Dall’espressione personale alla competizione, per poi tornare al richiamo primordiale dell’atto creativo: la danza biografica di Carlota Dudek, ritratta da Sacha Balti
Non è un caso che studiosi e creativi di ogni tipo vedano, da secoli, nella danza la più sublime delle arti: non una mera traduzione o astrazione dalla vita, ma la vita stessa, manifestata nel movimento su uno spartito tanto ritmico, quanto personale.
Nel caso di Carlota Dudek, questa verità trovo pieno compimento, e dimostrazione. Francese di origini cubane, il breaking le ha prima permesso di scoprirsi ed esprimersi, di abbracciare ed interpretare le proprie emozioni; poi, di competere nel più alto palcoscenico sportivo globale, i Giochi di Parigi, con tutto ciò che di positivo e, per molti versi, negativo ne ha conseguito. Infine, il ritorno alla fonte originaria. Al senso di tutto. Il corpo come narrazione, come identità.
Quella di Carlota è un’ancora giovanissima traiettoria artistica, sportiva, umana, dove breaking e danza hanno deciso di svestirsi d’ogni strato artificioso apposto su di essi, confluendo, nuovamente, in un atto ben più profondo: nel nucleo di quest’arte dalle infinite diramazioni, ma dall’unica ragione d’essere, il racconto della vita stessa.
‘It’s Just Dancing’ è un inno alla forza, ed al richiamo, dell’arte come forma pura di comunicazione, interiore ed esteriore. Un inno composto dalle testimonianze corrispettive di Carlota e Sacha Balti, narratore visuale che della densa storia di questa ballerina ha evidenziato i dati più universali, riecheggianti in ogni creativo contemporaneo.
Entrambi i loro flussi di coscienza guidano alla scoperta dell’intero progetto, di percorsi personali arrivati ad intrecciarsi su note cubane e sulla sempre più rara dimensione dell’arte per il piacere e, soprattutto, la necessità dell’arte stessa.




Carlota Dudek
“Ho iniziato a danzare a sei anni. È successo quasi per caso, alle elementari. Ricordo che piangevo perché volevo fare sport, ma non riuscivo a trovare qualcosa che sentissi davvero mio. Poi, qualcuno mi ha portato ad una lezione di breaking e dal primo allenamento ho capito che c’era qualcosa, in quella disciplina, che mi apparteneva. Un momento, in particolare, ha cambiato tutto: il cypher. Tutti formavano un cerchio e, uno alla volta, entravano al centro per esprimersi. Ricordo perfettamente la paura prima di entrare, il pensiero fisso di cosa avrebbero pensato gli altri di me… ho fatto quel passo e tutto il resto è sparito. Nemmeno ricordo cosa o come abbia danzato quel giorno: ricordo soltanto la sensazione che mi circondava. L’energia. Il sostegno. Ho capito subito che avrei voluto fare quella cosa per tutta la vita.
Credo che la danza fosse parte di me prima ancora del breaking, anche se allora non ne ero consapevole. Mia madre è cubana e ha sempre cercato di trasmettermi la salsa, così come altre danze che fanno parte della nostra cultura. In quel periodo, però, non ero particolarmente interessata... volevo soltanto fare breakdance. Breaking, breaking, breaking... Solo con il tempo il mio rapporto con la danza ha iniziato a trasformarsi. Sono nata in Francia, ma da bambina ho trascorso lunghi periodi a Cuba ogni anno, quindi sono cresciuta con un forte legame nei confronti delle mie radici e della mia famiglia. Dopo il Covid e con il peggiorare della situazione politica cubana, qualcosa è cambiato. Ho smesso di tornare in quella terra con la stessa frequenza. All’improvviso, ho iniziato a pensare che, forse, un giorno avrei potuto perdere quel tipo di relazione. Allo stesso tempo, nella mia famiglia si parlava sempre di più della possibilità di portare alcuni parenti in Europa, per dare loro una vita migliore. È una cosa che, naturalmente, mi avrebbe resa felice, ma significava anche vedere lentamente dissolversi la Cuba con cui sono cresciuta. Così, dopo le Olimpiadi, ho deciso di seguire il mio primo corso di danza afro-cubana. Mi sono detta: oggi sono una buona breaker, ma voglio diventare una danzatrice più completa… contemporaneamente, ho preso questa decisione anche per tornare alle mie origini, prima che cambiassero per sempre.
Le Olimpiadi hanno cambiato tanto nella mia vita. Il fatto che il breaking sia diventato disciplina olimpica ha creato dentro di me una tensione continua: sono un’artista o un’atleta? Era una domanda che attraversava l’intera comunità. Molti si chiedevano se il breaking appartenesse davvero a quel contesto, se non stessimo rischiando di perdere la nostra cultura e la nostra identità… io ho sempre amato il fatto che il breaking contenesse tutto insieme: sport, arte, musica, cultura, individualità. Mi sembrava naturale che potesse entrare nel mondo olimpico. Ma, allo stesso tempo, percepivo qualcosa cambiare lentamente. Prima, quando mi allenavo, mi domandavo cosa volessi esprimere, quali movimenti sentissi davvero miei. Poi, le domande sono diventate altre: cosa vogliono i giudici? Cosa devo mostrare? Come posso massimizzare il punteggio? Ho iniziato a perdere quel rapporto istintivo con la danza che avevo, da bambina, all’interno del cypher.
Il breaking non è stato pensato come una formula. Da fuori molti si chiedono perché non esistano punteggi fissi per ogni movimento, perché tutto sembri così soggettivo... ma è esattamente questa la sua bellezza. Un breaker può eseguire il movimento tecnicamente più difficile del mondo, eppure qualcun altro può entrare in una relazione più profonda con la musica, con il pubblico, con l’avversario… e all’improvviso l’intera battle cambia direzione. Conta il linguaggio emotivo. Conta l’originalità. Conta il flow. Durante il percorso olimpico, però, ho avuto la sensazione che alcune di queste dimensioni si stessero perdendo. Tutto diventava più tecnico, più strategico, meno istintivo. Meno libero.
È anche per questo che il titolo ‘It’s Just Dancing’ significa così tanto per me. Nasce da una frase che continuavamo a ripeterci in quel periodo, quando si finiva facilmente per essere schiacciati dalla preparazione, dalla pressione, dalle aspettative... poi, qualcuno diceva semplicemente: “è solo danza”. E tutto tornava ad essere semplice. A essere sincera, le battle che amo di più sono quelle in cui non mi sento davvero pronta. Perché quando non hai un piano preciso sei costretta a rimanere nel presente. Ogni movimento acquista importanza. Ogni gesto, ogni atteggiamento, ogni pausa. Smetti di pensare alla performance e torni ad ascoltare la musica. È ciò che provato a ritrovare dopo le Olimpiadi: il vero motivo per cui mi ero innamorata della danza in primo luogo.
Lavorare con Sacha a questo progetto è stato molto intenso da un punto di vista emotivo, perché mi fidavo completamente di lui. Ci conoscevamo già da alcuni shooting fatti durante il periodo olimpico, ma questa volta è stato diverso. Non si trattava più di performance. Era qualcosa di molto più personale. La coreografia afro-cubana che compare alla fine del film era qualcosa che avevo mostrato a pochissime persone. L'ho creata insieme a Royma Roman. Il mio ragazzo non mi aveva mai vista danzare così, e la comunità del breaking non conosceva questo lato di me. Avevo bisogno di sentirmi al sicuro per poterlo esprimere. Sacha lo ha capito subito. Mi ha dato lo spazio necessario per mostrare una parte di me che, di solito, rimane celata.
Mi sono sempre sentita leggermente all’esterno dall’immaginario tradizionale del breaking. È una cultura a trazione maschile. Uno dei primi insegnamenti del mio coach è stato: non danzare come farebbe un ragazzo, danza come una ragazza. È una frase che mi è rimasta addosso per anni. Anche dentro il breaking ho sempre cercato eleganza, femminilità, fluidità. Per questo motivo, la moda è altrettanto importante per me. Gli abiti cambiano il movimento. Lo stesso gesto smette di essere identico in base a ciò che indossi. Nel breaking, il look fa parte della danza stessa. Durante le Olimpiadi, ci sono stati momenti in cui gli sponsor volevano che rappresentassimo in modo uniforme la Francia, dovevamo essere tutti uguali. La vera domanda, per me, è sempre stata l’esatto opposto: cosa mi rende diversa? Cosa racconta chi sono io, come donna, come danzatrice, come Carlota?
La danza afro-cubana all’inizio è stata difficile, perché il mio corpo è stato costruito dal breaking per quasi vent’anni. La forza, la postura, i riflessi… tutto apparteneva a quel linguaggio. Ricominciare da zero è stato doloroso. Odiavo sentirmi incapace, ma ho capito di avere bisogno proprio di quella sensazione. Nel breaking ero forse diventata troppo spaventata dall’idea di sembrare debole o di provare qualcosa di sconosciuto. La danza afro-cubana mi ha costretta a tornare studentessa. Mi ha fatto rimettere in discussione. Ciò che mi ha affascinato maggiormente è il fatto che ogni movimento contenga un’intenzione. C’è una dimensione spirituale in ogni gesto. Non si tratta soltanto coreografia. Ogni forma porta con sé un significato.
Oggi la danza significa qualcosa di completamente diverso rispetto a quando avevo sei anni. All’inizio, danzavo semplicemente perché amavo farlo. Poi, sono arrivati la competizione, la performance, la pressione... ora, dopo tutto quello che è successo attorno alle Olimpiadi, la danza è divenuta una via per ritrovare me stessa. Quando entro in sala, oggi, mi domando: come voglio sentirmi? Cosa voglio che le persone vedano dentro di me? La danza mi dà fiducia. Mi fa sentire potente. Vorrei trasmettere questo, con la mia storia: l’importanza di trovare una passione che ci faccia sentire abbastanza vivi da voler lottare per difenderla, con il sorriso.
Mio padre, quando ero più giovane, non capiva davvero il breaking. Mia madre, invece, diceva sempre: se ami qualcosa, vivila fino in fondo. Probabilmente, questa filosofia è il dono più grande che qualcuno mi abbia mai fatto. Perché oggi, anche nei momenti difficili, posso ancora svegliarmi e dedicare la mia vita a qualcosa che amo davvero. Ci sono giorni duri, naturalmente. Momenti in cui metto tutto in discussione. Ma se devo fare fatica o lottare, sono felice di poterlo fare con e dentro la danza. Perché, persino quando fa male, continua ad essere il mio posto.”






Sacha Balti
“Ho iniziato a lavorare con gli atleti intorno al 2022, poco prima delle Olimpiadi. In quel periodo ero ancora all’inizio del mio percorso fotografico. Lavoravo nella moda, da Louis Vuitton, ma ciò che desideravo era raccontare storie. Lo sport mi ha sempre appassionato, così ho iniziato a scrivere direttamente agli atleti su Instagram: atletica, judo, scherma… persone ai vertici assoluti delle loro discipline. Mandavo messaggi molto semplici: “Se vuoi, posso venire ad allenamento, fare qualche foto e poi condividerle con te. Se ti piacciono le usi, altrimenti nessun problema”. Tutto gratuitamente.
In Francia, agli atleti viene chiesto di essere tutto contemporaneamente. Devono eccellere nello sport, ma anche sapersi raccontare, gestire, rappresentare pubblicamente... io volevo aiutarli, ma volevo anche costruire un rapporto autentico con loro. Così, ho iniziato a passare tempo insieme agli atleti e, lentamente, mi sono reso conto che esistevano storie invisibili in ognuno di loro. Continuavo a chiedermi: perché lo fate? In discipline dove quasi nessuno conosce il vostro nome, dove spesso non ci sono soldi né riconoscimento, perché continuare a lavorare duramente per saltare più in alto, correre più veloce, spingere oltre? Volevo scoprire quella tensione. Poi, ho capito che desideravo concentrarmi soprattutto sulle atlete. Ogni volta che parlavo delle persone che fotografavo, tutti conoscevano gli uomini e nessuno le donne: anche quando erano numero uno delle rispettive discipline e categorie. Erano tra le migliori al mondo, eppure rimanevano invisibili. Mi sono detto che, forse, bisognava iniziare a raccontare le loro storie in un altro modo.
Allo stesso tempo, continuavo ad essere legato al mondo della moda. Anche gli stylist con cui lavoravo volevano creare qualcosa di più personale. Così ho detto loro: venite con me, incontriamo questi atleti e costruiamo un immaginario attorno alle loro vite. Non soltanto storie di performance, ma storie di persone. È stato l’inizio di un lavoro che, durante le Olimpiadi del 2024, è confluito in un libro e una mostra.
La fotografia faceva già parte della mia vita da molto tempo. Mio padre aveva una macchina fotografica e durante le vacanze o tra amici ero sempre io a scattare. Non ho studiato fotografia in modo accademico. Ho frequentato una business school, lavorato nella pubblicità e nella produzione, persino fondato una mia azienda... ma la fotografia è sempre rimasta accanto a me, specie quella analogica. Quello che amo della pellicola è che non sai mai davvero cos’hai ottenuto. Nemmeno la persona ritratta lo sa. Ritengo che sia una dinamica molto onesta. Scatti tre rullini, forse soltanto due immagini contano davvero, ma sono quelle le immagini che esistono. Con l’analogico, non puoi controllare tutto. Devi accettare anche l’imperfezione, l’incidente, gli scatti sbagliati... io sono un perfezionista, forse è anche per questo che amo così tanto l’analogico: mi costringe a lasciare andare.
Anche lo sport è sempre stato presente nella mia vita. Da ragazzo praticavo scherma, ma non ho mai riflettuto, davvero, sul motivo di quello sport: semplicemente mi piaceva farlo. Oggi, nei miei trent’anni, capisco molto meglio perché lo sport sia così importante. Quello che mi affascina di più sono i suoi protagonisti, gli atleti. Ammiro la loro concentrazione, anche se a volte può essere difficile da gestire, perché tutta la loro vita deve ruotare attorno ad un unico obiettivo. Sono costretti a essere estremamente focalizzati su loro stessi. Mi piace condividere tempo con loro, capirli, ma anche restare appena all’esterno di quel mondo.
È stata Carlota a contattarmi per prima. All’inizio, voleva semplicemente che filmassi la sua danza ispirata a Cuba. Io stavo già pensando al video, perché sempre più spesso i clienti mi chiedono di girare video, oltre ad effettuare la produzione fotografica. Solitamente rispondo di no, ma durante gli shooting mi capita di immaginare i potenziali video nella mia testa. Io e Carlota ci siamo incontrati per un caffè e lei ha iniziato a raccontarmi cosa fosse successo dopo le Olimpiadi. Mi ha detto che voleva risalire al motivo originario per cui aveva iniziato a danzare: tornando, in qualche modo, a sé stessa.
Mi ha colpito il modo in cui parlava della differenza tra essere atleta ed essere artista. Prima delle Olimpiadi era innanzitutto una danzatrice, un’artista. Poi, improvvisamente, è dovuta diventare un’atleta. Quando il breaking è entrato nel programma olimpico, tutto attorno a lei è cambiato: la federazione, la pressione, le aspettative, gli sponsor... in seguito, il breaking è stato escluso dai Giochi di Los Angeles e, da un giorno all’altro, tutto è cambiato di nuovo. Ho iniziato ad interessarmi alla tensione tra arte e performance. Non volevo realizzare l’ennesimo film sulle Olimpiadi o sul fallimento post-olimpico. Quelle storie le abbiamo già viste. Mi interessava qualcosa di più intimo. Quando Carlota mi ha raccontato la sua esperienza, ho avuto la sensazione di comprenderne almeno una parte, pur sapendo che non avrei mai potuto sentire davvero quello che aveva provato lei.
Il momento del film che mi è rimasto più impresso è quando dice che forse avrebbe dovuto allenarsi meno perché, in fondo, “è solo danza”. A volte, provo la stessa sensazione con la fotografia. Scatto troppo perché sento pressione, perché devo produrre continuamente. E poi, ad un certo punto, le immagini smettono di assomigliarmi. Sento il bisogno di fermarmi per un po’... soltanto dopo una pausa riesco a riconnettermi davvero con la fotografia. Anche noi fotografi viviamo immersi nella performance. Abbiamo bisogno di clienti, campagne... ti chiedono quanti follower hai, quali atleti hai fotografato, con quali brand hai lavorato... e sai che sono cose necessarie per sopravvivere, per pagare l’affitto, per andare avanti. Ti ritrovi a realizzare lavori che non vuoi mostrare, perché creativamente significano zero per te. Questa dinamica, però, ti fa capire quanto ci sia bisogno di progetti come ‘It’s Just Dancing’: senza di essi, il rischio è dimenticare perché hai iniziato a fare tutto questo.
Quello che mi ha colpito di questo progetto è che chiunque vi abbia preso parte voleva sinceramente raccontare la storia di Carlota. Nessuno lo faceva davvero per soldi. Quando Carlota ha mostrato il film a sua madre, lei ha pianto. Io l’ho mostrato alla mia compagna, e ha pianto anche lei. Carlota è ancora molto giovane, eppure si pone già domande che molte persone affrontano soltanto molto più tardi: da dove vengo? Chi sono? Cosa voglio davvero? È una cosa che trovo affascinante negli atleti: crescono molto in fretta.
Di Carlota ammiro la lucidità con cui ha realizzato di non aver vissuto le Olimpiadi nel modo in cui avrebbe voluto. Ha percepito che qualcosa, nella sua danza, si era alterato. E ora desidera ritrovare ciò che il movimento significava originariamente per lei, pur sapendo che economicamente il futuro è diventato molto più incerto. Per lei la danza è tornata a essere la risposta. Il breaking continua a far parte della sua vita: non vuole abbandonarlo. Ora, vuole capire come rimettere sé stessa dentro il movimento, invece di inseguire soltanto la performance. Per questo ho voluto che il film contenesse entrambe le dimensioni: il breaking e il percorso che conduce alla coreografia finale.
Durante le riprese nel castello c’è stato un momento in cui tutti hanno smesso di parlare e si sono limitati a guardarla danzare. Si sentiva il corpo atterrare sul pavimento. L’impatto fisico, la durezza del contatto... in televisione non ci si rende davvero conto di quanto il breaking sia intenso. Dal vivo è completamente diverso. Prima di questo progetto, non mi ero mai considerato interessato alla danza. Forse, semplicemente, non mi era ancora capitato di osservare qualcuno danzare davanti a me: un qualcosa di profondamente autentico. Credo sia questo, in fondo, ciò che colpisce le persone: quando qualcosa è totalmente sincero, lo percepisci immediatamente. Anche per questo non volevo che il film evidenziasse solo la danza.
La coreografia finale è il pezzo che lei mi ha chiesto di filmare fin dall’inizio. Come detto, Carlota è profondamente legata alle sue radici cubane. Mi parlava continuamente di Cuba, della sua famiglia, di quello che sua madre le aveva trasmesso crescendo... abbiamo costruito il progetto attorno a quell’idea anche visivamente. Le location erano fondamentali. Ho voluto una piscina vuota, per il senso di sospensione che avrebbe creato attorno al suo corpo. Trovarla è stato incredibilmente complicato. Alla fine, mi sono imbattuto in un castello fuori Parigi e, dopo una trattativa piuttosto assurda, che comprendeva dei biglietti per il PSG, siamo riusciti ad avere accesso al luogo. I figli del proprietario del castello hanno visto il PSG per la prima volta: tutti siamo stati felici.
Anche il fashion ha giocato un ruolo cruciale, ma in modo molto essenziale. Ho lavorato di nuovo con Martina Bruno, la stylist con cui avevo già collaborato in altri progetti dedicati agli atleti. Abbiamo voluto qualcosa di puro, qualcosa che allontanasse Carlota dall’estetica street tradizionalmente associata al breaking. L’obiettivo era costruire forme più morbide, più femminili, più vicine alla sua identità cubana. Allo stesso tempo, non abbiamo voluto che la moda dominasse il progetto. Non si trattava di vestiti o di brand. La cosa importante era creare l’atmosfera giusta attorno a lei.
Questo, per me, è sempre questo l’aspetto essenziale durante uno shooting. Certo, voglio immagini forti. Ma, ancora di più, voglio che le persone si sentano bene mentre le sto ritraendo. Se l’atmosfera è sbagliata, le immagini smettono di avere importanza. Giunto alla sua conclusione, questo progetto palesa un messaggio molto semplice: la storia di una persona e il suo desiderio di ritrovare il motivo, l’origine, della propria espressione creativa.”



Credits
Featuring Carlota Dudek
Directed by Sacha Balti & Lukas Ibanez
Photography & AD by Sacha Balti
Assist AD by Lukas Ibanez
Styling by Martina Bruna
Edited by Lukas Ibanez
Color by Joel Noa
Title Design by Laura Aubin
Produced by Sacha Balti






