10 titoli Red Bull Cliff Diving World Series in 10 stagioni. Se nel regno dei tuffi il concetto di perfezione risulta essere utopia, l’australiana Rhiannan Iffland è l’essere umano che più ad esso si avvicina. La tappa di Polignano ha celebrato la sua grandezza con l’ennesimo King Kahekili Trophy, una grandezza che abbiamo provato a ritrarre e comprendere
Mana e Pono. Potenza ed equilibrio. Viaggiando a ritroso fino alle origini del cliff diving, la lancetta temporale indica il 18º secolo, quella geografica le coste hawaiane, quella umana il re a cui oggi è dedicato il trofeo massimo del circuito Red Bull votato a questa disciplina: King Kahekili. A distanza di secoli, della pratica del Lele Kawa, all’epoca prova di valore sostenuta dai guerrieri apicali del Regno di Maui, si è persa la componente rituale, ma è rimasta l’essenza ultima.
Mana e Pono. Potenza ed equilibrio. Attorno a queste matrici, all’apparenza così discordanti tra loro, continua a gravitare un ludus, inteso nell'accezione più antropologica del termine, divenuto, nel corso del tempo, sport in grado di meravigliare occhi ad ogni latitudine del globo. Un’eredità culturale, quella impressa nella storia da King Kahekili, che ha trovato la più degna custode contemporanea ad oceani e continenti di distanza. Nello specifico, nella figura dell’australiana Rhiannan Iffland.
10 titoli Red Bull Cliff Diving World Series in 10 stagioni. 48 vittorie di tappa complessive. Bastano queste statistiche a descrivere la grandezza di un’atleta che della propria disciplina ha fatto materia temuta e profondamente studiata prima, arte atletica-performativa votata alla costante ricerca della perfezione, per quanto utopica, poi. Un flusso d’onnipotenza lungo 10 anni e racchiuso negli stessi paradigmi professati da King Kahekili. Mana e Pono. Potenza ed equilibrio.
L’ennesimo gradino più alto del podio stagionale, ufficializzato durante l’ultima fermata della Red Bull Cliff Diving World Series in quel di Polignano a Mare, ha permesso di comprendere cosa voglia dire, nella vita di Rhiannan Iffland, tuffarsi verso la perfezione. E verso il futuro di un’arte sportiva che l’ha resa regina.




Hai iniziato a tuffarti a nove anni, eppure hai raccontato più volte di esserti paralizzata proprio davanti al tuo primo tuffo. Ancora oggi sostieni che una forma di paura continui ad accompagnarti ogni volta che sali sulla piattaforma. Ripensando a quell’origine e alla persistenza di un’emozione che, in fondo, non ti ha mai realmente abbandonata, come è emersa e si è affermata una delle più grandi high diver nella storia della disciplina?
“Con enorme difficoltà, moltissimo lavoro e una grande perseveranza. Mi tuffo da quando avevo nove anni e credo che, con il tempo, certe sensazioni, specie la paura, finiscano per diventare parte di te. La paura è parte integrante di ciò che faccio. Mi sono letteralmente innamorata del cliff diving. Per questa specialità ho sviluppato una passione molto più intensa di quella che, da bambina, provavo per i tuffi olimpici e tradizionali. Il cliff diving regala un senso di libertà molto profondo e credo che proprio questo abbia contribuito alla mia affermazione, perché ho sempre continuato a inseguire quel tipo di sensazione: la libertà, la possibilità di fare qualcosa che amavo, il superamento delle difficoltà, il presentarmi ogni giorno, sapendo di avere davanti a me qualcosa verso cui tendere... Ho sviluppato una sorta di dipendenza da quella sensazione. Ho continuato a lasciarmi trasportare da quell’onda di fiducia, attraversando, inevitabilmente, anche le oscillazioni che comportava. Poi, quando ho cominciato a vincere e ho raggiunto il vertice del mio sport, quella dipendenza ha assunto una forma diversa. Ha smesso di riguardare solamente la percezione di libertà: sono diventata dipendente dalla sensazione di essere realmente molto brava in qualcosa. È una spinta che nasce dall’interno e ti porta a continuare a superare i tuoi limiti. Amo ogni aspetto di questo sport. A volte detesto la paura. A volte detesto trovarmi in condizioni climatiche o ambientali di profondo disagio. Ma quando riesci a gestirle e superarle, emerge una sensazione potentissima: il sentirti pienamente viva… E questo ti induce a tornare su quella piattaforma.”
C’è chi considera il tuffo perfetto un’utopia. Nel tuo caso, tuttavia, la perfezione sembra assumere una consistenza tangibile, come testimonia una successione straordinaria di record e traguardi. Che significato attribuisci all’idea di perfezione? E in che modo la ricerca stessa della perfezione dialoga con una disciplina come l’high diving?
“La perfezione è estremamente difficile da raggiungere in uno sport dal contenuto tecnico così elevato. Se considero il singolo tuffo, credo di aver raggiunto la perfezione una sola volta e di essermi avvicinata, forse, in altre due occasioni. Per me la perfezione ha a che fare con la costanza, ma presuppone anche la comprensione del fatto che non tutto possa riuscire perfettamente. Credo che accettare questo tipo di lettura della realtà contribuisca alla ricerca stessa della perfezione. Affinché qualcosa possa dirsi perfetto, ogni elemento deve coincidere, deve collimare. Questo vale ancora di più in uno sport in cui un tuffo si consuma nell’arco di, appena, due secondi: in una frazione temporale così ridotta, moltissimi fattori devono convergere nella direzione corretta. Questo processo deve accadere sia sul piano fisico, che su quello mentale… Persino le condizioni esterne, vedi quelle climatiche, devono essere favorevoli. È proprio la necessità di questa convergenza simultanea di fattori a rendere la perfezione così difficile da raggiungere.”



Crediamo fermamente che ogni sport sia, a proprio modo, una forma d’arte. Cosa rende, a tuo avviso, l’high diving un’arte a sé stante? Durante una performance, ti capita mai di percepirti come artista, oltre che come atleta?
“I tuffi possiedono una forte componente artistica intrinseca. Per dirlo, mi basta riflettere sulla quantità di tempo che ho trascorso cercando di rendere elegante un tuffo, facendo in modo che ogni linea e ogni posizione fossero esatte, dalla punta delle dita delle mani fino a quella dei piedi… Ricordo, quando ero più giovane, i miei allenatori che continuavano a puntualizzare: ‘No, le dita sono fuori posizione. Devono stare esattamente così.’ Se penso ai tuffi come forma d’arte, mi concentro innanzitutto sullo stile e sulla grazia, ma non mi soffermo solo su questi lati della disciplina. Penso anche al flusso e al ritmo del tuffo, al passaggio tra precise posizioni e forme, e alla capacità di rendere impercettibile la transizione tra loro. È qualcosa di davvero bello. Poi, trasferisci tutti questi elementi all’interno di uno scenario straordinario come, per esempio, Polignano e osservi quelle immagini prendere vita attraverso medium come video e fotografia. Quando ogni elemento riesce ad allinearsi, si genera un momento artistico di enorme fascino. Se riesci ad accantonare la paura, credo esistano momenti in cui puoi effettivamente sentirti un’artista, anche se nei tuffi più complessi diventa più complesso. Quando esegui, per esempio, un single flying somersault, mentre sei in volo riesci realmente a percepire l’aspetto del tuo corpo nello spazio. Puoi modificarne l’assetto e pensare: “Ecco, così è più bello”. Quindi sì, credo di potermi sentire un’artista. Semplicemente, prima di questa conversazione mai avevo pensato a me stessa in questi termini.”
La Red Bull Cliff Diving World Series continua a offrirti la possibilità di esprimere il tuo talento all’interno di scenari straordinari, come Polignano. Cosa provi nel preparare ed eseguire un tuffo in contesti di questo genere? E, considerando che l’high diving ti ha condotta in luoghi che, forse, non avresti mai avuto modo d’esplorare, che valore attribuisci a questo lato della disciplina?
“È un privilegio, un qualcosa di davvero speciale. Credo che molti atleti provino la stessa sensazione. È anche uno dei motivi che ci spingono a continuare. Raggiungiamo destinazioni incredibili e abbiamo la possibilità d’immergerci in moltissime culture differenti. Allo stesso tempo, costruiamo amicizie con persone provenienti da ogni parte del mondo e arriviamo a conoscere persone e luoghi con una profondità rara. Viaggiando per conto proprio, sarebbe difficile raggiungere lo stesso grado di conoscenza di un singolo posto. Tutto questo è diventato parte integrante della mia vita. Oggi ho 35 anni e viaggio da quando ne avevo 21, ovvero da quando ho iniziato a farlo attraverso i tuffi. Quando mi volto indietro, penso: ‘Wow, che decennio straordinario’. La versione più giovane di me avrebbe potuto soltanto sognare di vedere tutti questi luoghi. È bellissimo, ed è certamente anche una delle ragioni che continuano a tenermi connessa a questo sport.”

Dopo dieci titoli consecutivi nelle World Series e 48 vittorie di tappa, cosa continua a farti tornare sulla piattaforma? E, giunta a questo punto della tua carriera, che tipo di rapporto hai maturato con la disciplina di cui sei diventata la regina indiscussa?
“Su questo tema ammetto di essere un po’ vulnerabile. Ho appena conquistato il mio decimo titolo nelle World Series e, dopo quella gara, ho dovuto fare i conti con alcuni problemi fisici. In questo momento, quindi, mi trovo in una condizione piuttosto insolita. Ovviamente amo ciò che faccio, ma quando raggiungi un traguardo del genere vivi un picco emotivo enorme, e subito dopo devi imparare ad attraversare tutte le emozioni e le oscillazioni che ne conseguono. In un certo senso, la tappa di Polignano è stata come un giro d’onore, ma è stato strano non avvertire la pressione usuale. Per me, paradossalmente, questo tipo di condizione rende lo sport ancora più spaventoso. Quando gareggi sotto pressione, possiedi una certezza: questo è il tuo momento, questo è l’istante in cui devi eseguire il tuffo e devi eseguirlo bene. Quando quella pressione viene meno, avverto una libertà maggiore, ma allo stesso tempo trovo più difficile competere e raggiungere la medesima disposizione mentale. Quanto al futuro, non ho alcuna intenzione di appendere il costume al chiodo. Assolutamente. Uno degli aspetti più interessanti del mio percorso è l’aver attraversato diverse generazioni di questo sport. Ho osservato la sua crescita, soprattutto nella sua dimensione femminile. Ho visto la direzione che ha intrapreso e continuo tuttora ad assistere alla sua evoluzione. Credo di essere stata una delle pioniere di questo processo e voglio vedere dove ci condurrà. Penso che il prossimo obiettivo sia proprio questo: continuare a far progredire la disciplina e, contemporaneamente, cercare di tenere il passo con le più giovani. In uno sport come questo, emerge sempre qualcosa di nuovo da scoprire, qualcosa in grado di motivarti e alimentare il tuo entusiasmo.”
Come hai sottolineato, negli ultimi anni il movimento femminile dell’high diving è cresciuto considerevolmente, anche e soprattutto grazie ad un circuito come la Red Bull Cliff Diving World Series. Cosa vorresti trasmettere alle generazioni future di high diver?
“Ci sono diverse cose che vorrei dire. Per esempio: trovate la passione in ciò che fate, perché questo è uno sport che fa paura e, senza una passione autentica, diventa molto difficile affrontarlo. Direi anche di non proiettare lo sguardo troppo lontano, nel futuro, perché non puoi mai sapere dove potrebbe condurti la prossima porta che si apre. È importante avere un grande obiettivo, ma bisogna anche concentrarsi su ciò che si trova immediatamente davanti a noi; il rischio, altrimenti, è quello di non accorgersi di qualcosa di luminoso incontrato lungo il cammino.”








