Se è vero che, come sosteneva Jorge Valdano, il calcio è lo stato d’animo della gente, lo Stadion Bilino Polje di Zenica ha riassunto ciò che ad ogni animo è dato essere, e provare. Riviviamo gli ossimori estetici ed emotivi di una serata tanto euforica per il popolo bosniaco, quanto drammatica per quello italiano, attraverso la narrazione fotografica di Luca Taddeo
Sospeso in un tempo indefinito, lo Stadion Bilino Polje di Zenica inghiotte in una dimensione altra. Frequenze basse e profonde si propagano su gittate irregolari di calcestruzzo, arrivando a pungere un cielo grigio, dove luci e ombre convergono in un unico esito cromatico: il colore dell’ignoto. Ribolle un catino calcistico che sa di passato ed eternità. Spettacoli fumogeni si affacciano su davanzali gremiti, riuscendo a dialogare, da un dietro le quinte brutalista, con file e file di corpi assiepate nelle tribune come palpitanti muraglie verticali. Poi, l’inattesa, attesa piega degli eventi.
Thriller e rito. Tensione e speranza. Estasi e abisso. Accompagnato dalle scomposte sinfonie di trombe che paiono cornamuse, il Beautiful Game conduce questa porzione di Bosnia ed Erzegovina, e milioni di platee da salotto collegate a distanza, fino al proprio, naturale e troppo spesso dimenticato culmine emotivo: laddove vittoria e sconfitta cessano di essere una dicotomia banale o, peggio ancora, artificiosa, divenendo piena ragione d’essere. Trance. Un duplice sistema nervoso collettivo si fa strada fino agli 11 metri. Alle mani di Donnarumma che cedono al desiderio di Bajraktarevic. All’epilogo.
Dietro i tricolori, lacrime consapevoli. Tutto attorno, psichedelia balcanica.


















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