C’è chi vede nello sport competizione, altri spettacolo. Per Randall Xiao, lo sport è cultura: un linguaggio globale condiviso, fatto di emozioni, gesti e dettagli che meritano di essere visti, raccontati e ricordati
Nato e cresciuto a Shenzhen — una giovane e frenetica città della Cina meridionale — Randall ha trovato la sua voce non attraverso le parole, ma attraverso le immagini. Affinando quello sguardo sulle gelide tribune di Buffalo, dove ha scoperto per la prima volta il cuore pulsante dello sport americano.
La sua macchina fotografica è diventata un passaporto culturale, capace di trasformare la prospettiva di uno studente di economia in quella di un narratore visivo. Dalle vaste cattedrali sportive degli Stati Uniti, Randall insegue non solo l’azione, ma ciò che si nasconde dietro: l’anima di una città, la vulnerabilità di un atleta, il battito collettivo di una comunità.
Ora con base ad Ann Arbour, Michigan, lungo il proprio cammino questo giovane fotografo ha già colto una verità semplice e universale: lo sport non vive solo nelle statistiche, ma nei volti, nei silenzi e nei simboli. In questa conversazione, Randall riflette sul suo viaggio — dalla Cina agli Stati Uniti, dagli spalti a bordo campo — e sul suo sogno di catturare le storie sportive non raccontate nel mondo.







Da Shenzhen a Buffalo
“Sono nato e cresciuto a Shenzhen, in Cina — una città orientata al business, dove hanno sede i grandi marchi, per lo più aziende dell'industria elettronica in generale. Ci sono molti capitali in movimento, ma non moltissima cultura. È una città ‘recente’. È stata costruita nel 1979, quando la Cina ha iniziato ad aprirsi al mondo, con tante esportazioni, importazioni e scambi culturali. È allora che la Cina ha scoperto e abbracciato la cultura statunitense — e, parlando di sport, la cultura cestistica. Crescendo mi sono innamorato della NBA. Ricordo alle medie, quando guardavo LeBron e Steph giocare le Finals. Quella sensazione mi è rimasta. Ho sempre fantasticato sulla cultura cestistica americana, leggendo riviste sulle storie di ogni giocatore, squadra e allenatore. All’epoca ero un grande fan di LeBron e, se avessi avuto l’opportunità di andare in America, non sarei andato a L.A. o a New York ma a Cleveland, in Ohio.
Quando stavo per finire le medie, i miei genitori erano sempre più impegnati con le loro carriere lavorative. Erano via per la maggior parte del tempo e avevano pochi momenti per occuparsi di me e di mia sorella, così ci diedero la possibilità di andare a studiare all’estero. Ovviamente ho scelto la strada degli Stati Uniti e sono finito a Buffalo, New York — una parte molto tranquilla, fredda e nevosa degli States.
Quando pensi a New York, pensi a New York City, a Manhattan, ma la seconda città più grande è Buffalo. È lì che ho avuto il mio primo vero contatto con il football americano. Vivevo con una famiglia del luogo che la domenica si riuniva con gli amici per guardare le partite — mangiare qualcosa, bere birre in giardino e guardare il football. È stato un vero momento cruciale per me. La cultura sportiva lì è di un altro livello. Riunisce le famiglie. Tiene vive le conversazioni. Definisce una regione. A Buffalo i Bills sono tutto. Il football è tutto. Determina lo spirito della città, il modo in cui le persone interagiscono attraverso lo sport. Influenza persino i bambini.
Da quel momento ho iniziato ad approfondire la cultura sportiva americana. Per me era tutto così nuovo. Ero circondato da amici cresciuti in quel contesto, per loro era normale. Per me, invece, era tutto da scoprire, così vivido e vibrante. Da dove venivo io, di tutto questo non c’è traccia. In Cina è tutto incentrato sullo studio per gli esami e sul lavorare sodo. Il basket e lo sport in generale sono visti come una distrazione. Insegnanti e genitori non gradiscono che tu giochi tutti i giorni, anche se fa bene al corpo. Mi sento davvero fortunato ad essere uscito da quel sistema, arrivando negli Stati Uniti, e di aver potuto vedere con i miei occhi tanta cultura sportiva.”






Innamorarsi della fotografia sportiva
“Andando negli States ho avuto più tempo libero e più indipendenza. È così che mi sono avvicinato alla fotografia — come modo per esplorare i miei hobby. Me ne sono innamorato perché, quando mi sono trasferito, il mio inglese non era granché; stavo ancora imparando. L’inglese insegnato in Cina è diverso dallo slang che la gente usa ogni giorno negli Stati Uniti. La fotografia è diventata il mio modo di esprimermi e di raccontare storie sportive senza doverle descriverle a parole. Mi ha persino aiutato a iniziare a fare amicizia.
Al liceo ero nella squadra di basket e praticavo molti sport in generale. Poi è arrivato il Covid. È allora che ho preso la mia prima macchina fotografica. Ho comprato una Sony A6000 usata su Facebook Marketplace, con un obiettivo zoom 55–210 mm: un setup molto economico ma che ho utilizzato per i primi tre anni.
Un giorno l’ho portata con me all'allenamento di baseball. In quel momento ho iniziato a sperimentare con i tempi di scatto, a capire le impostazioni manuali e altre cose che avevo appena imparato su YouTube un paio d’ore prima. Ricordo di aver fotografato un giocatore mentre prendeva la palla. Quando ho guardato lo scatto, era perfettamente nitido nell’istante esatto in cui il giocatore afferrava la palla. È stato surreale — la possibilità di congelare un momento in cui il guanto era ancora aperto, ma la palla non era ancora atterrata.
È stato magico. Da allora non mi sono più fermato. Fotografando il baseball ho iniziato ad allargarmi alla fotografia di ritratto e agli eventi. Ovunque andassi, portavo la mia macchina.”





La cultura sportiva universitaria
“Prima di scegliere l’università del Michigan, sono andato alla University of Minnesota, anche quella una scuola della Big Ten. È più piccola e meno competitiva della University of Michigan e non così storica, ma far parte della Big Ten significa avere comunque molte risorse. Ho iniziato l’università studiando economia perché volevo entrare nel mondo della consulenza. Per quanto riguardava la fotografia, andavo a tutti gli eventi sportivi universitari come tifoso, nel tempo libero, ed è così che il mio stile ha iniziato a prendere forma — sperimentando angolazioni diverse.
In quel periodo stavo ancora cercando di capire chi sarei diventato. È stato un momento difficile perché continuavo a scrivere a direttori della fotografia e ad altri creativi, ma quando vedevano il mio lavoro erano esitanti. Era prima che il mio Instagram crescesse — avevo solo circa 500 follower. Le mie immagini non somigliavano alla classica fotografia sportiva nitida nello “stile Getty”. Ho continuato a mandare email senza ricevere risposte. Ma onestamente, potrebbe essere stata la cosa più preziosa che mi sia capitata come fotografo. Perseverare è sempre la chiave. Tutti quei ‘no’ mi hanno reso quello che sono oggi e mi hanno aiutato a vedere più chiaramente. Una cosa che mi porto dalla Cina è l’idea che il bene viene con il male, e il male con il bene. Positivi e negativi accadono sempre insieme.
Dopo i primi due anni nell'università del Minnesota, cercavo qualcosa di più. Michigan era la mia prima scelta, così ho fatto domanda e mi sono trasferito. È stata probabilmente la decisione più importante della mia vita. Ho iniziato a lavorare al dipartimento di Ingegneria come tirocinante in marketing e comunicazione grazie a Branda Ahearn, una fotografa dell’università. È stata la prima mentore che abbia mai avuto e la sua influenza ha plasmato ogni parte della mia crescita nell’ultimo anno. Provenendo dal mondo del giornalismo, avrebbe potuto indirizzarmi verso la convenzionalità, invece mi ha incoraggiato a inseguire la mia visione creativa. Mi ha guidato non solo a livello tecnico e professionale, ma nella vita stessa. Brenda mi ha insegnato cosa significa entrare in connessione con gli esseri umani attraverso una fotocamera, esplorando il lato creativo e quello spirituale del mestiere — il Tao della fotografia.
Nel frattempo continuavo a presentarmi agli eventi di atletica e alle partite di football, solo per guardarle e scattare. Dopo due mesi, Brenda ha notato la mia passione per lo sport e mi ha suggerito di provare a fotografare una partita di football tramite il dipartimento. All’epoca l’idea mi sembrava quasi ridicola: non pensavo di essere abbastanza professionale o bravo per stare a bordo campo. Ma lei non ha permesso a quel dubbio di fermarmi. Ha aperto la richiesta di accredito che aspettavo da mesi e mi ha guidato nella compilazione. “Al massimo diranno no”, mi ha detto. Due giorni dopo ero allo stadio, noto come “The Big House”, il più grande degli Stati Uniti. Quella notte per me, sugli spalti a scattare la squadra della mia università, è stata una notte magica. Giocavamo contro la squadra numero uno del Paese, l’Università dell’Oregon, e abbiamo perso malamente, ma mi sono divertito tantissimo e ho avuto assoluta libertà creativa. Le foto di quella notte hanno davvero fatto cambiare tutto. Mi sono unito al giornale studentesco, The Michigan Daily, e mi hanno fornito accrediti per fotografare altre partite delle squadre del Michigan durante la stagione.
Solo sei mesi fa stavo decidendo se accettare un tirocinio in UX design o iniziare a lavorare come fotografo freelance a New York. In quel periodo ho avuto il mio primo vero incarico da un brand: On, che mi ha fatto volare a Philadelphia. È stata un’esperienza incredibile. Subito dopo quel lavoro ho capito cosa volevo fare veramente. Ho rinunciato al tirocinio e mi sono trasferito a New York per dedicarmi a tempo pieno alla fotografia. Ora sono qui, lavoro con i brand che amo, fotografo lo sport e vivo il mio sogno.”






Emozioni e Storie
“Durante i miei primi due anni di università mi sono concentrato sullo sviluppo del mio stile fotografico — sperimentando sfocature, angolazioni, movimenti di camera e modi per raccontare meglio una storia. Walter Iooss Jr. è la mia più grande ispirazione. Ho ancora la sua foto di una schiacciata di Michael Jordan appesa al muro. La sua capacità di creare immagini senza tempo mi ha davvero aperto la mente.
Per me la fotografia sportiva non è solo azione: può essere fatta di momenti di quiete, i tifosi, di piccoli dettagli che fanno la differenza. Alla fine dei conti non sono un fotogiornalista. Non lavoro per giornali, quindi non devo seguire delle regole. Questa libertà creativa mi permette di spingere creativamente la mia fotografia. All’inizio, non potendo accedere al bordo campo, ho dovuto inventarmi angoli nuovi e “strani” all’interno degli stadi. Andavo molto in alto, oppure in mezzo ai tifosi più accaniti. Ama la libertà di muovermi e trovare prospettive uniche.
L’obiettivo principale della mia fotografia è aiutare le persone a capire davvero cosa sta succedendo a livello emotivo. Penso che emozioni e storie debbano andare di pari passo.
Ho questa abitudine: quando vado a un evento sportivo, prima faccio una passeggiata. Cerco di percepire l’atmosfera dell’ambiente circostante. Abbasso la camera e osservo cosa funziona da certe angolazioni, cosa entra nell’inquadratura e cosa potrebbe, al momento giusto, diventare lo scatto perfetto.
A essere sincero, c’è molta prova e tanti errori. Spesso le cose non vanno come ti aspetti. A volte aspetti il momento perfetto, un giocatore che venga dritto verso di te con la luce giusta, ma non accade. Per me fare una buona foto è come giocare alla slot machine. Non è tanto questione delle foto riuscite; è questione di quelle che stanno tra tutte le foto sbagliate. Se mi vedi pubblicare 10 foto, significa che probabilmente ne ho scattate più di 2.000. Questo rispecchia anche il mio percorso. Si tratta di fallire, per poter riconoscere che aspetto abbia il successo.”
Il vero potere della fotografia
“Se devo ricordare un progetto speciale, direi quello con Charles Du, un giocatore cinese di football di Notre Dame. È stata la prima volta in cui ho sentito di fare qualcosa di davvero significativo per me e per la mia comunità asiatica all’interno dello spazio sportivo americano.
Io e Charles ci siamo conosciuti su una piattaforma social cinese chiamata REDnote, dove mi ha chiesto di fotografarlo. All’epoca non sapevo nemmeno che ci fosse un giocatore di football americano nato in Cina in uno dei migliori programmi universitari.
Ho approfondito la sua storia e ho voluto subito raccontarla. Mi ha suggerito di andare alla loro partita di playoff contro Indiana. Non c’era budget, quindi ho dovuto coprire le spese per raggiungere la piccola città di South Bend, nell’Indiana, e il biglietto di tasca mia. Sentivo di essere l’unico che potesse davvero raccontare la sua storia attraverso un reportage, e lo desideravo così tanto che alla fine mi sono comprato un biglietto all’ultimo minuto. Sembrava che si fosse presentato tutto lo stato dell’Indiana quella sera alla partita— l’energia era elettrica, il traffico pazzesco, e faceva un freddo tremendo. Lì ho incontrato la madre e la fidanzata di Charles, e abbiamo legato subito. Uno dei momenti che ha fatto più scalpore di quella partita è stato legato alla sua maglia. Non me ne aveva parlato prima. Di solito nella squadra di football di Notre Dame i giocatori non hanno il nameplate sul retro. Lui era riuscito a farsi stampare il nome in caratteri cinesi, un enorme momento culturale.
Sono riuscito a fotografarlo durante il riscaldamento, con quella maglia e senza casco, così che si vedesse il volto. Il giorno dopo ho pubblicato l’immagine e alcuni media di Notre Dame l’hanno ripresa e ricondivisa. Nel giro di una notte era ovunque su Internet. Quell’esperienza mi ha mostrato il potere che può avere una fotografia. Anche se l’immagine non aveva nulla di stilisticamente speciale, si legava a una storia molto più grande: la rappresentazione nello sport.”






Raccontare lo sport in Cina
“Voglio assolutamente raccontare storie sportive nella mia città, in Cina. Lì la fan base NBA è enorme. Tutti i grandi brand di basket sono entrati nel mercato con attivazioni e tour in Cina da anni, portando i giocatori a fare eventi. Eppure ci sono ancora tantissime storie non raccontate sul basket in Cina. Da ragazzo ricordo che andavo al campetto ogni giorno con gli amici, tirando da tre affascinati da Steph Curry, ogni volta che facevamo un fadeaway urlavamo ‘Kobe!’ a gran voce. Sono rimasti momenti culturali forti, significativi, per me. Ecco perché voglio tornare in Cina e documentare la cultura del basket cinese.
Ci sono ancora molti gap culturali nel modo in cui il resto del mondo vede la Cina. Sento che i fotografi e creativi locali hanno sia la piattaforma che il pubblico per mettere in luce le nostre storie nel modo giusto. Spero solo di essere uno di quei narratori, facendo del mio meglio per rappresentare e raccontare lo sport in Cina.”












