamente preparati, avrei avuto problemi molto più seri di una semplice irritazione o di una piccola ferita. È un lavoro umano. Su questa base artigianale si innesta poi una tecnologia impressionante.

Oggi utilizzo mani bioniche controllate attraverso segnali muscolari. All’interno dell’invasatura sono presenti sensori in grado di riconoscere l’intensità degli impulsi muscolari e tradurli nei movimenti della mano robotica. Sono sistemi complessi che richiedono studio, apprendimento, pratica… Non basta indossare una protesi: bisogna imparare a comprenderla e a gestirla. Esiste una responsabilità anche da parte del paziente, che deve sviluppare la volontà di conoscere il proprio dispositivo e costruire con esso una relazione funzionale. Lo stesso vale per le protesi degli arti inferiori. Materiali straordinari come la fibra di carbonio permettono a persone come me di camminare, correre e vivere una vita pienamente attiva. Per questo considero le protesi autentiche opere d’ingegneria. Il problema è che, ancora oggi, molte di queste tecnologie non sono adeguatamente finanziate o accessibili. E questo, secondo me, rappresenta un tema fondamentale di cui dovremmo discutere e gettar luce molto più spesso.”

Davide Bartolo Morana

Quanto siamo lontani, secondo te, da una reale democratizzazione di questi materiali e tecnologie? Quanto manca perché possano essere accessibili a una comunità molto più ampia e non soltanto a una fascia privilegiata di persone?

“Siamo ancora lontani. Credo che il problema parta dal progressivo indebolimento dei sistemi sanitari pubblici. Vivo tra Italia e Spagna e posso dire che le differenze esistono, ma in generale la direzione dovrebbe essere quella di investire maggiormente sulla sanità. Se continuiamo a ridurre risorse e finanziamenti, diventa inevitabilmente difficile garantire l’accesso a strumenti avanzati come le protesi. La questione riguarda soprattutto i bambini.

Pensiamo a un bambino di cinque anni nato con una malformazione o che ha subito un’amputazione. Avrà bisogno di protesi per tutta la crescita. E sappiamo quanto velocemente cresca il corpo di un bambino. Le protesi devono essere continuamente adattate e sostituite. Eppure, questi percorsi non sempre trovano il sostegno necessario. Lo stesso vale per lo sport. Molto spesso le protesi sportive vengono considerate un lusso, qualcosa di accessorio o superfluo. Io la penso esattamente all’opposto. Per me lo sport è essenziale. Mangiare è essenziale. Bere è essenziale. Ma anche muoversi, esprimersi attraverso il corpo e praticare sport rappresenta un bisogno fondamentale per la crescita di una persona. Oggi esistono migliaia di famiglie che sono costrette a rinunciare all’attività sportiva dei propri figli amputati perché i costi sono troppo elevati. Questo è un problema gravissimo.”

 

Com’è stato renderti conto di questa realtà?

“All’inizio provi rabbia. Poi capisci che la rabbia, da sola, non porta da nessuna parte e lasci spazio alla frustrazione. Infine, ho compreso che l’unica cosa davvero utile è continuare a raccontare queste storie e utilizzare ogni opportunità possibile per diffondere un messaggio. Forse, un giorno, quel messaggio arriverà alle persone che hanno la possibilità concreta di cambiare qualcosa. Per troppo tempo la disabilità è stata raccontata come un limite invalicabile. Ancora oggi, soprattutto in alcuni contesti, esiste la tendenza a considerare una persona con disabilità come qualcuno da proteggere e mettere da parte. Io credo che questo approccio sia profondamente sbagliato.

Se metti una persona da parte, rischi di trasformarla in un soggetto passivo. Se invece investi nella sua autonomia, quella persona torna a essere parte attiva della società. Prendiamo il caso di un amputato. Se gli fornisci gli strumenti adeguati, può tornare a studiare, lavorare, fare sport, viaggiare, costruire relazioni e contribuire alla comunità. Io ora sono completamente autonomo. Posso viaggiare da solo, prendere un aereo, lavorare, allenarmi, vivere la mia quotidianità senza dipendere dagli altri. Questo significa partecipare attivamente alla società e generare valore. Per questo credo che investire nelle persone con disabilità non sia una spesa, ma una forma di crescita collettiva.

In alcuni Paesi, come la Germania, questa visione è già molto più diffusa. Si finanziano con maggiore convinzione percorsi e strumenti che permettono alle persone di raggiungere il massimo livello possibile di autonomia. Il punto è che la disabilità non dovrebbe mai essere considerata un punto di arrivo. Gli incidenti accadono. Le malattie accadono. Tutti noi, potenzialmente, possiamo trovarci un giorno nella condizione di diventare pazienti. Per questo la disabilità dovrebbe essere vissuta come una condizione della vita, non come la fine della vita. Non abbiamo bisogno di essere messi su un piedistallo. Non abbiamo bisogno di essere definiti eroi o persone speciali. Abbiamo bisogno di essere considerati persone. Persone che continuano a vivere, a lavorare, a sognare e a contribuire alla società.

Ogni giorno accogliamo nuovi cittadini con disabilità e ogni giorno abbiamo il dovere di costruire una società in grado d’includerli pienamente. Personalmente, continuo a credere che sia possibile. Ci vorrà tempo, basti pensare che nel mondo paralimpico esistono ancora differenze enormi rispetto allo sport olimpico. Esiste ancora un grande divario. Ma i cambiamenti reali nascono quasi sempre dal basso. Per questo continuo a raccontare e condividere queste esperienze. Perché sono convinto che, passo dopo passo, continueremo ad avvicinarci a quella direzione. E su questo non ho alcuna intenzione di arrendermi.”

 

In questo progetto editoriale si eleva il tuo contatto con l’universo fashion: dimensione che, stando al tuo recente vissuto, ti stimola e appassiona. Che tipo di possibilità espressive ti sta concedendo il rapporto con la moda? E come pensi possa incidere il fashion nel presente e nel futuro del movimento paralimpico?

“Nella moda vedo una vetrina straordinaria verso il mondo e verso le nuove generazioni, soprattutto quelle più giovani. Mostrare qualcosa di diverso e autentico può aiutare le persone a comprendere che non esiste un solo modello di bellezza. Esistono molte forme di bellezza, molte sfumature diverse. Spesso, ciò che consideriamo un difetto o uno svantaggio è semplicemente una caratteristica che ci rende unici. Credo che il corpo amputato, il corpo disabile, il corpo segnato da una malattia o da una malformazione genetica possa essere percepito come qualcosa di assolutamente normale. E, perché no, anche come qualcosa di bello.

Non ho mai avuto problemi a mostrare il mio corpo, le mie cicatrici, i miei monconi o le mie protesi. L’ho sempre fatto perché desideravo trasmettere un messaggio. Magari una persona mi incontra per strada, nota qualcosa di diverso, ma non trova il coraggio di chiedere cosa sia successo. Tuttavia quell’immagine rimane impressa. E forse, un giorno, quella stessa persona si troverà ad affrontare una situazione simile o conoscerà qualcuno che la sta vivendo. In quel momento potrebbe ricordarsi di aver visto qualcuno che conduceva una vita piena, autonoma, serena e senza alcun timore di mostrarsi.

Per questo considero importante la presenza di modelli e modelle con disabilità all’interno dell’universo fashion. Significa normalizzare la differenza. Significa raccontare che il corpo disabile è un corpo che può essere considerato bello. Questo è uno dei miei obiettivi. Poi, naturalmente, c’è anche una passione personale. La moda mi è sempre piaciuta. Mi piace vestirmi, mi piace il mondo delle passerelle, delle Fashion Week e della creatività che ruota attorno a questo settore. È un ambiente ancora piuttosto chiuso sotto certi aspetti, ma credo che abbia un enorme potenziale nel contribuire a valorizzare la diversità e a renderla sempre più visibile.”

Davide Bartolo Morana

“Lo sport mi fa sentire vivo, accende quella scintilla divina che la meningite non ha spento”. Potresti argomentare ulteriormente questa tua dichiarazione, così profonda e significativa? Cosa vuol dire, per te, sentirti vivo attraverso lo sport? E come definiresti quella scintilla divina che hai menzionato?

“Questo pensiero mi accompagna ogni giorno. Nello sport impari molto presto una cosa fondamentale: si cade continuamente. E proprio attraverso le cadute si cresce, si migliora e si diventa più forti. Io ho sempre cercato di vedere un vantaggio, una possibilità positiva, anche nelle situazioni più difficili. Oggi arrivo addirittura a ringraziare la meningite. Può sembrare paradossale, ma senza quella malattia non sarei qui a raccontare questa storia. Non sarei diventato un atleta paralimpico internazionale e, probabilmente, non avrei costruito la vita che vivo oggi. Per certi aspetti, la mia vita è migliorata grazie a ciò che ho vissuto. E questo modo di interpretare la realtà lo devo allo sport. Lo sport mi ha insegnato a vedere opportunità laddove altri vedono soltanto ostacoli. Mi ha insegnato che, con il giusto atteggiamento, è possibile ricostruire qualsiasi cosa. Ricordo che, subito dopo la malattia, continuavo a ripetermi che sarei tornato indipendente e che avrei raggiunto tutti gli obiettivi che mi sarei prefissato. Quella convinzione nasceva proprio dalla mentalità costruita attraverso anni di sport. 

Per quanto riguarda la scintilla divina, credo che tutti ci siamo chiesti almeno una volta da dove arrivi quella forza che ci spinge a rialzarci. Da dove nasce l’energia che ci permette di andare avanti, di affrontare la vita con tenacia e di continuare a credere nel futuro anche nei momenti più difficili. Non so dare una risposta definitiva. Forse è qualcosa di biologico. Siamo esseri viventi alimentati da energia. Viviamo, cresciamo, ci esprimiamo e progrediamo grazie a questa forza. Forse quella è la scintilla divina. Se invece vogliamo guardarla attraverso il filtro della religione o della filosofia, possiamo interpretarla in modi estremamente differenti. Ma ciò che conta davvero è che questa forza esiste. Esiste dentro ciascuno di noi e spesso emerge proprio nei momenti più inattesi: una malattia, un incidente, una perdita.

Mi sono reso conto che il potenziale umano è praticamente inesauribile. È qualcosa che vive in profondità e che compare quando meno te lo aspetti. La cosa più bella è che non appartiene soltanto ad alcuni. Tutti possediamo quella scintilla. Spesso mi sento dire: “Tu ce l’hai fatta perché sei speciale”. Onestamente, non credo sia così. Non mi considero diverso dagli altri. Credo semplicemente di aver imparato ad ascoltare ciò che era già dentro di me, ad accettarlo e a metterlo in pratica. Quella stessa possibilità appartiene a tutti. Bisogna soltanto concedersi il tempo di scoprirla.”

 

Parlando del tuo modo di vivere e reagire alla meningite, usi spesso la formula “è una questione d’interpretazione”. Cos’ha plasmato il tuo modo d’interpretare in modo così proattivo un momento così complesso della vita? E, oggi, Davide Morana come interpreta sé stesso, il mondo che lo circonda e il proprio futuro?

“È una bellissima domanda. Io vivo il presente come se fosse contemporaneamente il primo e l’ultimo giorno della mia vita. Sono consapevole che ogni giorno posso imparare qualcosa di nuovo e credo che questa sia una delle cose più importanti che ho acquisito nel tempo. Sono una persona molto socievole e anche molto autocritica, ma cerco sempre di mantenere un equilibrio. Non permetto mai che l’autocritica diventi distruttiva. Mi interessa conoscere persone nuove, ascoltare prospettive diverse e continuare ad ampliare il mio modo di vedere il mondo. E posso dire con sincerità una cosa: se oggi dovessi lasciare questa vita, lo farei sentendomi soddisfatto della persona che sono diventato e della strada che ho percorso.

Cerco sempre di offrire il meglio di me stesso. Quando incontro qualcuno che sta attraversando un momento difficile, provo a trasmettere la convinzione che esista sempre qualcosa di positivo da cui ripartire. Sempre. Io stesso ho trovato il mio stile di vita e il mio scopo all’interno di quella che, molti, definirebbero una tragedia. Per questo provo gratitudine. Se avessi interpretato la meningite soltanto attraverso la rabbia, probabilmente sarebbe stato comprensibile. Non giudico affatto chi reagisce così. Ma so anche che la rabbia, da sola, non conduce molto lontano.

Siamo qui per condividere. Siamo qui per aiutarci a vicenda. Da soli siamo molto meno di ciò che possiamo diventare insieme. Quando comprendi che anche da un evento drammatico può nascere qualcosa di positivo, tutto diventa più leggero. Ho conosciuto persone in condizioni molto più difficili della mia, persone con tetraplegie e limitazioni enormemente superiori. Eppure, ho incontrato in loro una serenità e una capacità di amare la vita che mi hanno insegnato moltissimo. Sono esempi che mi hanno fatto capire quanto sia potente il modo in cui scegliamo di interpretare ciò che ci accade. È questa prospettiva che oggi mi permette di essere orgoglioso di me stesso. Mi rende felice della persona che sono e curioso della persona che diventerò. Perché la vita può sempre sorprenderci, nel bene e nel male. E qualunque cosa accada, credo che continuerò ad affrontarla con lo stesso spirito: cercando di vedere non soltanto ciò che è stato perso, ma soprattutto ciò che è ancora possibile costruire.”

Davide Bartolo Morana

Credits

Davide Bartolo Morana

photographer: Vincent Urbani

fashion stylist: Manel Ferrer Guisado

hair: Angel Simón

make up: Maite Alizée

studio assistant: Jorge Orera

studio: Merceditas Studio

Gianmarco Pacione