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In un editoriale ispirato dal ciclocomputer DURA 2 SOLAR di COROS, il fotografo, regiesta e ciclista Guido Pancotti esplora il proprio rapporto con il ciclismo nelle strade della sua terra, la Liguria, e della limitrofa Francia, intessendo un dialogo tra creatività, tecnologia e modo d’intendere le due ruote

È un mondo altro, quello offerto dal ciclismo. Un mondo d’esplorazione e consapevolezza. Di miglioramento, frutto di studio e razionalità, oltre che di desiderio e d’essenziale supporto tecnologico. Infine, ma non per minore rilevanza, un mondo popolato di suggestioni, atte ad alimentare lo spirito creativo e, contemporaneamente, dargli respiro.

Attorno a questo concetto ruota ‘Elsewhere’, editoriale composto e vissuto in prima persona dal fotografo e director Guido Pancotti, che da anni sta trovando nel ciclismo una musa, oltre che una via di fuga parallela ai ritmi quotidiani. Accompagnato dal ciclocomputer DURA 2 SOLAR di COROS (scopri di più sul COROS DURA 2 SOLAR sul sito ufficiale COROS), Pancotti ha approcciato Col de Turini e Col de Braus: esperienza che, da un lato, gli ha permesso di riflettere sul proprio, multiforme, rapporto con le due ruote e, dall’altro, di analizzare l’effettivo valore garantito dalla tecnologia per il raggiungimento del senso ultimo del ciclismo, posto all’intersezione tra miglioramento e scoperta. 

‘Elsewhere’ Coros DURA 2 SOLAR
Guido Pancotti on the road with the COROS DURA 2 Solar
Guido Pancotti on the road with the COROS DURA 2 SOLAR
Guido Pancotti on the road with the COROS DURA 2 SOLAR
Guido Pancotti on the road with the COROS DURA 2 SOLAR
Guido Pancotti on the road with the COROS DURA 2 SOLAR
Guido Pancotti on the road with the COROS DURA 2 SOLAR
Guido Pancotti on the road with the COROS DURA 2 SOLAR
Guido Pancotti on the road with the COROS DURA 2 SOLAR
Guido Pancotti on the road with the COROS DURA 2 SOLAR
Guido Pancotti on the road with the COROS DURA 2 SOLAR

“Per questo editoriale sviluppato insieme a COROS, in cui ho avuto modo di testare il ciclocomputer DURA 2 SOLAR, ho scelto di affrontare due salite che considero particolarmente interessanti: il Col de Turini e il Col de Braus. Sono luoghi iconici, ma relativamente poco raccontati rispetto ad altre grandi salite. Avrei potuto scegliere il Galibier o lo Stelvio, dove sarebbe stato più immediato ottenere immagini spettacolari, ma una delle cose che amo maggiormente della bicicletta è proprio la possibilità di raggiungere luoghi meno frequentati. Il Col de Turini è una salita celebre anche per la storia del Rally di Monte Carlo, oltre ad aver ospitato più volte il Tour de France. Il Col de Braus si trova nella stessa area, in un territorio vicino a casa mia, profondamente legato alla storia di confine tra Italia e Francia. 

Sono strade che mi hanno sempre affascinato, soprattutto per la loro conformazione. I tornanti si sovrappongono, si incastrano gli uni sugli altri, creando strutture che trovo estremamente interessanti anche dal punto di vista architettonico. Il dato architettonico ha sempre avuto un ruolo importante nella mia vita. Mia madre è architetta, mio padre è ingegnere e mio fratello è architetto. Sono cresciuto circondato da persone che lavorano con forme e spazio. Credo che questo abbia influenzato anche la scelta di queste due salite. Una delle cose più belle che il ciclismo mi ha regalato è la possibilità di scoprire luoghi che mai avrei conosciuto altrimenti. Penso, per esempio, a certe strade nascoste nell’entroterra ligure o francese... 

L’idea di questo editoriale era raccontare una giornata qualsiasi di un ciclista. Non volevo costruire un’occasione eccezionale, ma proporre un allenamento, un’uscita ‘usuale’. Per chi pratica il ciclismo può sembrare qualcosa di assolutamente ordinario, mentre per chi non conosce questo mondo anche una semplice giornata in sella può rivelare aspetti inaspettati: scenari sconosciuti, territori mai visitati, anche se vicini… Naturalmente, per ottenere gli scatti e le composizioni che immaginavo, mentre ero in bici, ho avuto bisogno del supporto di altre persone, che mi hanno accompagnato lungo l’intera esperienza. 

Il ciclismo è entrato nella mia vita poco prima del Covid. Avevo diversi amici che andavano in bici e, crescendo a Sanremo, avevo sempre respirato cultura ciclistica. La Milano-Sanremo è parte dell'identità locale, e la trasformazione della vecchia ferrovia in una pista ciclabile, oggi tra le più importanti d’Europa, ha contribuito a creare un movimento sempre più ampio di ciclisti. Ho sempre praticato molti sport, basket su tutti, ma ho sentito il desiderio di avvicinarmi ad una disciplina d’endurance. Ho iniziato e il rapporto con il ciclismo è diventato intenso da subito: come da tradizione per la disciplina, una sorta di amore e odio. 

Guido Pancotti on the road with the COROS DURA 2 SOLAR
Guido Pancotti on the road with the COROS DURA 2 SOLAR
Guido Pancotti on the road with the COROS DURA 2 SOLAR
Guido Pancotti on the road with the COROS DURA 2 SOLAR

La componente performance rende questo rapporto ancora più complicato. Il ciclismo è uno sport che ti permette di confrontarti in maniera diretta con i professionisti. Che tu sia Tadej Pogačar, Guido Pancotti o qualsiasi altra persona, il terreno su cui ti devi misurare è esattamente lo stesso. E devi confrontarti con la realtà dei fatti: con quello che sei effettivamente in grado di fare. Allo stesso tempo, la bicicletta ha una capacità straordinaria di farti stare bene. Quando finisci di pedalare, la mente è più lucida, più libera. Per me rappresenta soprattutto una valvola di sfogo, un modo per allontanarmi dalla confusione quotidiana. Qualche giorno fa, per esempio, ero immerso in consegne lavorative. Fuori il tempo era bruttissimo, così mi sono allenato sui rulli. Quando ho finito, tutta la tensione accumulata sembrava essersi dissolta. 

Da circa dieci anni collaboro con brand fashion internazionali, negli ultimi due mi sono chiesto perché non far confluire quel tipo di esperienza anche nel mondo del ciclismo, un mondo che, per l’appunto, sento sempre più affine. Ho cominciato ad avvicinarmi progressivamente al settore, cercando di dare una forma sempre più precisa a quello che voglio raccontare e a come voglio raccontarlo, vivendolo in prima persona. Quest’estate, per esempio, ho affrontato un viaggio in bicicletta insieme ad un amico, partendo dall’Alpe di Siusi e arrivando fino a Sanremo, attraversando alcuni dei passi più importanti della storia delle due ruote. Il Galibier, la Bonette, la Colombière... Esperienze che mi hanno permesso di approfondire ulteriormente il rapporto con questo sport, ma anche di capire come raccontarlo nelle sue infinite sfumature.

Nel fashion la ricerca della qualità dell'immagine è quasi ossessiva. L’estetica è una componente fondamentale di ogni progetto, qualcosa attorno a cui viene costruito tutto il resto. Lavorando tra moda, advertising e sport, mi rendo conto di quanto questa sensibilità possa contribuire a sviluppare nuove forme di racconto anche nell’universo ciclistico. C’è un altro aspetto che m’interessa particolarmente. Credo che si racconti moltissimo il momento in cui un atleta vince e molto meno tutto ciò che lo ha portato fino a quel risultato. La vittoria rappresenta soltanto il punto d’arrivo. La parte più difficile è tutto quello che viene prima, il lavoro necessario per presentarsi a una competizione nelle condizioni migliori. Questa è una dimensione che, secondo me, merita molta più attenzione. In fondo, è qualcosa che riguarda anche la vita al di fuori dello sport e delle competizioni stesse.

Questo editoriale è intitolato ‘Elsewhere’: Altrove. Non si riferisce, necessariamente, ad un luogo fisico, ma ad uno stato mentale diverso, ad un modo differente di guardare le cose. Nel ciclismo, così come nel racconto visuale, rappresenta la ricerca di qualcosa che va oltre il dato visibile: le strade che ci allontanano da ciò che è familiare, i momenti che esistono tra la partenza e l’arrivo, le diapositive che rivelano qualcosa che non stavamo cercando… Lo intendo come un essere presenti, lasciandosi allo stesso tempo la possibilità di sentirsi altrove. Con il ciclismo, ho imparato a capire quanto, a volte, la destinazione non sia un luogo, ma una sensazione, una prospettiva, un momento destinato a restare con te. E questo può accadere anche durante un’uscita ‘normale’.

Guido Pancotti on the road with the COROS DURA 2 SOLAR
Guido Pancotti on the road with the COROS DURA 2 SOLAR
Guido Pancotti on the road with the COROS DURA 2 SOLAR
Guido Pancotti on the road with the COROS DURA 2 SOLAR
Guido Pancotti on the road with the COROS DURA 2 SOLAR
Guido Pancotti on the road with the COROS DURA 2 SOLAR

L’utilizzo del DURA 2 SOLAR mi ha fatto riflettere su come, negli ultimi anni, la tecnologia abbia trasformato profondamente il modo di vivere questo sport. L’introduzione dei misuratori di potenza, dei dispositivi digitali e di tutti gli strumenti che oggi abbiamo a disposizione ha cambiato il ciclismo professionistico, ma anche quello amatoriale. Penso, per esempio, alla possibilità di caricare una traccia sul proprio ciclocomputer e partire sapendo di poter seguire esattamente il percorso desiderato, fino a tornare a casa. È una libertà enorme. Non devi preoccuparti continuamente di capire dove girare, quale strada prendere o se stai seguendo la direzione giusta... Puoi dedicare molta più attenzione a quello che ti circonda, ad osservare i luoghi, le architetture, naturali e non, che attraversi, vivendo pienamente l’esperienza. 

Anche la possibilità di conoscere a fondo i propri dati è interessante, purché non diventi un’ossessione. Possono essere strumenti preziosi per conoscere meglio te stesso, capire come stai migliorando e confrontare quello che riesci a fare oggi con ciò che facevi in passato. Non credo si debba necessariamente vivere il ciclismo attraverso una ricerca ossessiva della prestazione. Si può pedalare per il piacere di muoversi, per scoprire e, contemporaneamente, per il semplice piacere di migliorarsi. 

Quando ho avuto tra le mani il COROS DURA 2 SOLAR, la prima cosa che mi ha colpito è stata, a dire il vero, la sua estetica. Ho avuto altri ciclocomputer, quindi avevo un termine di paragone molto diretto. La differenza nel design mi è sembrata impressionante. Si percepisce immediatamente il lavoro fatto sull’aerodinamica, sull'attenzione alle forme. È un dispositivo estremamente sottile. Sono stato sorpreso anche dall’interfaccia, estremamente intuitiva. Spesso i ciclocomputer più evoluti possono risultare piuttosto complessi, mentre in questo caso ho avuto una sensazione molto diversa… Poi, c’è la possibilità di sfruttare l’energia solare per ricaricarlo: una soluzione particolarmente intelligente per un dispositivo destinato a trascorrere così tanto tempo esposto alla luce.

Alla fine, credo che il valore della tecnologia stia proprio nella sua capacità di accompagnare l’esperienza ciclistica senza sottrarle una componente fondamentale: quella dell’attenzione posta su ciò che ti circonda, su ciò che stai vivendo e attraversando. I numeri, le indicazioni, gli strumenti che abbiamo a disposizione possono aiutarci a conoscere meglio quello che facciamo, a monitorare il nostro miglioramento che, come dicevo in precedenza, resta una spinta fondamentale nel mio modo d’intendere la bici. Ma ci tengo ad evidenziare anche l’aiuto della tecnologia sotto un altro punto di vista: il permetterti di pedalare sereno, liberare la mente e scoprire, pienamente, cose che ancora non si conoscono”

 

Scopri di più sul COROS DURA 2 SOLAR sul sito ufficiale COROS

Guido Pancotti on the road with the COROS DURA 2 SOLAR
Guido Pancotti on the road with the COROS DURA 2 SOLAR
Guido Pancotti on the road with the COROS DURA 2 SOLAR
Guido Pancotti on the road with the COROS DURA 2 SOLAR