Lo spazio Vibram di Chamonix, come nucleo pulsante di passato, presente e futuro dell’universo outdoor, ancorato alle suole dall’ottagono giallo. E come punto d’incontro di differenti prospettive e influenze, intessute ad ogni latitudine. La voce di Jerome Bernard, Head of Global Tester Team Department Sport, nonché istituzione Vibram, come guida tra stanze che, affacciate sul Monte Bianco, parlano di heritage e rivoluzioni, di passione e profondo legame con UTMB. E di prossimità in costante evoluzione
Prossimità. Sia essa con atleti o territori. Con dati tecnologici e progresso. Con l’ormai leggendario UTMB. Soprattutto, con una filosofia che, sin dal proprio concepimento e dall’atto diretto di Vitale Bramani, mai è cambiata. Forse, proprio per questo, riuscendo ad anticipare i tempi.
Questo emerge dalle parole dell’Head of Global Tester Team Department Sport Vibram Jerome Bernard, circondate dalle sublimi vette che racchiudono Chamonix e che, in questa settimana, si vedono attraversate da essere umani in grado di essere straordinari. E questo svela ogni piano di Casa Vibram, in un dialogo tra ciò che è stato e ciò che sarà, ispirato dal movimento in natura. E dalla sua interpretazione più consapevole. Oltre che condivisa.
Alla sua testimonianza il ruolo d’illustrarci, metaforicamente e non, il senso d’essere di Vibram nel cuore del più rilevante evento di trail running al mondo. E dell’universo outdoor in senso allargato.




Casa Vibram si presenta, qui, come luogo fisico, ma anche come spazio narrativo e metafora della visione perseguita dal brand stesso. Ogni casa poggia su pietre angolari. Se dovessi descrivere quelle di Vibram e la loro evoluzione nel tempo, come lo faresti?
“Bisogna tornare indietro, fino alle origini. Credo che tutto poggi su un concetto piuttosto unico, che risale direttamente alla visione del nostro fondatore Vitale Bramani: essere, prima di tutto, il primo utilizzatore del prodotto che si vuole creare. È qualcosa che continuiamo a fare ancora oggi. Noi siamo i primi utenti dei nostri prodotti e, proprio per questo, sappiamo esattamente cosa dobbiamo fare e perché lo facciamo. Da qui deriva la volontà di infondere grande credibilità in tutto ciò che realizziamo. Prima di ogni altra cosa viene il prodotto: la sua performance, la sua qualità, la capacità di essere realmente all’altezza di ciò che gli utilizzatori possono aspettarsi da Vibram. È un principio che ritroviamo anche nel claim che utilizziamo oggi, ‘Confidence in Every Step’. Per me, quindi, le pietre angolari equivalgono a questa visione, alla prossimità con l’ambiente e con chi lo pratica, e all’expertise. La prossimità, in particolare, è fondamentale. È una di quelle parole che oggi vengono utilizzate e abusate continuamente, spesso senza comprenderne davvero il significato. Per noi significa essere realmente vicini agli utenti, agli ambienti che attraversano. È da questa vicinanza, insieme alla competenza maturata nel tempo, che continua ad evolversi ciò che facciamo.”
Da praticante diretto e cultore della materia trail e ultra, nonché figura di riferimento del mondo Vibram, che sensazioni ti attraversano pensando al ruolo consolidato di Official Sole Technology Supplier di UTMB e al fatto che le strade di Chamonix, così come i trail che le circondano, in questi giorni vedano nell’ottagono giallo un protagonista assoluto?
“A livello personale, la sensazione principale è quella della soddisfazione. In qualche modo, è come vedere un compito portato a termine. Oggi vediamo Vibram su oltre il 50% delle scarpe dei runner presenti durante la settimana dell’UTMB. Non è un caso. Dietro questo risultato ci sono moltissimo lavoro ed esperienza. L’intuizione iniziale fu effettivamente mia, ma l’azienda ci ha creduto: ciò che vediamo oggi è il frutto di tanti elementi che, uno dopo l’altro, si sono sommati nel tempo. Tornano alcuni concetti che citavo prima: credibilità, autenticità e prossimità all’ambiente, in questo caso quello del trail running.
Anche nella comunicazione abbiamo sempre seguito una strada coerente con questi principi. Se si osserva ciò che accade qui a Chamonix, Vibram è presente un po’ ovunque, ma in maniera discreta. Bisogna alzare gli occhi, guardarsi intorno: allora ci si accorge che Vibram c’è. Non abbiamo mai cercato qualcosa di eccessivamente eclatante. Questo atteggiamento corrisponde al nostro DNA. Veniamo dalla montagna, da un ambiente difficile e complesso, dove si soffre, si suda e bisogna fare fatica. Vibram ha raggiunto questa posizione nel mondo del trail anche perché ha seguito lo stesso approccio: dare molto, senza cercare di essere eccessivamente appariscente, costruendo nel tempo, elemento dopo elemento, il proprio rapporto con il consumatore. Alla fine, ciò che vogliamo è proprio questo: farci amare da chi utilizza i nostri prodotti.”



Da Casa Vibram stanno passando moltissimi atleti che rappresentano Vibram all’UTMB, suddivisi nelle diverse gare. Dato il tuo contatto diretto con loro, puoi raccontarci cosa si attende il brand dalla loro partecipazione ad eventi come questo? E, più in generale, cosa ricerca nei propri atleti, Vibram?
“La prima cosa che chiediamo ai nostri atleti sono feedback sui prodotti: vogliamo capire sempre meglio cosa succede sul terreno e come si comportano le nostre tecnologie nelle condizioni reali di utilizzo. Ma c’è una dimensione ancora più profonda, che risale alla nascita stessa del Team Vibram, che ho creato nel 2010, in un momento importante della crescita del brand nel mondo del trail. L’idea nasceva dalla volontà di non perdere quella prossimità con l’ambiente e con i runner di cui parlavo prima. Per questo il team doveva rappresentare il popolo del trail running, non semplicemente i top runner che stanno davanti. Abbiamo la fortuna di essere un brand che non deve necessariamente vincere le gare. Altri marchi, attraverso i propri team, hanno l’esigenza di dimostrare di essere i migliori, i più forti, di battere gli altri. Noi non dobbiamo battere nessuno: dobbiamo essere accanto a chi corre in montagna quando ha realmente bisogno di noi. È in quel momento che Vibram emerge e, in un certo senso, vince.
Il team è nato seguendo questa filosofia. Per molti anni abbiamo mantenuto anche una parità tra uomini e donne, un aspetto per noi molto importante già allora. Nel 2018, se ricordo bene, abbiamo realizzato anche un documentario ad hoc, cercando di stimolare una riflessione e, allo stesso tempo, di incoraggiare più donne ad avvicinarsi a questo mondo. All’epoca erano ancora molto poche; oggi sono molte di più, anche se resta ancora molto da fare. Alla base del team c’era un claim molto preciso: ‘Ordinary People Being Extraordinary’. Per me raccontava perfettamente ciò che vedevo alle partenze di gare come UTMB. Guardavo persone diversissime tra loro: atleti estremamente preparati e persone comuni pronte ad affrontare qualcosa di straordinario. È proprio questa la prossimità con la gente che abbiamo voluto coltivare. Anche per questo molti dei nostri atleti rimangono con Vibram a lungo: non vivono sotto la pressione assoluta del risultato. Se un atleta non vince una gara, non viene escluso dal team. Al contrario, spesso il messaggio dell’azienda è: parti tranquillo, segui il tuo ritmo, divertiti.
Ci sono cose più importanti del risultato. Prossimità, per l’appunto, empatia, simpatia, accessibilità: sono valori che abbiamo sempre cercato di coltivare attraverso il team, in qualsiasi circostanza. Questo approccio ha finito per intrecciarsi anche con la nostra partnership con UTMB. Negli anni ci siamo influenzati reciprocamente, al punto che ‘Extraordinary’ è diventata una parola profondamente legata anche al loro immaginario, come cita il claim ‘Meet Your Extraordinary’. Del resto, chiunque si presenti alla partenza di una di queste gare, così come della Lavaredo o di altre prove simili, incarna perfettamente quell’idea: una persona ordinaria capace di affrontare qualcosa di straordinario.”


A questo proposito, il tuo focus principale nel corso attuale del brand è legato alla dimensione di testing e, è innegabile, queste montagne rappresentano il terreno tecnico per eccellenza dell’universo trail. Quanto incide il testing nella filosofia Vibram di oggi?
“Quest’anno celebro il trentesimo anno in azienda: sono entrato in Vibram nel luglio del 1996. Una delle prime cose importanti che feci, comprendendo abbastanza rapidamente la visione di Marco Bramani, fu creare nel 1999 il Vibram Tester Team. Esisteva già qualcuno che testava i prodotti, ma percepivo la necessità di strutturare questa attività. Del resto, significava tornare alle origini stesse di Vibram: Vitale Bramani era il primo a testare ciò che realizzava, a provarlo, migliorarlo e affidarlo agli amici perché lo mettessero alla prova. Questo approccio è sempre rimasto nel DNA dell’azienda, anche se all’epoca non veniva ancora coltivato in maniera sistematica. I tempi e la competizione, nel frattempo, sono cambiati: oggi bisogna essere in grado di dimostrare che ciò che si realizza funziona davvero. Nei suoi primi step, il Tester Team è cresciuto rapidamente, arrivando a una trentina di persone impegnate in discipline diverse, inizialmente soprattutto in ambiente montano. Poi, negli anni, questa dimensione si è sviluppata ulteriormente, fino alla decisione recente di reinvestire in maniera importante nel testing e creare un dipartimento globale, il Global Tester Team. Oggi il suo compito va oltre il semplice test dei prodotti: sta, soprattutto, nel cercare input capaci di alimentare l’innovazione di domani.
‘Innovazione’ è una parola che sentiamo mille volte al giorno e che, probabilmente, novecentonovantanove volte potremmo evitare. L’innovazione autentica è rara. Nel percorso compiuto da Vibram nel trail, però, la nostra esperienza diretta e la prossimità con chi vive questi ambienti ci hanno permesso di individuare alcuni problemi concreti da risolvere. Il primo riguardava il grip. In montagna, e soprattutto sulle lunghe distanze, il meteo può cambiare rapidamente e il terreno bagnato rappresentava un problema fondamentale, anche in termini di sicurezza. Abbiamo lavorato su ciò che sapevamo fare meglio, arrivando a sviluppare quello che considero il primo vero game changer: Vibram Megagrip. Oggi esiste anche Vibram Megagrip Elite, ma appartiene alla stessa grande evoluzione tecnologica, nata dalla necessità di garantire un livello di aderenza sul bagnato sul quale chi corre potesse realmente fare affidamento.
Il secondo passaggio è stato ancora più complesso. Il grip sapevamo farlo, e avevamo imparato a farlo molto bene anche per il trail. Ma Vibram proveniva da discipline e prodotti nei quali il peso veniva affrontato diversamente, rispetto all’universo trail running. Se volevamo diventare realmente rivoluzionari in questa dimensione, dopo il grip dovevamo risolvere un’altra questione fondamentale: la leggerezza. Qui parliamo di un’attività dinamica, di correre, e di correre in montagna. Senza diventare più leggeri, Megagrip da solo non sarebbe bastato. Da questa ricerca è nata Vibram Litebase. In azienda esistevano già da tempo sperimentazioni che combinavano gomma e tessuto, un’intuizione sulla quale Marco Bramani aveva lavorato attraverso numerose prove e prototipi. A un certo punto abbiamo compreso che proprio quella strada avrebbe potuto produrre un cambiamento radicale e abbiamo spinto fortemente sullo sviluppo di questa tecnologia. L’obiettivo, però, non era realizzare semplicemente qualcosa di leggero. Volevamo leggerezza senza compromessi. L’asticella era molto alta: è relativamente facile ridurre il peso di un prodotto; molto più difficile farlo preservandone integralmente le prestazioni. Con Litebase siamo riusciti a ridurre il peso della suola di circa il 30% senza sacrificare grip, trazione, durabilità o flessibilità. Per me è stato qualcosa di straordinario dal punto di vista industriale.
Naturalmente è servito tempo perché anche i brand comprendessero pienamente il valore di questa innovazione. Non si trattava semplicemente di valutare il prezzo di una suola più leggera, ma di comprendere ciò che quella tecnologia avrebbe portato al prodotto, al consumatore e al posizionamento stesso del brand. Ed è qui che torniamo ancora una volta ai tester. Puoi avere il progetto, la tecnologia e tutto ciò che serve per sviluppare un prodotto, ma alla fine è chi lo utilizza a darti la risposta decisiva. Se il consumatore ti dice: “Voglio questa tecnologia, perché con questa la scarpa è eccezionale”, allora hai la conferma che tutto il lavoro ha raggiunto il proprio obiettivo.”


In che modi e forme continua a progredire questa dimensione interna, al fine di raggiungere continui miglioramenti nella performance, specie in occasione di eventi come UTMB?
“Abbiamo cercato, soprattutto, di strutturare l’intera attività di testing all’interno dell’azienda. All’inizio, come dicevo, avevamo uno o due ragazzi che effettuavano test sul campo e ci restituivano feedback inevitabilmente poco sistematici. Abbiamo iniziato a chiederci come costruire un impianto di testing che fosse realmente all’altezza di Vibram. Il primo passo è stato, per l’appunto, creare un Test Center interno, continuando poi a coinvolgere i tester, affiancandoli a device capaci di restituirci dati parametrati e quindi confrontabili: mi riferisco a test fisico-scientifici di laboratorio, condotti attraverso macchinari specifici, standard e normative. Parallelamente, abbiamo anche avuto modo di sviluppare strumenti che ci permettono di dimostrare direttamente, durante gli eventi, i benefici effettivi di un prodotto.
Nel tempo, ci siamo resi conto di avere costruito un vero ecosistema del testing, articolato su tre livelli: il field testing, il Test Center interno e il lab testing. Utilizzandoli insieme, secondo le caratteristiche di ogni prodotto, possiamo ricavarne una fotografia estremamente precisa e confrontarne le prestazioni anche con ciò che offre il mercato. Nel nostro settore, questa capacità ci permette di comprendere molto bene di cosa sia realmente fatto il mercato: di cose vere, ma anche di molte promesse difficili da dimostrare. Questo dato diventa particolarmente importante quando si parla di montagna. Se compri una scarpa per passeggiare o fare shopping, determinate differenze possono avere conseguenze relative. Ma quando quella stessa scarpa viene utilizzata per affrontare il giro del Monte Bianco, dove puoi incontrare trenta gradi alla partenza e poi freddo, pioggia e vento in quota, arriva il momento in cui il prodotto deve realmente essere al tuo fianco e contribuire a riportarti a casa.
È una questione alla quale tengo particolarmente. Nella comunicazione possiamo rendere le cose attraenti, ma alla base deve esserci sempre verità. Lo dobbiamo al consumatore finale, così come un media lo deve a chi lo legge. Tutto dev’essere imperniato su sincerità, autenticità e credibilità. Per alcuni anni uno dei claim di Vibram è stato ‘Tested Where It Matters’, proprio a testimonianza della centralità di quest’approccio. Oggi continuiamo a investire fortemente nel testing su scala globale e stiamo sviluppando altri centri. L’obiettivo è adottare gli stessi protocolli, macchinari, device e metodologie nei diversi luoghi in cui le calzature vengono sviluppate o prodotte, adattando naturalmente i test alle esigenze locali e alle diverse discipline. Vogliamo continuare a testare tutto, raccogliendo feedback e input in maniera sistematica. La finalità è garantire che ogni prodotto immesso sul mercato sia all’altezza e funzioni realmente. Ma c’è anche un obiettivo ulteriore: fare in modo che da questo enorme patrimonio di test emergano le linee guida per l’innovazione di domani. È la parte più affascinante. Ed è anche la più complessa.”


La presenza Vibram a Chamonix si estende anche oltre la sua Casa, con il Vibram Innovation Mobile Lab e il Vibram Airstream, all’interno dell’Ultra-Trail Village. Il presente, in questi spazi, dialoga continuamente con il passato (saperi, artigianalità, heritage) e il futuro (innovazione tecnologica, sostenibilità, garantita per esempio dal processo di risuolatura)… Qual è il segreto per trovare il giusto punto d’equilibrio tra questi vari livelli temporali e strutturali che scandiscono la visione del brand?
“Prima di tutto, ancora una volta, è una questione di atteggiamento. Noi non siamo qui per mettere Vibram sotto i riflettori in ogni angolo della montagna. Vogliamo rimanere vicini a chi la pratica e a chi vive questo ambiente, ascoltare molto, osservare e continuare ad avanzare in questa direzione. Oggi, però, abbiamo davanti una sfida enorme, che riguarda l’intero ecosistema outdoor: la sostenibilità. Siamo diventati tantissimi. Parlo delle aziende, ma anche delle organizzazioni, delle istituzioni e, naturalmente, delle persone. Abbiamo lavorato talmente bene che il trail è diventato uno sport di massa, e credo che questa crescita sia tutt’altro che conclusa. La massificazione porta inevitabilmente con sé una serie di problemi e, contemporaneamente, si intreccia con profonde trasformazioni della società e dei mezzi di comunicazione, in particolare dei social media. Il risultato è che una parte delle persone che oggi si avvicina a questi eventi assume comportamenti non sempre adeguati all’ambiente nel quale si trova, perché arriva influenzata da logiche differenti.
Abbiamo creato qualcosa di gigantesco e di molto bello, ma dobbiamo fare attenzione affinché questa crescita non finisca per trasformarlo in qualcosa che non vogliamo. Per me è un tema particolarmente importante. Mi sono divertito moltissimo, ho lavorato tantissimo in e per questo mondo e posso dire che, probabilmente, sia stato il progetto… la missione della mia vita. Proprio per questo, da alcuni anni guardo con crescente preoccupazione alla direzione che sta prendendo. Anche qui a Chamonix il tema è ormai molto concreto. Ci saranno dei cambiamenti e probabilmente anche un ridimensionamento sotto alcuni aspetti. Dovremo metterci tutti al lavoro per comprendere quale sia il nostro livello di responsabilità e come possiamo agire affinché ciò che abbiamo costruito rimanga altrettanto bello, diventando però più responsabile. E dobbiamo aiutare anche le persone ad assumere maggiore consapevolezza rispetto ai propri comportamenti.
Questa situazione può apparire come una minaccia, ma può diventare ancora una volta un’opportunità. In vent’anni, UTMB è diventato una sorta di osservatorio capace di anticipare il futuro: ciò che accade a Chamonix tende poi a manifestarsi, più tardi, in altri luoghi. Credo che proprio da qui possa partire una riflessione profonda su ciò che bisogna fare. Le soluzioni sviluppate a Chamonix potranno diventare utili altrove. Dall’altra parte, non possiamo dire alle persone di non venire a Chamonix a vedere il Monte Bianco. Chi avrebbe il diritto di farlo? Sono luoghi straordinari ed è naturale che le persone desiderino viverli. Il punto è trovare il modo di farlo in maniera più sostenibile. Ne parlavo proprio ieri con Kílian Jornet. Mi raccontava di un bellissimo lago qui sopra: basta che qualcuno lo mostri sui social e il giorno successivo il rischio è che arrivino centinaia di persone. Sono tanti piccoli episodi di questo tipo che, sommati, oggi ci dicono che abbiamo raggiunto un limite. E sono fenomeni che dobbiamo iniziare a governare diversamente. La vera sfida, adesso, è preservare tutto ciò che rende questo mondo così bello, imparando allo stesso tempo a viverlo con maggiore responsabilità.”









