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Ogni parete domata, specie un 9b, coincide con una profonda esperienza umana, atletica e artistica, mossa da memorie ossessive e ritmi armonici. Lo shortfilm ‘Erebor’ di Alberto Cantú racconta questo intreccio dimensionale, attraverso la mente e la gestualità del giovane climber Giovanni Placci

Erebor

La tensione scorre prima di uno dei 9b più ostili del pianeta, Erebor. Scorre il senso, il peso dell’imminente. Respiri lunghi, forse eterni, si alternano a mosaici di pensieri e memorie. Davanti agli occhi, intricati sentieri fatti di passaggi curvi o diagonali. Slanci. Appoggi. Un cruciverba già risolto, eppure potenzialmente irrisolvibile. 

Poi l’apnea e il ritmo che aumenta. Il viaggio interiore guida quello esteriore. Il passato ritorna nel presente: non confonde, aiuta. Ogni ricordo direziona le catene muscolari, le obbliga alla più razionale delle decisioni. Ascesa o caduta. Il corpo compone, smettendo di essere padrone di sé stesso. Note su uno spartito musicale. 

Infine, l’estasi. La scarica emotiva. Il culmine di una ricerca sinfonica. Intelletto e talento, fisico e coscienza hanno permesso l’abbraccio tra tangibile e intangibile. Al suo apice, una nuova via può voler dire molte cose. Il successo di un ’atleta. L’evoluzione di un essere umano. Spesso, vuol dire entrambe. 

Raccontiamo quest’esperienza attraverso l’ipnotica gestualità di Giovanni Placci, 23enne già riuscito nell’impresa di fondere i propri polpastrelli con Erebor, e la visione narrativa di Alberto Cantú, che nell’impresa del giovane climber italiano, e nella sua tanto brillante, quanto ossessiva memorizzazione della via, ha colto la perfetta simbiosi tra atto sportivo e performance artistica. 

Lo short film ‘Erebor’, che siamo onorati di lanciare in esclusiva, è accompagnato e armonizzato dal violoncello di Matteo Vercelloni: nobile strumento che scandisce fino ai suoi estremi l’impresa di Placci, esaltando la potenza onirica di un 9b e il suo impatto sul pensiero, così come sulle consapevolezze e visioni, di ogni essere umano. Lo stesso impatto che raccontiamo, in modo analogo, attraverso alcune riflessioni dei protagonisti di questa produzione. 

Screenshot

Climbing | Art - Giovanni Placci 

“Ho iniziato ad arrampicare un po’ per caso. È diventata una passione vera perché sentivo che mi lasciava sempre qualcosa addosso. Dopo ogni allenamento pensavo alle emozioni, alle situazioni che avevo vissuto… L’arrampicata è confluita in me”

span class="s1">“Nella mia vita è una disciplina multidimensionale: gare, roccia, viaggi, stili diversi... C’è sempre qualcosa da scoprire, da migliorare. Amo il fatto che non torni mai a casa del tutto soddisfatto”

“La via in falesia è un processo difficile da spiegare a parole. Erebor è solo un pezzo di roccia, ma siamo stati un mese a contatto e ci ho messo tutto dentro”

“L’ho conosciuto alla perfezione. L’ho pensato ogni singolo secondo”

“Il mio corpo l’ha compreso profondamente”

“Spesso il corpo sa più della mente”

“Una mano inclinata 30°” 

“Spostare un mignolo”

“Cambia tutto”

“Qui sta la bellezza del processo”

“Nella ricerca dei dettagli che ti fanno migliorare” 

“Per questo, alla fine, l’arrampicata è una forma d’arte, più che uno sport” 

“Sei completamente immerso. Ti lasci guidare dal corpo, vivi un flusso. È come dipingere, solo che lo fai su roccia”

“Il gesto, le mani, la sequenza... Studi e visualizzi quella via: la impari a memoria. Coreografi ogni passaggio. Poi, nell’atto, segui un ritmo. Ti sembra di danzare”

“L’arrampicata sportiva è un uragano di emozioni. Quella su roccia è più intima, personale, artistica. Ogni via è diversa: ha il suo stile, i suoi movimenti, le sue prese... Chiuderne una, dopo settimane di tentativi, è vibrazione pura. Ti travolge”

“È un’esperienza profonda, specie quando sei immerso nella natura. Questa disciplina ti insegna a convivere con il fallimento quotidiano: sei destinato a cadere, ogni giorno. Poi, chiudi una via o vinci una gara. E impari che anche la vita è così. È dura, ma ti forma”

Photo by Crimp Films
Photo by Crimp Films
Photo by Crimp Films
Photo by Crimp Films

Art | Climbing - Alberto Cantú

“Ho sempre avuto una connessione naturale dell’arrampicata. Da piccolo mio padre mi portava in palestra, salivo sugli alberi, stavo in verticale al posto di camminare… Non giocavo a calcio, come facevano tutti gli altri”

“Sono entrato nel mondo delle competizioni presto. L’arrampicata, all’epoca, non era solo montagna e divertimento nel weekend: era allenamento tre o quattro volte a settimana, in vista delle gare”

“Una componente, in particolare, mi ha affascinato fin dai primi tempi. L’ho sempre trovata potentissima, nonostante sia poco conosciuta e riconosciuta: la memoria.” 

“Osservare solo con gli occhi la parete, immagazzinare e riuscire a ripercorrere  ogni presa e movimento... I climber di alto livello hanno qualità uniche”

“Continuano a ripetersi ogni passaggio. Ricordano decine di movimenti, di prese, persino di sensazioni…” 

"Prevedono cadute: non sono convinti di un determinato svaso, di una tacca...” 

“Si creano un mondo virtuale, che a pochi è dato conoscere”

“Quando arrivi ad un 8c, ad un 9a… Sta tutto lì”

“È nella tua mente: interiorizzato”

“Come Erebor per Giovanni”

“20 curve”

“Ogni singolo movimento” 

“È un allenamento mentale incredibile: fa il 50% dell’arrampicata”

“Anch’io visualizzo molto le cose e a Giovanni ho chiesto di fingere di ‘sentire’ quella roccia”

“Di arrampicare e ripercorrere un 9b. Ad occhi chiusi. I muscoli che si slanciano nello stesso tipo di tensione…”

“I piedi, le braccia, le mani... Sembra un film di danza. Una coreografia fatta di memoria e isolamento fisico. Di spazi neutri. E un pennello che disegna linee in aria”

“Trovo tutto così gestuale, visivo. Musicale. L’abbiamo voluto associare alle note di un violoncello. Abbiamo doppiato i movimenti, dando suono alle vibrazioni che sentivo dentro: la musica in ____ assume un ruolo fondamentale”

“Ho sempre avuto queste percezioni artistiche nell’arrampicata. Per me era normale vedere le cose in un certo modo: la mano su una fresa, il suo valore estetico… Poi, ho capito che avrei dovuto raccontarlo e, un po’ alla volta, ho capito anche come” 

“Trasformare una sensazione in un video è complicato. È come tradurre una lingua che capisci e ascolti solo tu. Nel mio caso, in particolare, significa elevare il movimento atletico per coglierne la bellezza. Nelle settimane olimpiche vedo arte, non vedo sport”

“Ho fatto tantissimi sport e molte delle sensazioni che racconto le ho vissute in prima persona. Ognuno di essi mi ha lasciato qualcosa. Quando una disciplina è fatta davvero bene, dalla vela alla corsa, si tramuta in forma artistica. È questa ricerca a muovermi: l’unione di danza e climbing, ritrarre la scalata interiore e mentale di un atleta come Giovanni”

Credits

Directed by: Alberto Cantú

Starring: Giovanni Placci

Cinematography by: Karim Andreotti 

Music and Sound Design by: Daniele de Virgilio 

Cello: Matteo Vercelloni

Color: Louis Lincoln

Produced by: Nebel production

Executive Producer: Alessio di Naro 

Text Design: Giovanni Ripamonti 

Location Scouter: Martino Gnecchi 

Special Thanks to: Spaghetti Boulder (Ste & Françu)

Editorial Focus by: Gianmarco Pacione