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Il documentario ‘One Step at a Time’ segue Francesco Puppi nell’epica Western States: una prima esperienza sopra i 100 chilometri che, davanti ad una lunga serie di problemi, si è trasformata in un percorso composito, teso verso una maggiore accettazione di sé e di fiducia verso il valore del contatto umano

‘One Step at a Time’. Un passo alla volta. In questa frase è racchiusa una pellicola che, da un lato, ritrae un’autentica impresa sportiva: il secondo posto raggiunto da Francesco Puppi alla celebre Western States, maturato nonostante la limitata conoscenza di una distanza mai incontrata prima, nonché una serie infinita di problemi sopraggiunti in fase di preparazione. Dall’altro, e soprattutto, una celebrazione dell’identità e dell’accettazione personale, un’intima analisi del processo di autoscoperta ed esposizione all’incertezza, ed un vibrante manifesto dedicato al potere del contatto umano. 

Questo significativo documentario, supportato da Hoka, Enervit, Coros e Vibram, e diretto da Damiano Levati, con la compartecipazione attiva in sede di editing, e non solo, di Puppi stesso, trova il proprio nucleo nel concetto di ‘controllo’ e nel paradosso secondo cui, anche all’interno di una carriera podistica su lunghe distanze, iper razionale per sua stessa essenza, incognite e lacune apparenti possano essere, quasi magicamente, colmate da una maggiore accettazione di sé e delle proprie fragilità, e dalla condivisione di esse. 

Proprio l’ultra runner italiano, secondo classificato alla Western States, illustra la trama, o meglio, le trame di questa produzione. Un viaggio cominciato nella desolazione di ripetuti, frustranti infortuni. Proseguito nell’insicurezza. E concluso nella piena consapevolezza simboleggiata dall’abbraccio, al traguardo della Placer High School di Auburn, con la compagna Gloria Giudici e il coach Tito Tiberti: autentici co-protagonisti del film. 

Ad accompagnare questa conversazione, le foto di Daniele Molineris. 

"One Step at the Time" Documentary
Francesco Puppi preparing for the Western States
Francesco Puppi preparing for the Western States
Francesco Puppi preparing for the Western States

Prima della Western States avevi tracciato un parallelo con la tua prima mezza maratona, corsa a tredici anni: in entrambi i casi parlavi d’ingressi in territori sconosciuti. Arrivato a questo punto della tua carriera, con così tanta esperienza sportiva alle spalle, come ha approcciato questa nuova sfida Francesco Puppi?

“Forse è proprio dalle situazioni di maggiore difficoltà che viene fuori veramente la persona che sei: come affronti i problemi, come affronti le decisioni. Questa è stata un’occasione, ancora una volta, per mettere un po’ in discussione i miei limiti, le mie incertezze, e per tornare ad essere un atleta, una persona che sta imparando a fare qualcosa di nuovo. Più nello specifico, le cose sono andate in maniera abbastanza diversa da come mi aspettavo, soprattutto perché sono arrivato alla Western States con una preparazione condizionata dall’infortunio al polso, dal recupero post operatorio e da una serie di contrattempi. Avevo decisamente meno certezze rispetto a quelle che mi garantisce, solitamente, la linearità che accompagna ogni mia preparazione ad una gara. Alla Western States arrivavo anche con un certo tipo di aspettativa attorno a me. Tante persone aspettavano un risultato. Anch’io, in parte. La domanda, per me, è diventata: quanto vuoi stare dentro quel tipo di narrazione e quanto, invece, provare ad essere semplicemente te stesso, lasciando andare un po’ le aspettative e facendo quello che puoi fare, proprio perché non tutto, questa volta, può essere in tuo controllo?”

 

Il tema del controllo è tornato spesso nelle nostre conversazioni passate: lo studio, la preparazione, l’analisi e il rapporto quasi scientifico con il tuo corpo sono tutte componenti essenziali del tuo modo d’intendere la corsa. In questo caso, molte di quelle certezze sono venute meno. Com’è mutata la tua idea di controllo in funzione della Western States e com’è cambiata durante la gara stessa?

“Ho dovuto ridefinirla. Durante la preparazione, ho avuto una lunga fase in cui il corpo sembrava non rispondere agli stimoli. Probabilmente era dovuto allo stress eccessivo tra il dover gestire il periodo post-operatorio e la necessità di allenarmi. Non volevo allenarmi soltanto per finire la gara, la mia prima 100 miglia: volevo gareggiare al livello che mi sono sempre aspettato da me stesso. Ad un certo punto, con il mio coach Tito Tiberti abbiamo deciso di abbassare un po’ le aspettative e di approcciarla, quasi, come un’esperienza: vedere cosa potevo trarne e prendere quello che arrivava lungo il percorso, senza pretendere la perfezione, ma accettando semplicemente le circostanze. Nei mesi che portavano alla Western States sono stato messo in grossa difficoltà non tanto dalla parte psicologica, che sono riuscito a gestire abbastanza bene, quanto da quella fisica. Per tanti giorni il corpo sembrava non venirmi dietro. Gli adattamenti sono arrivati, ma hanno richiesto tempo. Nella fase finale di preparazione, le cose hanno cominciato un po’ a collimare e ho iniziato ad acquisire fiducia nel fatto che, almeno, sarei potuto riuscire a finire la gara. Non tanto che potessi essere competitivo, in realtà. Ricordo anche uno scambio con Jim Walmsley, 4 volte vincitore della Western States e detentore del record fino a quest’ultima edizione. Ai primi di maggio gli ho detto: “Non credo di raggiungervi al camp in altura del team Hoka, perché per me non ha senso in questa situazione”. Stavo ancora finendo la fisioterapia e avevo veramente bisogno di concentrarmi su me stesso, sulla routine, sulle mie cose. Avevo bisogno di restare attaccato a una serie di certezze. Lui mi ha rassicurato. 

Venendo da distanze più corte, hai una certa struttura, una certa idea di come dovrebbero andare gli allenamenti e delle sensazioni che dovresti avere… Per preparare questa distanza, questo tipo di gara, devi abbandonare quei paradigmi: ovviamente non del tutto, ma in una certa misura. Lo scambio con Jim mi ha fatto capire che quello che stavo facendo, tutto sommato, andava abbastanza bene. Sebbene fosse difficile per me navigare in quella situazione, mi ha infuso fiducia. Anche se c’erano tanti dubbi, aveva senso andare avanti. Sono entrato in gara con questo approccio, con questa mentalità… e credo che, alla fine, mi abbia aiutato. Poi, nel momento in cui ti trovi ad andare meglio di quanto ti aspettassi, è chiaro che subentri una grossa carica. È diverso rispetto ad attenderti di essere in testa per poi trovarti quinto, magari in difficoltà. Non mi immaginavo una gara così tirata, senza un attimo di respiro in quasi quattordici ore. Uno pensa: “La prima metà posso gestirla, ci sarà spazio per lasciare passare i chilometri. Non sarà dura fin dall’inizio.” Invece la Western States è così e, proprio per questo, il controllo può arrivare fino a un certo punto…”

 

Arriviamo allora all’esito della gara: alla luce di quello che hai condiviso, un inatteso e significativo secondo posto. Alla fine di questo percorso, che senso ultimo ha assunto quel risultato?

“Alla fine, ho capito che non serve fare le cose in maniera perfetta. Nel caso di un atleta, significa allenarsi bene e avere soprattutto continuità nel lavoro, senza pretendere ogni volta quella linearità nella preparazione che, magari, ci si aspetta leggendo un manuale di atletica leggera. Quindi, si tratta semplicemente di accettare te stesso. Non dico di abbassare le aspettative, ma di accettare che le cose possano andare anche in modo differente da ciò che pensavi. Nelle prossime gare cercherò di avere più di fiducia in me stesso, anche quando le cose non saranno esattamente come me le immagino.”

Francesco Puppi preparing for the Western States
Francesco Puppi preparing for the Western States
Francesco Puppi at the Western States

Passiamo al titolo del film, ‘One Step at a Time’. Cosa racchiude per te questa frase e perché avete scelto proprio queste parole per raccontare l’epopea Western States?

“È una frase di Gloria, la mia compagna, che mi ha seguito e assistito durante la gara. Ha usato queste parole all’aid station di Foresthill, al 100esimo miglio. Ero in testa alla gara, ma appena sono entrato nell’aid station le ho detto: “Non so come fare. Non so come fare ad andare avanti”. Mancavano ancora 60 chilometri e la mia mente non riusciva a processare l’idea di poter continuare a quel ritmo. Lei mi ha risposto: “Come hai sempre fatto: un passo alla volta”. Nella sua semplicità, e quasi banalità, trovo sia una frase tremendamente efficace. Descrive proprio come, secondo me, dovremmo cercare di affrontare le sfide che lo sport e, un po’, la vita, ci mettono di fronte. Certo, non è un’idea particolarmente originale, ma assume il ruolo di nucleo perfetto per questo film, per l’intera esperienza Western States. Quelle parole, in quel momento, hanno dato significato alla gara, alla fatica, allo sforzo che stavo facendo e mi hanno aiutato semplicemente a continuare. Ovviamente, con il film non pretendiamo di insegnare nulla a nessuno, tantomeno d’inventare qualcosa. Credo però che in ogni contesto, in ogni esperienza, ci sia del valore quando certe cose si manifestano con tanta chiarezza e forza. Possono diventare un paradigma per altre persone: un modo per ricordarsi come si fa ad andare avanti.”

 

Nel tuo percorso recente, il contatto umano sembra aver assunto un ruolo sempre più rilevante. Come hai vissuto questa apertura verso gli altri e come la interpreti, oggi, guardandoti indietro?

“Hai individuato con precisione un, se non il, tema fondamentale del film: quello delle relazioni. Condividendo la preview del film, ho scritto esattamente questo: il film riguarda il percorso che ho fatto insieme a Tito, il mio allenatore, alla mia compagna Gloria e alle altre persone che mi sono state accanto… E riguarda la forza di questo tipo di condivisione, più che su come si corre la Western States sotto le 14 ore. È difficile per me usare parole che non risultino banali o dei cliché, però negli ultimi anni mi sono reso conto di quanto appoggiarsi ad altre persone, chiedere aiuto, condividere le proprie emozioni e mostrarsi vulnerabili non sia affatto un segno di debolezza. In una certa misura, è il segnale della volontà di andare alla radice di certi problemi. È un processo che richiede anche tanto coraggio. E credo che, in questo processo, si trovi la nostra vera forza interiore: una forza che poi si riflette in ciò che facciamo. Dopo, certo, si tratta di correre. Quando le persone mi chiedono cosa conti nell’ultra running, rispondo che, per iniziare le gare, contano le gambe. Però, dipende molto dal tuo stato mentale ed emotivo quanto di quel potenziale sarai, effettivamente, in grado di utilizzare. E questo può essere aiutato tantissimo dalle persone che ti circondano, specialmente quando sono in grado di capirti come persona, di supportarti e di mettersi nei tuoi panni.”

 

Quanto è stato complesso farti riprendere nei momenti di dubbio e, allo stesso tempo, continuare a vivere la preparazione prima, la gara poi, senza percepire la presenza di un film che si stava costruendo intorno a te?

“Penso che il livello di confidenza e il rapporto di amicizia che ho sviluppato con Damiano Levati, il regista del film, siano stati molto importanti. Di fatto, Damiano è entrato molto nella mia quotidianità e nella mia intimità, nei miei momenti di down, di dubbio, di difficoltà... Per me è stato fondamentale avere al mio fianco una persona in cui potessi riporre fiducia, da cui non mi sentissi giudicato e con cui potessi semplicemente essere me stesso. Mai pensato che stessimo facendo delle riprese per un film o che stessi recitando un ruolo. Niente di tutto questo. Non avevamo una trama: abbiamo cercato di raccontare, giorno per giorno e settimana per settimana, quello che questa preparazione ha comportato per me e, poi, il giorno della gara. Aver lavorato con Damiano Levati e con Daniele Molineris, che ha curato la parte fotografica, è stato importante e significativo proprio per queste ragioni.”

Francesco Puppi
Francesco Puppi at the Western States

Rivedendo il film nella sua interezza e sul grande schermo, ci sono stati momenti che ti hanno colpito in maniera particolare, per la bellezza delle immagini o per la profondità di ciò che stavano raccontando?

“Ce ne sono stati molti. Anche perché sul film ho lavorato in prima persona dal punto di vista dell’editing, dei sottotitoli e di tante altre cose… Ad un certo punto, è subentrata quasi una disaffezione nei suoi confronti, però, nonostante questo, vedere il suo esito finale insieme a tante persone ha fatto una grande differenza e mi ha genuinamente emozionato. C’è una parte, quasi sul finale, in cui dico che per tanto tempo ho usato il fatto di non sentirmi mai abbastanza come motivazione per impegnarmi di più, migliorare, lavorare duramente… Il vero cambiamento avvenuto negli ultimi anni è stato accettare che, in certe situazioni, soprattutto in quelle più difficili, ci sta cercare, semplicemente, di fare del mio meglio. E che, certe volte, riesco a fare delle cose per cui posso dirmi “bravo”. Momenti in cui posso dare effettivo valore a me stesso: cosa, questa, che per me è sempre stata difficile. Sono un po’ insicuro, ho tanti dubbi. Per questo, porre tutto questo in relazione con le persone che mi vogliono bene, che erano lì, che mi hanno supportato e che mi hanno permesso di concludere quella gara, significa tanto. Sentire quel supporto e quell’amore incondizionato nei miei confronti è stato molto potente, perché per tanto tempo ho pensato di non meritarlo. Tuttora faccio un po’ fatica a dire: “Me lo merito”. È sempre difficile. Però, piano piano, sto riuscendo a risolvere questa tensione dentro di me.”

 

Hai menzionato il tuo coinvolgimento nell’editing, nella scrittura dei sottotitoli e, più in generale, nella costruzione del film. Nei diversi focus editoriali che abbiamo sviluppato insieme negli ultimi anni, al percorso dell’atleta si è progressivamente affiancata una dimensione narrativa sempre più consapevole. Quanto hai inciso sulla struttura di ‘One Step at a Time’ e cosa ha significato, per te, partecipare attivamente alla produzione di un film?

“C’è tantissimo lavoro dietro un documentario di un’ora. Le clip che, effettivamente, vanno a comporre il prodotto finale sono, penso, un 3% del girato. Sei costantemente di fronte a un’infinità di decisioni: cosa mettere, cosa non mettere, le scelte narrative, la musica, i colori, quale struttura dare alla trama. Una storia può essere raccontata in modi diversissimi. Io queste decisioni le ho affrontate insieme a Damiano. Tante volte lui lavorava operativamente all’editing e io davo dei feedback. Ho partecipato attivamente a questo processo e molte delle scelte narrative che abbiamo fatto sono decisioni comuni. Mi è piaciuto. Forse è un modo poco convenzionale di lavorare su un progetto simile, ma tenevo ad essere coinvolto nel processo narrativo, con tutti i limiti che questo avrebbe comportato, perché ovviamente non sono un filmmaker. Però questa cosa è nostra e, proprio per questo, sono contento di quello che è venuto fuori.”

 

Ti è mai capitato, durante i mesi di girato, di vivere singoli momenti attraverso il filtro dell’editor anziché quello dell’atleta?

“Come editor devi cercare di disaffezionarti al prodotto, di pensarlo quasi come se non fosse un film su di te, come se stessi raccontando un altro personaggio. È difficile, perché chiaramente sei coinvolto in prima persona e la cosa ti carica parecchio, specie dal punto di vista emotivo. Però, devi cercare di estraniarti. Come atleta, riguardando il film mi sono trovato tante volte combattuto. Anche quando comunico via social mi trovo davanti ad un’eterna indecisione: per gli addetti ai lavori, per gli atleti, per le persone che corrono molto seriamente, alcune cose possono sembrare quasi delle banalità. Non appena allarghi un po’ la prospettiva al pubblico più ampio, però, ti rendi conto che non è così. Sta di fatto che, nel film, ho messo semplicemente quello che mi piaceva e che ritenevo significativo, prima di tutto, per me stesso. Spero che venga apprezzato da chi lo guarda. Anche in questo caso, non lo nego, ho cercato di sgonfiare un po’ le aspettative, di lasciarle andare...”

Francesco Puppi at the Western States
Francesco Puppi at the Western States
Francesco Puppi at the Western States

Allargando questa riflessione oltre il film, cosa può rappresentare per la community trail, ultra e, più in generale, per l’immaginario sportivo italiano e internazionale, dimostrare che un atleta possa incidere attivamente anche su un piano narrativo e creativo, facendolo con competenza e attenzione?

“È un pensiero che, chiaramente, mi mette un po’ in difficoltà, perché faccio fatica a pensare di essere un’ispirazione, un modello o un riferimento per qualcuno. So che, per il ruolo che ho, in una certa misura lo sono e ci sono anche dei risultati che avvalorano ciò. Uno dei messaggi che vorrei venisse colto dal film, e che credo emerga bene, è l’importanza di essere sé stessi e di non lasciarsi definire o incasellare dai confini che le altre persone e, più in generale, la società immaginano per noi e per il nostro ‘ruolo’. Per tanto tempo la figura dell’atleta professionista è stata confinata all’interno di binari abbastanza precisi. Adesso, per fortuna, questi confini stanno sempre più sfumando. È importante che gli atleti possano dare spazio alle diverse forme della propria identità, non soltanto al loro essere atleti. Se, sotto questo punto di vista, il film può essere d’ispirazione per altre persone, sono molto contento. Ma, sia chiaro, vanno benissimo anche tutti coloro che si limitano a correre, ricercando la performance: il mio rispetto nei loro confronti è assoluto.”

 

Da una parte l’affrontare il territorio sconosciuto della Western States; dall’altra il decidere di raccontarti con questa profondità, mettendoti in prima persona dentro un progetto così complesso... Per quelle delle due cose hai dovuto trovare più coraggio?

“Sono due difficoltà che valuto su livelli diversi. La prima è più sul piano sportivo, anche se, chiaramente, c’è una grossa componente emotiva e mentale. Però, è qualcosa che sai di aver costruito attraverso la preparazione e l’allenamento. Nel film, la mia compagna e il mio allenatore continuano a riportarmi al motivo per cui avevamo scelto di essere lì. Nei momenti di difficoltà, la tua mente non ragiona in maniera lineare e hai bisogno di qualcuno che ti riporti alla razionalità, che ti ricordi che, in realtà, stai affrontando esattamente la cosa per cui ti sei preparato tantissimo. Per me questo è stato fondamentale ed è un altro dei motivi per cui avere quelle persone al mio fianco è stato così importante. 

L’altro tema è quanto sia stato difficile, e quanto coraggio abbia richiesto, raccontare tutto questo percorso con profondità. Anche in questo caso, per me, si tratta di una preparazione iniziata molto prima, con il lavoro fatto insieme alla mia psicologa dello sport: un percorso che mi ha portato a conoscere meglio me stesso, ad accettare alcune parti della mia identità e a mettere da parte quel senso di vergogna che, tante volte, proviamo nei confronti di certe cose che ci portiamo dentro. Piano piano, nel tempo, con un po’ di fatica, un po’ di coraggio, tanti errori e qualche piccolo passo indietro, scopri sempre più della persona che sei. La accetti e riesci addirittura a raccontarla, a condividerla con gli altri. Ti viene sempre più spontaneo e genera sempre meno quel senso di vergogna che tante volte ci blocca: quella paura di deludere, per l’appunto, delle aspettative.”

Francesco Puppi at the Western States