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Intervista al giovane talento dell’Italrugby ed esplorazione del suo semplice, elegante approccio allo sport di alto livello

“Tutti gli sportivi, quando arrivano in campo hanno un po’ paura, la si deve trasformare in qualcosa di positivo. Questo lo viviamo tutti i giorni.” Nel rugby la paura è un’emozione che non si nasconde, si trasforma. 

Nella traiettoria sportiva di Giulio Bertaccini, oggi tra i volti emergenti del rugby italiano, già parte del gruppo azzurro al Sei Nazioni e fresco di minuti giocati nella sfida Azzurra dello scorso weekend al nobile Sudafrica, questa trasformazione è iniziata all’età di 6 anni.

Quella con il rugby, per questo talentuoso trequarti centro cresciuto nella razionale ed elegante Reggio Emilia, è una relazione che tiene insieme fisicità e consapevolezza, valori radicati e nuove direzioni, dentro e fuori dal campo. Di certo, fuori dai social e da logiche che, per un atleta amante della letteratura, addirittura  in grado di prendersi un lungo periodo di pausa, dal rugby giocato, per espletare le pratiche di un comune erasmus in Turchia, risultano quasi, se non del tutto, insignificanti. 

Classe ‘00, una laurea in Economia in arrivo, e un’ultima stagione divisa tra la passione familiare di Reggio e la vocazione internazionale di Parma (quest’ultima, sotto il nome altisonante delle Zebre, confermata in via definitiva anche per la prossima stagione), Giulio è il ritratto sincero, e - aggiungiamo - fondamentale, di un atleta emergente che non vuole essere solamente tale. Scopriamo perché, attraverso la testimonianza di questo nuovo, importante simbolo in costruzione dell’Italrugby.  

Qual è il tuo primo ricordo legato al rugby?

Ho iniziato a giocare in prima elementare, un po’ per caso. Mio fratello già praticava rugby, e così i miei genitori hanno fatto provare anche me. Mi è piaciuto subito. Ho ricordi bellissimi di quei primi anni, e ancora oggi provo un grande affetto per le persone con cui ho condiviso quel tratto iniziale di percorso, così come per quelle che mi hanno accompagnato negli ultimi anni, tra Reggio e, più recentemente, a Parma e nella Nazionale. Una cosa che ho percepito fin da subito è il valore del gruppo, quel senso di appartenenza che nasce dentro e fuori dal campo. C’è il coraggio individuale, ma sempre inserito in una dimensione collettiva. 

Quando hai capito che il rugby poteva diventare qualcosa di più di una passione?

La vera consapevolezza è arrivata quando sono entrato in Accademia, intorno ai 16 anni. Lì ho cominciato ad assaporare cosa significhi davvero la vita da rugbista. Arrivano i primi veri sacrifici e inizia la sfida nel conciliare scuola, allenamenti e palestra. Nel frattempo vedi i tuoi coetanei uscire, andare alle feste... Tu non lo fai o, comunque, lo fai molto poco. All’inizio ti chiedi se ne valga la pena. Poi, però, scopri che quel “no” agli altri, a te fa bene. Che quello stile di vita ti appartiene. Inizi a vivere emozioni forti: la prima convocazione in Nazionale, per esempio, è impossibile da descrivere a parole… Lo faccio con un dettaglio, il mio nome scritto su un’agenda che mi attendeva alla prima riunione: l’ho guardato a lungo, in un misto di eccitazione, incredulità e orgoglio. Ecco, questi piccoli segnali ti fanno capire che forse sì, questa può essere davvero la tua strada.

Hai già vissuto tappe importanti, tra cui, appunto, varie convocazioni in Italrugby. Alla luce del tuo giovane, ma già strutturato percorso, che rapporto hai con questo sport?

È un rapporto maturato con il tempo, anche grazie ad una pausa voluta: un periodo Erasmus in cui, nonostante avessi già un ruolo definito a Reggio Emilia, ho deciso di bloccarmi per dare spazio alla mia crescita personale. Fermarmi, vivere fuori dal contesto sportivo, mi ha fatto capire ancora di più quanto questa vita, in realtà, mi potesse dare. Chiaro, non vuol dire che ora, ogni giorno, vado al campo con l’energia al massimo: ognuno ha le sue giornate no… Ma apprezzo ogni allenamento in modo diverso rispetto a prima. Quest’anno è stato particolarmente intenso, ricco di stimoli e di soddisfazioni. E più si sale di livello, più capisci quanto conti il gruppo, le persone che ti circondano. Le amicizie con i compagni di squadra hanno un altro peso. Ogni settimana c’è una nuova sfida: puoi vincere, puoi perdere, ma l’adrenalina e la spinta restano. Con la Nazionale, poi, il livello si alza ancora di più. Non sai se e quando scenderai in campo, devi spingere sempre, e devi essere sempre pronto. Le vibrazioni sono speciali. E le emozioni sono ancora più forti. Penso, per esempio, al primo riscaldamento che ho fatto in maglia Azzurra… È bastato solo quello. 

Parliamo del coraggio individuale, sostanza fondamentale nel rugby, come parte integrante del gioco di squadra. È qualcosa che hai costruito o è un attributo naturale?

Aver cominciato da piccolo è stato fondamentale. Da bambino impari a cadere, ad affrontare il contatto fisico, a proteggerti in modo istintivo. È un bagaglio che ti porti dietro e impari, sempre più, a conoscere e somatizzare negli anni. Certo, poi impari anche che esistono cose fondamentali come la prevenzione, la tecnica nell’assorbire un contatto, la preparazione atletica dedicata, proprio, alla gestione dei duelli fisici... Ma esiste anche una componente genetica: ci sono fisici più predisposti di altri a reggere certi impatti. La paura, comunque, c’è sempre. Quando entri in campo, quel momento in cui tutto può succedere, la senti e la accetti... Credo sia normale, anche negli sportivi più esperti. La chiave sta nel trasformare quella paura: portarla dalla parte giusta. Farla diventare coraggio.

In parallelo al rugby, hai portato avanti il liceo classico e un percorso universitario in Economia, scelte tutt’altro che scontate. Come mai?

Quando è arrivato il momento di scegliere il liceo, non mi ero chiuso nessuna porta di default. Italiano e storia mi sono sempre piaciuti, e ho sempre letto tanto. Lo faccio ancora oggi, anche in ritiro. Non sono uno da cellulare. Da adolescente non volevo, per forza, fare il classico: poi, ho parlato con alcuni ragazzi che già lo frequentavano. Mi colpiva il modo in cui parlavano, come ragionavano. Ho capito che poteva essere la giusta strada da seguire. Non è stato semplice, soprattutto gli ultimi anni, quando il rugby era diventata una sorta di priorità. Ma rifarei esattamente la stessa scelta. Oggi studio economia, sono quasi alla fine della magistrale. Sento che è arrivato il momento di chiudere anche quel cerchio.

Il rugby oggi vive una nuova esposizione mediatica. Tu sembri fare una scelta controcorrente, lontana dai riflettori, addirittura senza social... Come vivi questa tensione tra visibilità e riservatezza?

Da ragazzino usavo i social come tutti. Poi ho visto un documentario che spiegava come quelle piattaforme siano progettate per catturare l’attenzione, per condizionare il comportamento, per risucchiarti e farti perdere ore ed ore. Mi ha colpito, mi sentii infastidito dalla cosa. Così ho disattivato tutto per un mese. Quel mese, poi, è diventato definitivo. Certo, so che un profilo social può anche essere un investimento per il mio presente e per il mio futuro... Ma devo essere sincero: al momento, sono molto contento così. Sento che le mie giornate sono più piene. Più lunghe. E più mie.

Guardando avanti: quali sono i tuoi obiettivi nel breve e nel lungo termine?

Sono totalmente concentrato sul presente. Vivo settimana per settimana, perché nel nostro sport le incognite, positive e negative, sono sempre dietro l’angolo. So che mi alleno ogni giorno dando tutto. Se arriverà un’opportunità, voglio farmi trovare pronto. Per me. Per la mia squadra. O per la maglia Azzurra. 

Credits

Giulio Bertaccini
Gianmarco Pacione