In Giappone, durante il torneo estivo del Koshien, il baseball diventa il punto di origine tangibile di qualcosa dal valore ben più grande del mero risultato sportivo. Un evento che si fa racconto di dedizione, quella di centinaia di giovani ragazzi, di rispetto delle tradizioni, legate alla lunga storia d’amore tra il baseball e il paese del Sol levante. E, soprattutto, dell'intensa passione con cui un intera nazione può vivere un evento sportivo. Riviviamo l’edizione di quest’anno attraverso le suggestioni narrative e visuali di Mauro Puccini
Mauro Puccini lavora da anni nel mondo della fotografia e, durante le vacanze estive, si reca spesso in Giappone, dove, insieme alla sua famiglia, ha l’opportunità di immergersi nei ritmi distesi della quotidianità nipponica. Eppure, il suo sguardo non si era mai soffermato sul baseball, disciplina che non aveva mai esercitato su di lui un particolare fascino. Finché, durante un afoso pomeriggio estivo, accendendo la televisione, Mauro si imbatte casualmente in una partita del torneo di Koshien, e tutto inizia ad assumere un significato differente.
Il Campionato nazionale di baseball delle scuole superiori del Giappone, comunemente noto come ‘Summer Koshien’, è una competizione liceale che si svolge annualmente su scala nazionale. Considerato il più importante appuntamento sportivo amatoriale del Paese, riunisce 49 istituti provenienti dalle diverse prefetture giapponesi in una successione di incontri a eliminazione diretta. Un vortice di emozioni, un rito di passaggio, un’ultima possibilità per milioni di giovani giapponesi di vivere un’esperienza sportiva nella sua dimensione più totalizzante, prima che l’età adulta imponga compromessi, responsabilità e traiettorie divergenti.
Mauro Puccini intuisce immediatamente che l’unicità di questo torneo risiede tanto nello sforzo fisico, nello slancio verso una base o nella conquista di un inning, quanto nelle lacrime di una giovane tifosa, nell’euforia di un Paese assorto davanti agli schermi televisivi. Nella tensione dialettica tra ciò che accade sul campo e ciò che si consuma sugli spalti o sui divani. Attraverso la propria indagine fotografica, cerca di restituire questo dualismo in immagini capaci di condensare l’intensità cinetica e insieme passionale di una competizione senza uguali.






“La mia compagna è giapponese, stiamo insieme da sedici anni e abbiamo un figlio. Ogni estate, durante le vacanze scolastiche, torniamo in Giappone. Durante l’anno conduco una vita piuttosto frenetica mentre quando sono lì, riesco a vivermi la quotidianità e, paradossalmente, una delle cose che amo di più di quel periodo è proprio la possibilità di fermarmi. Credo che sia uno spazio prezioso, perché è spesso proprio lì che iniziano a emergere pensieri e intuizioni inaspettate.
In Giappone il baseball è ovunque. Accendi una televisione e, quasi inevitabilmente, trovi una partita in diretta o una replica. Si segue il campionato giapponese, naturalmente, ma anche quello americano, soprattutto oggi che molti giocatori giapponesi sono diventati protagonisti assoluti negli Stati Uniti. Così mi sono ritrovato spesso in salotto con mio suocero a guardare baseball. Uno sport che, nonostante i diversi anni trascorsi in Giappone, ho sempre fatto una fatica enorme a comprendere. Le sue regole mi sembravano quasi controintuitive rispetto agli sport con cui siamo cresciuti in Europa. Quest’anno ho deciso finalmente di mettermi lì e provare a capirlo davvero. Eppure continuava a non entusiasmarmi particolarmente. Finché, un giorno, tornando a casa, ho visto in televisione una partita diversa. I giocatori erano evidentemente molto più giovani. Ma soprattutto erano differenti i loro comportamenti, le reazioni, la maniera in cui vivevano ogni singolo momento. Vedevo ragazzi urlare, piangere, esplodere di gioia o disperazione. Ho chiesto alla mia compagna che cosa stessi guardando. Era il Koshien.”




“Il Koshien è il campionato nazionale di baseball delle scuole superiori giapponesi. Ma definirlo semplicemente un torneo scolastico significa non comprenderne realmente la portata. Per due settimane catalizza l’attenzione nazionale. La sensazione che ho avuto è paragonabile a quella che possiamo provare noi in Italia durante un Mondiale di calcio quando gioca la Nazionale. L’ho percepito immediatamente in casa, osservando quanto tutti fossero coinvolti, ma soprattutto attraverso le immagini. C’era qualcosa che andava molto oltre il gesto atletico. Dentro quelle partite vedevo il sogno di una generazione di ragazzi. Il liceo in Giappone dura tre anni e, per molti di loro, esistono quindi soltanto tre possibilità di arrivare su quel palcoscenico. Per chi si trova all’ultimo anno, quella partita può essere letteralmente l’ultima occasione. Ed è proprio questa consapevolezza a rendere tutto così intenso. Nel professionismo raramente percepisco un’emozione altrettanto scoperta. Non parlo soltanto di baseball, ma dello sport in generale. Qui la motivazione è differente. Non ci sono ancora il denaro, la fama o il successo professionistico a costituire il centro della narrazione. C’è il desiderio assoluto di vincere. Ho iniziato a seguire il torneo sempre più attentamente, ad affezionarmi ad alcune squadre.
Credo che l’aspetto più affascinante del Koshien sia il suo valore sociale e culturale. Sono migliaia le scuole che provano a qualificarsi e soltanto 49 squadre, rappresentative delle diverse prefetture del Paese, arrivano alla fase finale. Da quel momento la formula è a eliminazione diretta: perdi una partita e tutto finisce. Questo rende ogni incontro simile a una finale. Inoltre, la maggior parte di questi ragazzi non diventerà mai un atleta professionista. Dopo il liceo molti inizieranno l’università, entreranno nel mondo del lavoro, cominceranno quella che potremmo definire una vita adulta più ordinaria. Per questo il Koshien assume quasi il significato di un’ultima, gigantesca occasione di gloria nella loro giovinezza. Trovo che ci sia qualcosa di estremamente romantico e, allo stesso tempo, drammatico in tutto questo.”




“Se dovessi individuare un elemento del Koshien che, ai miei occhi, racconta qualcosa di più ampio della cultura giapponese, penserei innanzitutto alla dedizione. La capacità di dedicarsi completamente a qualcosa è un tratto che associo molto all’identità giapponese. Quando decidono di fare una cosa, la affrontano con una concentrazione e una disciplina assolute. Lo si vede anche nella quantità e nella qualità dei giocatori giapponesi che oggi riescono ad affermarsi ai massimi livelli del baseball americano. Al Koshien questa dedizione diventa estremamente visibile. Ma ci sono anche il rispetto dell’avversario e una serie di rituali che appartengono profondamente alla cultura di questo sport. Uno dei momenti che più mi ha colpito riguarda le squadre eliminate. Dopo aver perso, alcuni giocatori raccolgono la terra del campo e la portano con sé come ricordo. Trovo che sia un gesto di una potenza straordinaria. Anche questo, per me, racconta molto del Koshien.”




“Lavoro professionalmente nella fotografia da molti anni ormai e, inevitabilmente, il mio modo di fotografare in ambito commerciale si è spesso modificato in funzione del brand. Quando invece lavori a qualcosa di personale, tutto questo scompare. Ti liberi dai vincoli. Puoi permetterti di seguire ciò che ti interessa realmente. Con il Koshien mi trovavo esattamente in quella condizione. Ero completamente rilassato, senza un brief, senza dover necessariamente portare a casa un certo tipo di immagine. Potevo semplicemente osservare e reagire a ciò che vedevo.
A colpirmi è stata soprattutto la maniera in cui la regia televisiva raccontava le partite. Dopo un’azione, l’inquadratura si spostava immediatamente sui volti di giocatori o tifosi che piangevano o esultavano. Avevano compreso perfettamente che la vera forza di quel torneo non risiedeva soltanto nella pratica sportiva, ma nelle reazioni che quell’azione generava. Ho quindi iniziato a lavorare proprio su quelle transizioni. Ho utilizzato tempi lunghi e cercavo di intercettare i momenti di passaggio tra un campo largo e un primo piano, quelle frazioni in cui le immagini quasi si sovrapponevano. Unendo il gesto atletico con l’esplosione emotiva sugli spalti. È stata proprio questa libertà la parte più interessante dell’intero lavoro.”










