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La regista Sasha Rainbow porta l’ONA in India, dove lo skate può cambiare la percezione del mondo per una madre e una figlia

Questo articolo è parte della collana editoriale introduttiva all’ONA Short Film Festival. Il 5, 6 e 7 settembre, l’Isola veneziana di San Servolo mostrerà storie di sports outdoor, natura e consapevolezza ambientale, e noi saremo ancora Media Partner di questo meraviglioso evento dedicato alla settima arte.

Il ruolo della donna nella società è, in molti casi, ancora frenato da regole e mindset obsoleti. In India, per esempio, la piena libertà per molte donne è ancora un’utopia vietata da secolari tradizioni e imposizioni religiose. In questo tanto affascinante, quanto doloroso ambiente, la storia di Kamali e Suganathi non è una semplice storia madre-figlia, è l’epitome del coraggioso affrancamento dal passato: un dualismo rivoluzionario, reso possibile dall’arte dello skate.

Lo short docu ‘Kamali’, diretto da Sasha Rainbow, è l’intimo racconto di una madre sola, che abbraccia le sfide di una condizione sociale difficile, fatta d’isolamento e rigetto, ed è la storia di una figlia che, supportata dalla madre, sta riuscendo a cambiare la percezione dell’indipendenza femminile attraverso run e trick. Il progresso è guidato dall’esempio, insegna questa pellicola, ed è ispirato da donne come Suganathi: madri che vedono nell’ambizione sportiva uno strumento per migliorare il futuro delle proprie figlie.

Abbiamo parlato di questo con Sasha Rainbow, la mente dietro questa produzione, comprendendo il potere dello skate e il valore simbolico di questo documentario, che sarà presentato all’ONA Short Film Festival.

Ci puoi descrivere la genesi di ‘Kamali’?

“È una storia divertente. Dovevo fare un pitch per un video musicale della band Wild Beasts. Il titolo della canzone era Alpha Female, e volevo fare parte del progetto. Ho pensato a molte idee, ma non ho trovato quella giusta fino a quando mi sono ricordata della ONG Skateistan, che sviluppa lo skate in Paesi come la Cambogia e l’Afghanistan. Skateistan educa le ragazze attraverso lo skate. Così ho contattato una mia amica che gestisce il progetto, proponendole di girare il video in Afghanistan, ma la situazione del Paese non lo permetteva. In quel momento è arrivata l’idea dell’India, grazie alla menzione della skater Atita Verghese. Durante il processo creativo, poi, ho scoperto una foto di Kamali ad appena 4 anni d'età, scattata dallo skater Jamie Thomas, e mi sono detta che doveva essere nel video. Lei e sua madre Suganathi sono venute a Bangalore per girare il video e lì mi hanno raccontato la loro storia. In quei giorni abbiamo costruito il nostro rapporto e posto le basi per il documentario”

In questo documentario lo skate diventa uno strumento narrativo per esplorare la condizione delle donne in India e il loro rapporto con la società. Cosa ti ha trasmesso lo skate durante quest’esperienza? 

“Nelle interviste per il video musicale, la skater Channi mi ha rivelato che, nello skate, quando cadi e ti rialzi ti senti viva. Dopo quelle parole ho iniziato a skateare, e la mia mente e il mio corpo si sono allineati, mi sono apprezzata in un modo nuovo. Credo che il valore più grande dello skate femminile in Paesi come l’India sia il suo potere rivoluzionario. Il sistema sociale indiano è patriarcale, nel documentario la madre di Kamali spiega come le donne siano obbligate a condurre vite fatte di tradizioni e obblighi familiari. Ma lo skate apre una finestra sul mondo per le nuove generazioni. Una sola rampa può attirare persone di ogni dove e permettere a giovani ragazze d’infrangere tabù, esplorare sé stesse e superare limiti che altri hanno imposto loro. Mi pongo spesso una domanda: se potessi avere la pace nel mondo, facendo rimanere tutto com’è oggi, lo accetteresti? Non ho una risposta. La tradizione ha alcuni aspetti meravigliosi, che nei Paesi occidentali stiamo perdendo, ma se opprime una donna... Fanculo la tradizione. Il film evidenzia il parallelismo tra Suganathi e sua figlia Kamali. Suganathi è vittima della società tradizionale indiana, perché è una donna divorziata, costretta a sentire il peso del suo status. Lo skate, invece, sta aiutando sua figlia a cambiare la percezione del proprio percorso umano. Il dolore, le cicatrici e il sangue dello skate divergono con il pensiero comune, e controbilanciano la storia di sua madre, la rivoluzionano. Non credo che tutte le donne indiana debbano skateare, né che debbano allontanarsi dalla religione. Ma sono convinta che storie come questa creino un cambiamento positivo. Possono influenzare anche il pensiero degli uomini. Lo zio di Kamali, per esempio, sta aiutando la sua passione. È una terra di mezzo, dove le ragazze possono cambiare il modo di vedere sé stesse e il modo in cui le vedono gli uomini - un cambiamento lento, ma potente”

La fine del film coincide con un momento commovente, dove Suganathi ti ringrazia piangendo. Che emozioni ti hanno attraversato durante quei secondi?

“Ho pensato che quella famiglia è reale, e che aveva invitato tutti noi nel suo mondo. L’ultima scena è stato un momento catartico, dove abbiamo lasciato andare un sospiro di sollievo dopo aver toccato argomenti complessi: una vita difficile, esperienze crude, enormi tensioni... In quelle parole c’è il messaggio che Suganathi vuole lasciare al pubblico. Ha voluto dare tutta sé stessa e anche oltre, permettendoci di scoprire la sua esperienza e di farne tesoro. È come se ci avesse invitato a cena per parlarci della sua epifania personale, che oggi si riflette nella libertà concessa a Kamali”

Purtroppo non potrai essere a Venezia, che cosa senti di dire al pubblico dell’ONA Short Film Festival?

“Vorrei essere lì a Venezia, anche perché non ho mai visitato la città. Mi dispiace molto, ma sono così felice che ‘Kamali’ venga visto dal pubblico dell’ONA. Tante persone di culture e Paesi differenti mi hanno contattato dopo aver visto il film, dicendomi di vedere le loro storie personali o le storie delle loro madri in questo documentario. Una filmmaker maori mi ha rivelato che ‘Kamali’ è stata una sorta di medicina per lei, ed è il più grande complimento che abbia mai ricevuto. Penso che questo sia il potere del cinema, può portare così tante idee alle persone e alla società... Ormai ‘Kamali’ ha smesso di essere mio. A dire il vero non è mai stato mio, è di Kamali e di sua madre. È della loro potente storia, che merita d’ispirare altre persone, e di mostrare il valore rivoluzionario dello sport. Lo sport può cambiare il mondo...”

Visitate il sito onafilmfestival.com per ottenere maggiori informazioni e partecipare a questo suggestivo evento.