Dalle estatiche scogliere di Polignano a Mare, Davide Baraldi, Elisa Cosetti e Andrea Barnaba esplorano l’essenza della Red Bull Cliff Diving World Series, e di una disciplina sospesa tra performance estrema, espressione estetica e arte del volo
“Poi d’improvviso venivo dal vento rapito”. Riecheggiano i versi di Domenico Modugno, poeta canoro plasmato dalla sublime costa di Polignano a Mare. Accarezzano la medesima porzione di Adriatico che li ha ispirati, sospingendo il moto irregolare, per lunghi tratti ostile, di onde e correnti. Attorno, selve di corpi incantati da uno scenario semplicemente mozzafiato, migliaia di occhi in attesa di comete muscolari, di artisti del volo. E di fugaci secondi che tutto racchiudono.
Tuffatori o pittori del vuoto. Atleti o pennelli. Ogni coordinata pare svanire di fronte a un flusso continuo di somersault e twist, sempre differenti tra loro, ma dall’uguale effetto ipnotico. La tappa finale della Red Bull Cliff Diving World Series palesa ogni qualità intrinseca ad una disciplina per molti versi estrema, per altrettanti lirica. Fonde architetture antiche, irradiate dal Bastione di Santo Stefano, con una delle più complesse, oniriche forme d’espressione atletica. Che sia da balconi normalmente popolati da pasticciotti o caffè. Che sia da piattaforme poste a 20 metri, nel caso della competizione femminile, o 27, in quella maschile. Nulla cambia. Persiste, invece, la matrice comune della paura superata dalla volontà, dal desiderio di raggiungere velocità ipersoniche, nel pieno controllo di ogni gesto.
Sulla soglia dell’orizzonte, 24 esseri umani vengono rapiti dal vento, per poi fuggire da esso, scomparendo nell’acqua e riemergendo tra l’ammirazione popolare. Dipinti nel blu, ognuno differente per forme e stile. Opere frutto di perfezione e percezione, in grado di affrescare “un cielo trapunto di stelle”, lo stesso immaginato da Modugno, e di consegnarlo all’immaginario sportivo. A vincere la tappa per eccellenza di questa specialità sono la canadese Molly Carlson e l’ucraino Oleksiy Prygorov. A celebrare il titolo generale sono sua maestà Rhiannan Iffland, per la decima volta consecutiva, e il britannico Aidan Heslop. Però, ad abbagliare e smuovere emotivamente il pubblico di Polignano sono soprattutto gli atleti, o meglio, gli interpreti Azzurri: Davide Baraldi, Elisa Cosetti e Andrea Barnaba.
Proprio le loro testimonianze ci guidano alla scoperta dell’high diving, e dell’interpretazione unica che Red Bull sta dando a questa disciplina. Il nostro racconto visuale trasforma le loro suggestioni in composizioni estetiche.







Davide Baraldi
Cosa ti ha portato a scegliere questa disciplina? Cosa ti ha affascinato di essa?
“In famiglia siamo sempre stati legati all’acqua: mia madre mi ha fatto iniziare a nuotare quando avevo tre mesi. Arrivato a sei anni, abbiamo cercato qualcosa di diverso, trovando una scuola di tuffi proprio nella mia Como. Non ricordo esattamente cosa sia successo dentro di me durante la prima prova, ma so che quel giorno è nato un amore. Ancora oggi definisco i tuffi la mia prima, vera e più duratura relazione. Una relazione che ha attraversato momenti di estasi e odio, momenti in cui ho pensato di lasciare, altri in cui ho lasciato davvero, per poi ricominciare... Una relazione, a tutti gli effetti. Ho iniziato dal metro e dai tre metri, che pratico tuttora. Poi, a diciannove anni, proprio mentre stavo attraversando un momento complesso nel rapporto con la disciplina, è nato un progetto della Federazione dedicato ai tuffi dalle grandi altezze. Volevo provarci perché, oltre all’acqua, ho sempre amato anche il rischio… La prima volta avevo un unico obiettivo: salire e fare un tuffo. Uno solo. Volevo sfidare me stesso, capire se fossi capace di superare quella barriera. Quando sei sulla piattaforma hai davvero tanta paura: mi succede ancora oggi. Appena sei in aria, cambia tutto, ti senti libero. Senti che stai facendo ciò per cui sei nato, ciò che ami davvero fare. È un intreccio di paura, libertà e desiderio di superarsi; poi entri in acqua e arrivano la felicità e l’adrenalina pura. È qualcosa di molto difficile da spiegare.”
Noi crediamo che ogni sport sia, a suo modo, una forma d’arte. Cosa rende, a tuo avviso, l’high diving e il cliff diving arti a sé stanti? Durante le performance, ti capita di sentirti un’artista, oltre che un atleta?
“Sento di essere un connubio tra un artista e un atleta. Metto queste due definizioni sullo stesso piano. Il nostro è uno sport profondamente estetico: credo che la capacità di esprimere potenza e grazia nello stesso istante sia ciò che rende questa disciplina una forma d’arte. Devi riuscire a far sembrare facile un gesto estremamente difficile, quasi come se stessi dipingendo te stesso nell’aria, trasformando qualcosa che un artista potrebbe tracciare su una tela in un’acrobazia, in un gesto fisico. L’high diving mi ha fatto maturare l’idea di potermi fidare del mio corpo. A volte, la mente parte, fa viaggi tutti suoi, costruisce scenari che non dovrebbero, quasi, esistere. Quando sei sulla piattaforma, invece, devi riuscire a dirti: mi sono allenato, so farlo, il mio corpo sa farlo. Devi lasciare, in qualche modo, che sia lui ad andare avanti. Ovvio, non significa spegnere completamente la mente, ma imparare ad affidarti a ciò che il corpo conosce profondamente.”
Hai una passione segreta per la magia: in che modo questa passione si riflette nella tua visione dell’high diving? Quali sono i trucchi più celati di una disciplina così complessa e, per i più, quasi indecifrabile?
“Riconosco che sono entrambe discipline che richiedono una pratica continua. Se ti fermi, anche solo per un breve periodo, perdi confidenza. E in entrambe c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare. Non sei mai davvero arrivato. Amo questo principio perché si riflette anche nella vita: non esiste un momento in cui puoi dire di aver raggiunto definitivamente qualcosa. Puoi sempre migliorare. Nei tuffi significa cercare ogni volta un tuffo migliore; nella magia, eseguire un trucco sempre meglio, renderlo sempre più reale agli occhi di chi guarda, riuscire a nascondere ancora meglio l’inganno. Oggi pratico la magia meno di un tempo, perché richiede moltissima dedizione, ma continua a piacermi. Quando ho la possibilità, amo ancora avere un mazzo di carte tra le mani, provare qualcosa, anche semplicemente mescolarle. Credo ci sia anche un altro punto di contatto tra tuffi e magia: la volontà di stupire le persone.”
Hai più volte sottolineato l’importanza del lato mentale in questo sport. In una disciplina che porta il corpo all’estremo, qual è il ruolo del pensiero? E dove va la tua mente, prima, durante e dopo un tuffo?
“È un aspetto che si collega alla domanda precedente. Prima di un tuffo, la mente può giocare brutti scherzi: può dirti che non sei capace, che potresti farti male, che potresti sbagliare completamente… In questo senso, la magia mi ha dato un insegnamento essenziale: se riesci a nascondere qualcosa, puoi fare sembrare, quasi, che non esista. Ovviamente non parlo dei problemi reali, ma dei pensieri negativi legati alla mia disciplina. Sai che possono portarti soltanto verso qualcosa di sbagliato; quindi, se riesci ad accantonarli, il cervello finisce per vedere soprattutto ciò che può funzionare. Cominci a dirti: questo movimento l’ho fatto mille volte, perché il mio corpo dovrebbe sbagliare proprio adesso? È una sensazione molto bella, perché impari a ricondurre tutto a qualcosa che conosci. Il tempo per riflettere c’è anche durante il volo, ma quasi non te ne rendi conto. A volte pensi, ma il corpo si muove ancora prima che il pensiero arrivi; altre, senti delle cose che, subito dopo l’ingresso in acqua, non riesci a ricordare con precisione. Succede anche in allenamento: capita di riuscire a formulare frasi intere, o quasi, mentre sei in aria, e poi di perderle immediatamente. Tuffarsi è un po’ come suonare: fai un qualcosa che conosci talmente bene da non doverlo più tradurre, completamente, in pensiero.”
Cosa significa per te il fatto di rappresentare l’intero movimento italiano in questa disciplina? Che tipo di messaggio o consiglio vorresti lasciare alle nuove generazioni, specie quelle italiane, che, attualmente, si stanno innamorando di questo sport grazie alle tue gesta?
“Non avevo mai pensato, davvero, a questa prospettiva. Fino a poco tempo fa ero io il primo a seguire qualcuno e, in fondo, continuo a farlo. Adesso, però, comincio a rendermi conto che nel la mia stessa generazione può ispirare. Se c’è qualcosa che vorrei trasmettere tanto ai tuffatori che immaginano di confrontarsi con le grandi altezze, quanto ai più giovani, è di non stabilire un limite a ciò che si può essere capaci di fare. La mia storia, in fondo, me lo ricorda continuamente. Vengo dai tuffi a uno e tre metri. Già l’idea di salire a sette o dieci mi faceva una paura enorme: nemmeno immaginavo i ventisette... Invece, oggi sono qui. Ed è successo un passo alla volta.”




Elisa Cosetti
Sei stata la prima italiana ad esordire nel circuito Red Bull Cliff Diving World Series, cosa ti ha portato a scegliere questa disciplina?
“Ho iniziato a interessarmi ai tuffi dalle grandi altezze dopo aver assistito a un’esibizione nella mia città, Trieste. Ricordo di essermi emozionata come una qualsiasi spettatrice. Quando pratichi già i tuffi non è così scontato rimanerne impressionata: invece, quell’esperienza mi è rimasta dentro. All’epoca, quasi per gioco, avevo detto: vorrei provare. Ovviamente, l’avevo detto senza sapere davvero cosa mi aspettasse. In seguito, è nato un progetto della Federazione che ci ha permesso concretamente di praticare questa disciplina. Qualsiasi tappa, qualsiasi cosa faccia a contatto con Red Bull Cliff Diving, per me, è una sempre una sorta di prima volta. Provo un onore immenso. Non affronto le gare pensando di dover ottenere un risultato perché sono stata la prima italiana a raggiungere questo circuito; spero, però, che quello che sto facendo possa diventare un’ispirazione per qualcun’altra. So quanto sia difficile praticare questo sport, ma spero che prima o poi arrivi anche solo una ragazza e dica: ho visto Elisa e ho deciso di diventare una tuffatrice.”
Se non erro, a scuola la tua materia preferita era educazione artistica. Noi crediamo fortemente che ogni sport sia, a suo modo, una forma d’arte. Cosa rende, a tuo avviso, l’high diving un’arte a sé stante? Durante le performance, ti capita di sentirti un’artista, oltre che un atleta?
“Parto dal presupposto che studio design industriale, quindi questa è una domanda a cui tengo particolarmente. Credo che l’unicità stessa di questo sport, così come il fatto che siano così poche le persone a poterlo praticare, rendano la disciplina profondamente artistica. Poi, c’è un aspetto apparentemente banale: spesso i tuffi più semplici sono anche i più eleganti, i più belli da vedere. Non è necessariamente la difficoltà a rendere bello un tuffo. A volte, un gesto estremamente complesso può risultare paradossalmente meno bello, mentre può essere molto più interessante mostrare al pubblico qualcosa di più semplice, eseguito però con grande eleganza. Secondo me l’artisticità dei tuffi, e dell’high diving, sta anche in questo. Riguardo la seconda domanda, certo, mi sento un’artista.”
Nella tua bio IG compare la frase ‘vivo di adrenalina, non di filtri’. Cosa rappresenta per te questo tipo di approccio alla vita? E come comunicano l’adrenalina e le emozioni tutte, paura compresa, con la razionalità richiesta ad un’high diver?
“Oggi, su Instagram e sui social in generale, vediamo tantissime cose finte, ritoccate o che, comunque, non rappresentano la realtà. Io non voglio comunicare finzione. Attraverso i video che pubblico, cerco di mostrare cosa c’è davvero dietro il nostro sport, perché ci sono aspetti sui quali, guardandoci da fuori, il pubblico nemmeno s’interroga. Per esempio, tantissime persone pensano che non abbiamo paura, che siamo dei pazzi, che tuffarci da quelle altezze non sia niente di particolare per noi... In realtà, lo facciamo con moltissima consapevolezza. L’adrenalina è una delle componenti più belle di questo sport proprio perché la paura esiste sempre, soprattutto quando ti trovi in una situazione diversa da quella a cui sei abituata. Penso all’iconico tuffo dal balcone di Polignano. Solitamente, provi quel tuffo da una piattaforma in piscina: non hai il vento, non hai le onde, conosci perfettamente la parabola e il gesto... Qui, invece, sei su un balcone dove c’è spazio soltanto per appoggiare i piedi e devi proiettarti in avanti perché, proprio sotto di te, ci sono solo rocce. Questo weekend, in particolare, c’erano anche vento e onde. Ma è proprio questo il punto. La paura e l’adrenalina che deriva da essa sono il connubio che rappresenta davvero il nostro sport, almeno nella mia visione... E sono anche una grossa parte delle motivazioni che continuano a condurmi a venti metri d’altezza.”
Dall’argento europeo conquistato sul Pont de Bir-Hakeim di Parigi a Polignano, un set unico per l’high diving. Come dialogano queste due dimensioni così affini e, allo stesso tempo, diverse tra loro dell’high diving? E cosa si prova, osservando il panorama che circonda il Bastione di Santo Stefano?
“Nei tuffi dalle grandi altezze ci sono, innanzitutto, le competizioni legate alla Federazione: Europei, Mondiali, Coppe del Mondo… Rappresentano la dimensione più istituzionale della disciplina e, per noi atleti federali, hanno un’importanza enorme. Poi c’è Red Bull, che porta l’high diving verso una dimensione più estrema e spettacolare. Per me è molto divertente partecipare a gare come Polignano, perché ci permettono di confrontarci con situazioni sempre diverse. Red Bull presta moltissima attenzione agli scenari e a ciò che possono trasmettere… Infatti, le location della Red Bull Cliff Diving World Series sono incredibili. Polignano, in particolare, ha qualcosa di speciale: anche, se non soprattutto, per la quantità di persone che vengono a vederci. Per me questo dato è davvero emozionante: certo, abbiamo fatto tutte e tutti ore ed ore di allenamenti per arrivare preparatissimi, ma trovarsi davanti a così tante persone che ti osservano, o che tifano per te, cambia le tue percezioni… Ripeto, rende ancora più emozionante lo sport stesso.”
Negli ultimi anni, il movimento femminile di questa disciplina è aumentato considerevolmente, soprattutto grazie ad un circuito come la Red Bull Cliff Diving World Series. Che tipo di messaggio vorresti trasmettere, attraverso le tue gesta, alle future generazioni di tuffatrici-high diver e, in particolar modo, a coloro che sognano e sogneranno di rappresentare l’Italia in eventi del genere?
“Secondo me la bellezza di questo sport sta anche nel suo essere profondamente divertente. Spesso si tende ad associare lo sport solo e unicamente a concetti quali la disciplina, l’idea di doversi allenare perché si vuole raggiungere un determinato risultato. I tuffi dalle grandi altezze, invece, significano superare i propri limiti, e riuscire a divertirsi persino quando il risultato che si cercava non arriva. Questo è il tipo di rapporto che cerco di avere con la disciplina: allenarmi tanto, ma continuando sempre a divertirmi. Per me è la cosa più importante. Infatti, mi sono resa conto, che le gare in cui sono più tranquilla e riesco a divertirmi sono anche quelle in cui mi esprimo meglio. E questo vale tanto per la Red Bull Cliff Diving World Series, quanto per le gare federali. Ricordo, per esempio, gli Europei di Parigi: c’erano la mia famiglia e i miei amici. Prima di tuffarmi, mi mettevo a ridere perché urlavano tantissimo. Alla fine ho fatto una bella gara e sono convinta che sia dovuto a quel mindset, a quel tipo di condivisione del momento.”





Andrea Barnaba
Cosa ti ha portato a scegliere, quando ancora eri solo un adolescente, questa disciplina? Cosa ti ha affascinato di essa?
“Tutto parte dal fatto che vengo da una città di mare, Trieste. Da piccolo mi lanciavo praticamente ovunque: dagli scogli, dai moli... Un giorno, me lo ricordo come se fosse ieri, è arrivato un signore e mi ha detto: prova a fare una capriola all’indietro. Ho provato e ci sono riuscito. Mio papà mi ha guardato e mi ha detto: “tu dovresti provare i tuffi”. Da quel giorno, non ha smesso di ripeterlo… Così, ho finito per provare. La prima volta in piscina ho iniziato a saltare sul trampolino senza sapere davvero come si facesse. Da lì è nata una passione assoluta. Ho praticato i tuffi tradizionali per sette, otto anni. A un certo punto, ho sentito di volere qualcosa in più. Il mio primo allenatore, Alessandro De Rose, che prima di noi era l’unico tuffatore italiano nel circuito Red Bull Cliff Diving World Series, ci ha parlato di un progetto sulle grandi altezze che stava nascendo a livello federale. Ho pensato semplicemente: “proviamo”. L’avvicinamento è stato progressivo. Sono salito poco alla volta, ma ad un certo punto ho fatto un salto inevitabile: dai venti metri ai ventisette. Non esiste una via di mezzo. Dopo il primo tuffo dai 27 metri, sono uscito dall’acqua tremante per un mix di eccitazione e paura superata. Attorno a me, c’erano persone che mi facevano i complimenti e io continuavo semplicemente a camminare… Tutto era ovattato: un insieme di emozioni difficili da descrivere. Le provi e pensi soltanto: voglio sentirle ancora. Non una volta, ma mille.”
Crediamo fortemente che ogni sport sia, a suo modo, una forma d’arte. Cosa rende, a tuo avviso, l’high diving un’arte a sé stante? Durante le performance, ti capita di sentirti un’artista, oltre che un atleta?
“Devo dire di sì. In generale, proprio come sostenete voi, credo che ogni sport abbia una componente artistica. Le discipline acrobatiche, a mio avviso, possiedono qualcosa in più da questo punto di vista. Nel nostro sport l’eleganza è fondamentale. Se mi sento un artista? Uno dei complimenti che ricevo più spesso riguarda proprio l’eleganza dei miei tuffi. Nel mio piccolo, quindi, sì: mi sento anche un artista. È un aspetto a cui tengo particolarmente.”
Per l’appunto, sei ritenuto uno dei tuffatori più eleganti del circuito. Cosa determina, a tuo avviso, l’eleganza di un tuffo? Più in generale, come si riconosce lo stile specifico di ogni tuffatore?
“Secondo me ognuno nasce, in qualche modo, con il proprio stile. Con il tempo puoi indirizzarlo, ma la matrice rimane più o meno la stessa. C’è chi gira velocissimo, chi è estremamente sciolto, chi è particolarmente elegante. Nel mio caso, non posso attribuirmi tutto il merito. Fin da quando ero piccolo, mi è stato insegnato a prestare attenzione ad ogni minimo dettaglio, ad ogni singolo momento del tuffo: dalle punte dei piedi fino alle punte delle mani. Poco alla volta, questo livello di attenzione tecnica è diventato naturale. Poi, quando mi sono reso conto di quanto l’eleganza fosse, a tutti gli effetti, una caratteristica che poteva darmi qualcosa in più, ho deciso di continuare a lavorare in quella direzione… E proprio per questo, ancora oggi, l’eleganza resta una qualità che mi viene riconosciuta, e che porta valore ad ogni mio tuffo.”
Ami gli anime e i manga: in che modo si riflette questa tua passione nell’high diving? Se fossi il protagonista di un anime o di un manga a tema high diving, che tipo di personaggio saresti? E che poteri avresti?
“Anche se molti considerano anime e manga una passione infantile, per me non lo sono affatto. Riescono a trasmettere insegnamenti che, altrove, fatico a trovare così chiari e diretti. Possono sembrare qualcosa di leggero, invece ti mettono davanti, in maniera molto nitida, a determinati mindset e filosofie: come non mollare, o quando cadi cercare sempre di rialzarti... L’anno scorso, per esempio, ho rischiato due incidenti. In entrambe le occasioni mi sono perso durante il tuffo: sono stato fortunato nel non farmi male. Dopo essere uscito dall’acqua, ricordo di aver pensato: “basta, smetto”. Avevo piena coscienza di quello che avevo appena vissuto. Può sembrare una sciocchezza, ma dopo momenti del genere guardo un anime, vedo un personaggio che viene battuto, si rialza e ci riprova, e penso: “cavolo, se ce la fa lui, anche se è un cartone animato, posso farcela anch’io”. È un tipo di mentalità che associo a quel mondo, forse più in generale alla cultura giapponese, e in cui mi ritrovo molto. Come personaggio, mi vedrei sicuramente come quello che cerca di tenere unito il gruppo, perché in parte mi sento già così. Mi capita spesso, in piscina o durante le gare, di accorgermi quando qualcuno attraversa un momento di tristezza o sente particolare pressione. Sono sempre quello che prova a tirare su il morale degli altri. Alla fine, sono una persona che cerca sempre di divertirsi. Non mi piace pensare: “sono qui per la gara e basta…”. Certo, ogni gara è importante, ma occupa solo un’ora, al massimo due, della giornata: tutto il resto è da vivere.”
Alla luce di quello che ci siamo detti, cosa rappresenta l’high diving, oggi, nella tua vita? E cosa rappresenta il fatto di viaggiare in zone così diverse del mondo grazie alla Red Bull Cliff Diving Series?
“Credo fermamente che i tuffi siano lo sport per me, perché combaciano con il mio modo di essere: l’adrenalina, il vivere il momento, il desiderio di provare cose nuove... Anche l’immaginazione gioca un ruolo importante. Riesco a calarmi in ogni tuffo semplicemente immaginandolo e, proprio per questo, credo di avere una buona consapevolezza di ciò che accade mentre sono in aria. Il mio sport, in ogni sua forma, è qualcosa che nutre la mia creatività, e viceversa. Viaggio molto con la testa. E poi ci sono tutti i luoghi che questo sport mi permette di vedere... Ogni volta prendi un aereo e raggiungi un posto in cui non sei mai stato. Anche quando ritorni nello stesso luogo, a distanza di un anno, sai che qualcosa sarà cambiato. Per me è incredibile. Siamo stati a Bali e non avevo mai visto nulla di simile: il mare, le scogliere e, proprio davanti a noi, un’enorme statua di Medusa... Iniziavi il tuffo e te la ritrovavi di fronte: uno spettacolo, proprio come a Polignano.”










