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Al fianco di BOSS, celebriamo i 30 anni di Matteo Berrettini scoprendo l’evoluzione del suo pensiero e ritraendolo nel luogo dove la sua vita, tennistica e non, ha avuto origine: il Circolo Magistrati Corte dei Conti, nella Città Eterna che mai ha smesso di accompagnarlo. Lo facciamo dopo la sua meravigliosa cavalcata, dal sapore di piena rinascita, sulla terra francese del Roland Garros.

I 30 anni sono un momento di riflessione. Un intangibile rito di transizione. Nelle sfere culturali più disparate, compresa quella sportiva, coincidono con il sapore della maturità, della comprensione personale che, se alimentata a dovere, inizia a restituire un quadro sempre più completo della persona. Dell’atleta. Dell’identità tutta. 

Per Matteo Berrettini, celebrare i 30 anni tra le architetture, anche sociali, del Circolo Magistrati Corte dei Conti, il luogo dove la sua parabola umana-tennistica ha avuto inizio, equivale a sprigionare scambi ad alta intensità tra le numerose, notevoli dimensioni che compongono un tennista mai limitatosi ad essere unicamente tale: parallelismi che denotano un processo tutt’altro che obbligato, quello dell’evoluzione individuale, della ricerca della saggezza.

Radici e presente, vita e carriera, espressione e pensiero. Attraverso un viaggio a ritroso nel tempo, eppure proiettato verso il futuro, comprendiamo che sì, è vero che ad un gran maestro della racchetta contemporanea, nonché firma essenziale del Rinascimento tennistico italiano, non è dato estromettere la pallina da ogni pensiero, come richiede, o meglio, impone una disciplina senza pause o rifugi; ma è altrettanto vero che, circondata dall’eternità romana e dalla sua leggerezza, la nobile intensità di ‘The Hammer’ può tingersi di sfumature ben più profonde, e ampie, rispetto ad ace o dritti vincenti. 

Credo che fermarsi ogni tanto e dire “ho bisogno di essere me stesso, di essere più me stesso, rispetto a quello che vogliono che io sia, rappresenti un atto di coraggio”, confida Berrettini immerso nei luoghi della sua infanzia. Forse, sta proprio qui l’immagine della sua di un traguardo personale, raggiunto come uomo e tennista, che appare come sintesi di entrambe le condizioni.

It is a milestone we explored and portrayed alongside BOSS, presented in the aftermath of the magnetic and invigorating weeks of Roland Garros, where Berrettini’s idea of courage found its purest expression on the Parisian clay.

Matteo Berrettini for Boss
Matteo Berrettini for Boss
Matteo Berrettini for Boss

In molte interviste hai detto di sentirti nato in un circolo di tennis e che il tennis è come se fosse, a tutti gli effetti, nel tuo sangue. Questa produzione è ambientata proprio nel Circolo Magistrati Corte dei Conti, dove tutto ha avuto inizio. Che emozioni o immagini emergono pensando al luogo dove la tua famiglia prima, e il tuo sogno poi, hanno messo radici?

“Ammetto di non visitare il Circolo da un po’ di tempo, ma è un luogo a cui sono legatissimo: ho ricordi bellissimi… Sono letteralmente cresciuto in questo contesto, facendo di tutto: tennis, certo, ma anche basket, nuoto e calcetto. Era l’unico, costante punto di ritrovo per me, mio fratello e i nostri amici. Un ambiente sicuro, dove i genitori ci lasciavano per intere giornate. Farci ritorno oggi è molto bello: ci sono veramente tante persone che mi vogliono bene. Visitarlo è un grande piacere, ma anche un qualcosa di intenso da gestire. Quando sono a Roma, cerco comunque di ritagliarmi del tempo per stare con la mia famiglia e respirare l’atmosfera di un tempo. A livello di ricordi, il primo pensiero che mi viene in mente, in realtà, è una cosa buffa: il giorno in cui dissi a mia madre che non avevo più voglia di giocare a tennis e optai per il judo. C’era questo campo polivalente con l’erba sintetica, dove noi piccoli giocavamo a tennis con delle palle enormi di spugna. Ricordo perfettamente una giornata ventosa e lo sguardo di mia madre, mentre le dicevo che non volevo più giocare. Poi, nello stesso posto, ho ricominciato grazie ad una richiesta di mio fratello: “Torna, che è divertente”. Quel campo, che in realtà non era un vero campo da tennis, fungeva da centro di tutto. Premiazioni, riunioni, momenti collettivi... Al suo fianco, c’era questa casetta di legno, che chiamavamo, per l’appunto, ‘casetta’, ed era lo snodo principale del circolo. A poca distanza, c’era una fontanella. Anche quella rimane, nella mia testa e nelle mie emozioni, il cuore del circolo”

 

Scherzi spesso sulle tue origini romane, definendoti, nonostante tutto, un ‘caciarone’. Dopo aver trascorso più della metà della tua vita in giro per il mondo, ed essere stato contaminato da esperienze di tutti i tipi, che cifra di ‘romanità’ continua a resistere dentro di te, nel tuo modo di pensare, di vivere, persino di giocare?

“La romanità non si può estirpare, ti accompagna per tutta la vita. È un dato culturale che ti rimane addosso. È buffo, perché spesso all’estero mi dicono che non sembro così romano... Appena rientro a Roma, però, mi viene spontaneo parlare in un certo modo, abbreviare le parole, ritrovare la dimensione, linguistica e non solo, delle mie origini. Credo sia un processo comune per tutti i romani: il tornare, quando possibile, a quella ‘romanità’ fatta di leggerezza, di ironia, di ‘cazzeggio’. Non per niente sono molto appassionato del cinema romano: ho anche la fortuna di avere un bel rapporto d’amicizia con il grande Carlo Verdone… In generale, penso che le caratteristiche della ‘romanità’ mi aiutino nella vita di tutti i giorni. La mia è una vita intensa, scandita da routine. Quel senso d’essere romano e quella capacità di evadere, ogni tanto, da eccessi di serietà, riescono a renderla meno pesante: più vivibile.”

 

La tua famiglia ha sempre menzionato la tua attenzione ai dettagli fin dall’infanzia, come dimostra, banalmente, la passione per le costruzioni e i Lego. Come hai applicato e continui ad applicare questa lente ‘minuziosa’ e ‘analitica’ nei confronti di te stesso, sia come atleta, che come essere umano? E come hai imparato a gestirla, quando e dove si palesa in modo eccessivo?

“È vero, fin da bambino mi piace stare da solo, avere i miei spazi. I Lego erano il momento perfetto: mi chiudevo nella mia tana e costruivo. È una passione che prosegue ancora oggi. Ho tante costruzioni sparse per casa. Durante l’infanzia, mi attirava l’idea di fare tutto da solo, di avere il pieno controllo su quello che stavo facendo. Credo che la scelta del tennis dipenda proprio da questo: quando ho definitivamente optato per la racchetta, l’ho fatto perché mi affascinava l’idea di poter essere il padrone del mio destino. Se vinco o se perdo, dipende da me. Sia chiaro, ho amato e continuo ad amare gli sport di squadra, semplicemente non mi è mai piaciuta l’idea di condividere con altri un determinato tipo di responsabilità. Crescendo, mi sono reso conto di come la mia tendenza ‘analitica’ non fosse sempre ideale per il tennis. Parliamo di uno sport che richiede anche una dose rilevante d’istinto, specie nel contesto partita. Pensare troppo, incastrandosi nei pensieri stessi, può essere un limite. Però, sono anche dell’idea che, se riesci ad usarla bene, la mente possa giocare un ruolo essenziale: può diventare un’arma tattica, una risorsa nei momenti di difficoltà… Uno strumento in grado di farti trovare le soluzioni di cui necessiti. Quindi, affronto questa mia inclinazione naturale come una scoperta costante, a volte quasi combattendo con me stesso, ma rimanendo proiettato verso la ricerca del pieno equilibrio.”

Matteo Berrettini for Boss
Matteo Berrettini for Boss
Matteo Berrettini for Boss

Proseguendo sul tema dei dettagli, è risaputo che fin da piccolo scrivi di e per te stesso. Cosa ispira la penna e il pensiero di Matteo Berrettini? E come dialogano il ‘The Hammer’ con la racchetta in mano, davanti a migliaia di persone, e il Matteo che, da solo, segue il proprio flusso di coscienza appuntando prospettive personali?

“Scrivere è una pratica che mi accompagna da tanto tempo. Adesso scrivo meno di qualche anno fa, ma resta una valvola di sfogo, soprattutto nei momenti più complicati. Ho sempre pensato, e credo di averlo anche letto, che le persone tendano a produrre qualcosa di profondo in momenti di difficoltà. Quando qualcosa non funziona, quando c’è un amore finito, o una situazione che ti mette in crisi, trovi la migliore forma d’ispirazione. Quando sei felice, invece, è complesso scavare a fondo. Questo ragionamento è applicabile prevalentemente sugli artisti, e io non mi sento di certo tale, ma mi è capitato spesso di scrivere proprio per questo motivo: per affrontare e processare momenti particolarmente duri. Oggi lo faccio soprattutto in aereo: non c’è Wi-Fi, non ci sono distrazioni, e posso stare da solo con i miei pensieri. Rileggendo scritti vecchi, poi, faccio paragoni: capisco da dove sono partito e dove sono arrivato. Scrivere mi serve, davvero. Ormai, ho capito che quando sento l’urgenza di farlo, scrivo tanto e senza sforzo. Quando invece provo a forzarmi, non funziona. Penso che questo dimostri quanto scrivere sia un’esigenza reale, per me: una necessità che emerge quando ne ho veramente bisogno.”

 

Hai menzionato il fatto di non considerarti un artista. Eppure, ti capita mai di pensare al tennis, o di viverlo, come una forma d’arte?

“Mi piacerebbe essere considerato un artista, o anche solo pensarmi tale, ma sinceramente non la vedo così. Però, trovo un parallelismo con l’arte in una caratteristica evidente del tennis: ogni tennista ha uno stile proprio. Tutti partono da basi e riferimenti simili, eppure il singolo giocatore plasma una sua tecnica specifica, un suo modo di colpire la pallina, di servire, di stare in campo, di comportarsi e reagire... Al di là del ranking o dei risultati, questi elementi creano un legame forte con chi guarda. In questo senso, credo che il tennis sia affine ad una forma d’arte. L’arte è un qualcosa che intrattiene, soprattutto che fa provare emozioni. Il tennis e lo sport possono scatenare esattamente gli stessi effetti. Quando assisto a certi eventi, come le Olimpiadi o le grandi imprese sportive, sento qualcosa di forte. Credo che sia proprio quella sensazione ad accomunare la dimensione artistica e quella sportiva.”

 

“Bisogna avere il coraggio di fare delle scelte che ci facciano stare più al ritmo con noi stessi”. Partendo da questa consapevolezza, che hai condiviso pochi mesi fa, puoi raccontare cosa significa, oggi, per Matteo Berrettini, cercare di stare al ritmo con sé stesso? E che tipo di ritmo riconosci come il tuo ritmo ideale?

“Non voglio sembrare un filosofo, ma penso stia succedendo un po’ ovunque e negli ambiti più disparati: viviamo in un mondo che va più veloce di noi. Un mio grande amico e mental coach, Stefano Massari, nel vedermi viaggiare da un torneo all’altro mi diceva che, a volte, la mia anima impiegava più tempo del corpo ad arrivare in un determinato posto. Credo continui, in un certo senso, ad essere vero. Stando alla mia esperienza, c’è sempre qualcosa in più da vincere, da dimostrare… C’è sempre qualcosa in più per non essere felice. Dopo una vittoria, devi subito pensare alla partita o al torneo successivo. Non esiste un momento in cui puoi fermarti per davvero e gustarti ciò che hai conquistato. Penso alla finale di Wimbledon: subito dopo quel grande momento, avrei dovuto giocare le Olimpiadi e non l’ho potuto fare per infortunio. La mia carriera è una rincorsa che continua, sempre. E non riguarda solo me, la vedo come una dinamica più ampia, riflessa nella nostra società: nella vita dei miei amici, delle persone che mi stanno intorno. Per questo, credo che fermarsi ogni tanto e dire “aspetta, ho bisogno di essere me stesso, di essere più me stesso, rispetto a quello che vogliono che io sia” rappresenti un atto di coraggio. Viviamo in un mondo in cui tutti vogliono essere al massimo, c’è una ricerca ossessiva del ‘perfetto’. Se fai qualcosa e non lo mostri, è come se non esistesse, o se non l’avessi fatto. Invece, scegliere di fermarti, di ascoltarti, di prendere del tempo solo per te, penso sia la scelta più giusta che una persona possa fare, e l’unico modo per essere al ritmo con sé stessi.”

Matteo Berrettini for Boss
Matteo Berrettini for Boss
Matteo Berrettini for Boss
Matteo Berrettini for Boss

In questo sistema di consapevolezze, autoanalisi e progresso emotivo, come s’inserisce il dato dell’agonismo: un dato che hai sempre sottolineato come pilastro fondativo del tuo essere atleta e persona? Che tipo di vena agonistica accompagna Matteo Berrettini oggi?

“L’agonismo, per me, è una cifra innata. Ricordo quando giocavo alla PlayStation con mio fratello: urlavamo come dei pazzi e mio padre intimava di calmarci. Per noi ogni sfida era davvero una finalissima. L’agonismo è una spinta che ho sempre avuto dentro. La sento in qualsiasi cosa faccia, in qualsiasi sport pratichi. Voglio sempre mettermi alla prova. Nel tennis è una qualità fondamentale, non sarei mai arrivato dove sono arrivato senza questa componente, ma nella vita può creare delle complicazioni. A volte, devi semplicemente accettare il fatto che le cose non vadano come vuoi. In passato, ammetto di aver faticato a farlo. Faticavo ad accettare determinate situazioni, su tutte quelle legate agli infortuni. Poi, mi sono reso conto che tutto aveva una ragione: se mi facevo male, era perché la mia mente aveva continuato a spingere, senza ascoltare il corpo. Prima o poi, inevitabilmente, arrivi a un punto di rottura. Imparare da queste esperienze non è facile, soprattutto per una mente radicata nella competitività, nell’agonismo... Anche in questo caso è necessario trovare un equilibrio. Forse, nel mio rapporto con il tennis, è questa la sfida più difficile.”

 

Nel tempo hai mostrato una chiara immagine di te: naturale, elegante, stratificata, colta, soprattutto vera. Il rapporto con BOSS come si è inserito in questa definizione di te stesso al pubblico? E la connessione con un brand del genere cosa ha aggiunto/sta aggiungendo, in termini di possibilità espressive, ma anche di evoluzione personale, a Matteo Berrettini?

“Il rapporto con BOSS è un capitolo estremamente interessante della mia vita, perché è arrivato in un momento in cui ho iniziato a interessarmi per davvero a come mi sento nei miei vestiti. Prima seguivo mode e trend, o mi limitavo ad un jeans e t-shirt. Poi, ho realizzato che, effettivamente, l’esprimermi attraverso quello che indosso era un qualcosa che m’interessava. Poco dopo, sono entrato in contatto con Hugo Boss. Con loro è nato un dialogo stimolante: fin da subito, abbiamo condiviso idee su come sarei sceso in campo, sulle collezioni pensate per i diversi tornei, sui loro materiali, design e colori, su cosa fosse adatto per una specifica superficie... Mi sono anche ritrovato in contesti particolari, come le sfilate e i red carpet, che non tutti hanno la fortuna di vivere. Questo legame mi rende orgoglioso, perché la scelta è stata reciproca. BOSS ha deciso di diventare mio partner non solo per i risultati, ma per il mio modo di essere: per quello che rappresento come essere umano, non solo come giocatore. Credo sia molto significativo e bello quando un brand ti sceglie per come sei nella tua interezza.”

 

Collegandomi alla domanda precedente, che valore assume oggi il claim che accompagna il tuo rapporto con Boss, ‘BeYourOwnBOSS’? In che modo senti di rappresentare questo messaggio e come si traspone nel tuo approccio attuale alla vita?

“Significa proprio quello che ci siamo detti fino ad ora: essere sé stessi. A mio avviso, l’avere ben chiaro chi sei rappresenta l’essenza della frase stessa. Non vuol dire pensare solo a te. Puoi credere di essere il capo di te stesso, di avere un carisma che ti possa portare a fare qualcosa di buono nel mondo, nel mio caso il tennis… Ma mi piace pensare che ‘BeYourOwnBOSS’, in realtà, coincida con quello che sto costruendo, non solo in campo, anche grazie a chi sta al mio fianco: alla mia squadra, alle persone che lavorano con me quotidianamente. In generale, questo claim non riguarda solamente il colpire una pallina, tu contro l’avversario: è qualcosa di molto più grande. Per esempio, una delle cose più belle che mi sia capitata, è quando un bambino mi ha detto che portava il cappellino all’indietro perché l’aveva visto fare a me. Cose di questo tipo vanno oltre la partita vinta o persa. Chiaro, alla fine sei tu che scendi in campo, sei tu che devi creare le condizioni per fare le scelte giuste. Sei tu che devi avere il coraggio di sacrificare qualcosa per il tuo benessere, per la tua carriera. E non è mai scontato. Ma interpreto quel messaggio in modo più ampio, per questo lo sento davvero mio.”

Matteo Berrettini for Boss
Matteo Berrettini for Boss

Le tue passioni sono multidimensionali. Spesso si parla del tuo legame con il basket, con i manga, con la comicità… Cosa ti ha spinto a non vivere la condizione alienante del ‘Berrettini solo tennista’, nel tuo percorso?

“In realtà, io non sono nato ‘tennista’. Sono diventato tennista dopo. Fino ai vent’anni, ovvero decisamente tardi, non pensavo di poter arrivare a certi livelli. Mi immaginavo all’università, magari in un college americano, dove avrei giocato qualche anno per poi vedere cosa sarebbe successo. La svolta è arrivata durante un lungo infortunio al ginocchio, durato sette mesi proprio a cavallo dei vent’anni. In quel periodo, il mio mental coach mi fece notare che il tennis era una parte importante, ma anche che, contemporaneamente, avevo la fortuna di nutrire una quantità d’interessi fuori dalla norma. A suo dire, dovevo continuare a coltivarli. Non voleva mi limitassi al campo, così mi ha spalancato lui stesso nuovi mondi: per esempio, le filmografie di Sergio Leone e Tarantino, o una lunga serie di altri riferimenti che, magari, a vent’anni sarebbe stato difficile trovare o scoprire da solo. Ovvio, non tutto mi piaceva, ma avevo la sensazione che ogni novità equivalesse ad una nuova prospettiva. In quel periodo di pausa forzata dallo sport, e nel periodo che l’ha seguito, cioè l’inizio della mia vera ascesa tennistica, ho compreso che gioco meglio a tennis proprio quando riesco a nutrire altre parti di me. Ho dovuto e devo continuare a stare attento, perché la bolla in cui vivo tende a riportarmi sempre lì: alla pallina, agli allenamenti, ai tornei… Ma fuori so che c’è molto, molto di più, e che l’avere passioni parallele mi aiuta sia come persona, che come atleta.”

 

Arrivato ai 30 anni, cosa rappresenta per Matteo Berrettini il concetto di saggezza: un concetto che ritorna molto nelle tue dichiarazioni del presente e nei tuoi obiettivi, tennistici e personali, del futuro?

“Quando riesco a staccarmi dal ruolo di tennista e ad essere semplicemente Matteo, mi accorgo di vedere le cose con maggiore lucidità. Il rischio è quello di essere condizionato da una professione che richiede di essere presente, profondamente presente, 365 giorni all’anno. Quando un amico, mio fratello o i miei genitori mi chiedono un consiglio, riesco a mettere ordine, a essere utile. La saggezza, per me, sta nel riuscire a fare la stessa cosa con sé stessi. Ed è questa la parte più difficile: per certi versi, la più interessante della mente umana. A bocce ferme, sai benissimo cos’è giusto per te. Però, la vita, specie quella del tennista, ti pone molto raramente in una condizione di calma reale. Le emozioni sono sempre in movimento ed è complesso estrapolarsi dal proprio flusso emotivo. La vera sfida, come dicevamo prima, è riuscire a fermarsi e dire “questa situazione la conosco, questa paura l’ho già vissuta”, senza farsi travolgere dalle circostanze. Chiaro, dirlo è semplice, farlo meno. Negli ultimi anni ho lavorato molto su me stesso e credo di essere migliorato. Detto questo, non so se sono diventato saggio: credo sia difficile arrivare a sentirsi tale anche a 60 o 70 anni, figuriamoci a 30...”

 

Un lascito che evidenzi sempre con affetto è quello di Roger Federer, che prima dell’addio disse a te e a pochi altri eletti: “Non avete idea della fortuna che avete a poter continuare”. Giunto alla piena maturità della tua carriera, e con ancora tanto tennis di fronte a te, con che mindset vuoi vivere questa ‘fortuna’?

“Quel momento con Roger è stato fortissimo, particolarmente impattante. Eravamo tutti emozionati: io avevo le lacrime agli occhi, lui mi piangeva sulla spalla, mi giravo e vedevo Rafa o Novak nelle stesse condizioni… La cosa che mi ha colpito di più è che, in un momento così ‘suo’ come il ritiro, ha comunque voluto pensare a noi: ha voluto condividere. Sostanzialmente, ci ha detto: “Godetevi tutto questo, perché passa”. Ha anche aggiunto che, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe giocato altri 20 anni nel Tour, sottolineando come nessuno, in fondo, sia più grande dello sport stesso. Leggende come lui e Rafa mancano a tutti in campo, ma effettivamente il tennis va avanti. Da quel momento, ho cercato di fare mia la lezione: godermi maggiormente quello che faccio. Vale la pena giocare a tennis se stai bene. Se qualcosa non va, meglio fermarsi, prendersi una pausa e rigenerarsi. Perché se non stai bene, non te lo stai godendo davvero. Nel mio piccolo, sto cercando d’inseguire quest’obiettivo.”

Matteo Berrettini for Boss