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La lente di Filippo Maffei segue il climber Salewa Luca Andreozzi in un’esperienza boulder crepuscolare, dove gesto, immagine e pensiero riescono a fondere arte pura ed esplorazione sportiva

Seguire la luce, precedere l’oscurità. O viceversa. La ciclica, quotidiana, estasi del crepuscolo rima con il concetto di mutamento, e di rivelazione. Quando le ombre danzano, allungate e deformate da tanto fugaci, quanto eterni istanti, le pareti rocciose smettono di apparire strade solide e rassicuranti, divenendo spartiti misteriosi. Tele eteree e astratte. Percorsi incerti, in grado di amplificare, o rimodulare, stati d’animo dal sapore antico, eppure contemporaneo. 

“La roccia per me è uno specchio. Lo è sempre stato, fin da quando avevo 5 anni. Siamo cresciuti insieme. Ne ho bisogno per capire come sto, per comprendere quello che sento dentro. Quando sono sulla roccia, tutto diventa chiaro e, stranamente, sotto il mio controllo”, racconta Luca Andreozzi, “Specie in un momento atipico come il crepuscolo, mi rendo conto di quanto si sia evoluto il mio rapporto con l’arrampicata. È il mio gioco. La mia gioia. La mia cosa. Per un po’ di tempo aveva smesso di essere tutto questo, fagocitata dallo stress e dalle ansie delle gare: i fattori esterni mi hanno portato ad un punto di rottura, ad uno spartiacque esistenziale, perfino all’abbandono delle pareti. La roccia, però, è tornata a chiamarmi. Come uno specchio, mi ha mostrato quello che avrei dovuto fare: seguire il mio istinto e i suoi consigli, provare ad esprimere la mia passione in modi e forme che sentissi realmente mie” 

Prese e appoggi. Nitidezza e caos. All’apice del tramonto, il tempo e lo spazio sfumano, lasciando sbiadire ogni confine stabilito dalla fisica. La roccia invita, silenziosa ed evocativa, ad un abbandono lirico, all’ingresso in un’alterata dimensione personale. Giorno e notte incrociano le rispettive prospettive e, magicamente, l’atto sportivo confluisce nell’espressione artistica. In un flusso di coscienza sospinto dal sapore dell’attimo. In un nirvana popolato d’inganni, consapevolezze, ispirazioni. 

“Ogni volta che inizio a scalare, perdo completamente l’idea di tempo. È come se finissi su un altro pianeta. Quando tocco terra, realizzo di aver fatto ritorno nel mondo reale. Nel mentre, è la roccia a parlarmi. A dirmi che movimenti fare, quali linee seguire. Non ho idea di ciò che accade ma, allo stesso tempo, sono certo di ogni gesto. I secondi, i minuti si dilatano e restringono. Un semplice passaggio può contenere al suo interno un cosmo di sensazioni, emozioni, pensieri... Può durare una vita e sembrare un lungo viaggio. Altre volte, accade il contrario, non mi rendo nemmeno conto delle direzioni prese, avviene tutto in un istante” 

È la musa a parlare. A richiamare e trascinare in un atelier itinerante, disperso chissà dove tra le dolci curve toscane. Il mondo nella propria casa. La casa nel proprio mondo. Lo pensavano chissà quanti pittori di provincia, tratteggiando i profili illusori dell’ultimo, o del primo, bagliore del giorno. Tratto dopo tratto. Appoggio dopo appoggio. In un perfetto momento forse sportivo, forse artistico, forse, semplicemente umano. 

“Sulla roccia amo spaziare, mescolare stili diversi, esprimere la mia creatività. Il gesto e lo stile hanno sempre catturato la mia attenzione. Non m’interessa fare una cosa, quello che m’interessa è farla in un certo modo. Voglio interpretare. In un certo senso, mi sento come un pittore che improvvisa, pennellata dopo pennellata. La performance e i paradigmi sportivi sono lontani, impercettibili. Spesso mi chiedono perché non abbia ancora deciso di girare il mondo, provando le sue vie più incredibili. La Toscana, però, è il mio giardino di casa. Ho trascorso anni ad esplorare il suo territorio, a scoprire le sue rocce. Non esiste distinzione tra scoperta e arrampicata. Ogni scenario, qui, è ormai divenuto un’estensione della mia persona; e ogni parete ha un valore intimo, che sprigiona davanti alla perfetta imperfezione del crepuscolo”