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Insieme a Nike Vision abbiamo ritratto la Venicemarathon, e la corsa tutta, filtrata dallo sguardo di Nicolò Petrin: fornaio veneziano che nel movimento su lunghe distanze sta trovando il punto d’arrivo del proprio, passionale, percorso sportivo

La Venicemarathon è una competizione singolare, definita nella semplice immagine del running a contatto con la città Regina dell’Adriatico: sospesa tra cielo e mare, in uno spazio lagunare che tutto mostra, altrettanto tiene per sé. Una manifestazione tanto atipica, quanto suggestiva, come il ponte di barche che introduce la conclusione dei suoi 42 chilometri, posto sulla Riva dei Sette Martiri; come la biografia sportiva di un figliol prodigo di questa zona d’Italia, nonché del suo movimento podistico, Nicolò Petrin. 

Fornaio e runner. In quest’ordine. Amatore ma professionale, per approccio e risultati. Tra calli e canali, abbiamo avuto modo di esplorare la sua storia podistica associandola ad un nuovo, ennesimo capitolo ispirato da una personalissima ricerca della fatica. Da una passione derivante da tradizioni e ricordi familiari. Dalla naturale volontà di associare lunghi turni notturni, fatti di attenzione e precisione, ad allenamenti e gare gestite con altrettanta cura dei dettagli. 

Insieme a Nike Vision abbiamo raccolto le sue visioni, per l’appunto, ispirate dalla Venicemarathon e dalla sua venezianità, trasformandole, poi, in riflessioni più ampie, dedicate ad una disciplina che nulla lascia al caso: riflettendosi, di fatto, nelle matrici filosofiche alla base della panificazione stessa. Allo stesso tempo, abbiamo avuto la possibilità di esplorare altre matrici filosofiche, quelle alla base del corso contemporaneo Nike Vision, illustrate dall'Head of Brand Comms Marco Frani.

Nicolò Petrin for Nike Vision
Nicolò Petrin for Nike Vision
Nicolò Petrin for Nike Vision

Karate, calcio, ciclismo, running… Lo sport accompagna la tua vita fin dall’infanzia attraverso discipline molto diverse. Ripensando a questo percorso, cosa credi ti abbia spinto verso il movimento e la competizione?

“Lo sport e il movimento mi accompagnano da sempre. Rappresentano la mia più grande passione. Fortunatamente, una passione che oggi condivido con la mia compagna. Ci ritagliamo quotidianamente degli spazi da dedicare all’attività fisica, senza viverli come una rinuncia o un sacrificio. È semplicemente qualcosa che ci piace, che ci fa stare bene. Dopo gli allenamenti, riusciamo ad affrontare la vita in maniera più rilassata, ad avere l’energia necessaria per sostenere gli impegni lavorativi... Credo che la mia sia una passione innata per la fatica, un richiamo, che sento dentro di me. Naturalmente, la fatica esiste ed è reale, specie quando la senti per davvero, ma quando viene sostenuta da una passione così forte finisce per pesare pochissimo. Nel tempo, la competizione ha rappresentato uno stimolo ulteriore. Continua a farlo. Ti permette di migliorare, di rimanere concentrato, di avere sempre un obiettivo verso cui tendere. Da bambino, guardavo gli sportivi come fossero dei supereroi. In televisione c’erano Batman e Superman, a seguire Schumacher o Del Piero. Erano figure in cui m’immedesimavo. Fortunatamente, anche mio padre ha sempre praticato sport e, nel suo piccolo, ha ottenuto bei risultati podistici. Ricordo che salivo sui podi insieme a lui… Ho ancora una fotografia in cui sono piccolissimo, con una sua coppa tra le mani. Quelli legati alla pratica sportiva sono ricordi molto belli, emozioni molto belle, che mi accompagnano praticamente dalla primissima infanzia e che porto dentro di me con enorme affetto”

 

Quanto pensi sia servito l’aver attinto da tante discipline differenti per raggiungere il grado di completezza atletica che possiedi oggi? Percepisci qualche differenza rispetto a runner che non hanno avuto un passato sportivo altrettanto eterogeneo?

“Credo mi sia servito moltissimo, perché ogni sport è in grado di insegnarti qualcosa di differente. Karate, calcio, ciclismo… I tre sport che ho più praticato prima del running mi hanno lasciato, rispettivamente, grandissimi insegnamenti tecnici e non. Quando tutte queste esperienze si sommano, contribuiscono a costruire anche un tipo di mentalità che, poi, porti con te per il resto della vita, sia in ambito sportivo, che nella quotidianità. Credo che questo tipo di contaminazione sportiva possa offrire una prospettiva più ampia rispetto a quella che possono maturare coloro che praticano un’unica disciplina per tutta la vita. Attraverso il ciclismo, per esempio, ho compreso per bene le sfumature dell’endurance, e quest’educazione è probabilmente ciò che mi ha portato, in un secondo momento, verso le distanze lunghe nella corsa. Ho scoperto che su quel tipo di sforzo riesco ad essere competitivo. Più in generale, naturalmente non possiedo, per esempio, la flessibilità che potrebbe avere chi proviene dalla ginnastica. Rimangono, però, la coordinazione del gesto che ho sviluppato attraverso karate e calcio, così come tutta una serie di qualità intangibili che sento di essermi portato dietro nel tempo, specie legate al ciclismo. Ciclismo e corsa sono due sport completamente differenti, quindi è complesso metterli realmente a confronto. Tuttavia, la costruzione del corpo derivante da anni di ciclismo è stata molto importante per approcciare al meglio il running. E lo stesso vale, forse ancora in modo più determinante, per la componente mentale”

 

Come hai già detto, il tuo avvicinamento alla corsa è avvenuto all’interno di una profonda tradizione familiare e, nello specifico, attraverso delle uscite condivise con tuo padre. Cos’ha rappresentato e cosa rappresenta questa disciplina all’interno del tuo percorso umano?

“Come dicevo, il ciclismo è stato l’ultimo sport che ho praticato, anche a buon livello, prima di dedicarmi interamente alla corsa. Quel cambiamento è stato dovuto, soprattutto, al fattore tempo. Lavoro e ciclismo, ad un certo punto, non sono più riusciti a convivere. Per essere realmente competitivi, nel ciclismo servono moltissime ore di allenamento. Con il running, invece, anche un’ora al giorno può rappresentare una buona base di partenza. Da una parte, quindi, la scelta è nata da questa necessità. Dall’altra, mio padre ha corso molto e l’ho seguito parecchio. Ho sempre osservato il running come uno sport straordinario. E ho sempre corso durante il periodo invernale, come allenamento alternativo al ciclismo. Senza la decisione di lasciare le due ruote per diventare un fornaio, probabilmente starei ancora pedalando. Ma l’inizio del lavoro in panificio mi ha portato a fare la scelta che ritenevo più ‘sensata’. Come dicevo, a questo si aggiunge un senso di profonda passione per la corsa, che deriva senza dubbio da mio padre. Ha sempre praticato questa disciplina, seppur a livello amatoriale. Quindi, portare avanti una tradizione di famiglia è molto bello. Da piccolino infilavo i piedi nelle sue scarpe da corsa, indossavo le maglie lunghe da ciclismo, i suoi cappellini... Anche mio nonno è sempre stato un grande appassionato di sport. In famiglia tutti abbiamo avuto, in modalità più o meno agonistiche, una vita legata all’attività fisica. Tutti facciamo sport, anche semplicemente attraverso la classica camminata. Mia zia, per esempio, è stata campionessa italiana di salto in alto. Adesso la mia compagna è in dolce attesa, ovviamente speriamo che anche la prossima generazione sia caratterizzata da questo tipo di passione”

Nicolò Petrin for Nike Vision
Nicolò Petrin for Nike Vision
Nicolò Petrin for Nike Vision

La tua quotidianità è piuttosto distante dall’immaginario tradizionale dell’atleta. Le giornate iniziano alle tre del mattino, nel forno dove lavori, per poi proseguire con riposo e allenamenti. Come sei riuscito a costruire un equilibrio tra queste dimensioni?

“I sacrifici, quelli veri, penso siano altri. Personalmente, non sento di averne fatti molti nella vita. Naturalmente la precedenza viene data al lavoro, perché non sono un atleta professionista: sono un amatore. Non ho particolari vizi, anzi, in realtà non ne ho. La mia routine comincia molto presto. Dopo il lavoro, torno a casa verso l’ora di pranzo, mangio, dormo un paio d’ore e sono pronto per uscire ad allenarmi. Poi, trascorro la sera in famiglia. Tutto qui, questa è la mia vita. Ovvio, mi concedo anche degli svaghi, come qualche uscita serale durante il fine settimana... Da giovane, qualche follia l’ho fatta anch’io, ma oggi tutto ruota intorno a questo equilibrio. L’unico aspetto di cui mi dispiaccio è il fatto di non poter prendere parte a tante maratone all’estero, proprio a causa del lavoro. Il fine settimana è molto impegnativo per chi lavora in un forno. Da questo punto di vista, sono inevitabilmente vincolato, ma in futuro vedremo…”

 

Cosa ti permette, nonostante la tua condizione ibrida di lavoratore-runner, di competere comunque con persone che dedicano molto più tempo alla corsa, vivendola come professione unica, o quasi?

“Sicuramente esiste una piccola componente innata di talento. Poi, cerco di allenarmi per bene almeno sei volte alla settimana… Il sabato mi concedo di riposare e di trascorrere la giornata con la mia compagna, ma il resto dei giorni prevede comunque un impegno vero, stabile. Credo che, in verità, all’inizio del mio percorso nel running mi abbia insegnato moltissimo il perdere. Ho commesso molti errori, sia tattici che tecnici. Oggi utilizzo molto più la testa. Il ritmo nella corsa è fondamentale, naturalmente, ma in tantissime situazioni devi anche saper dosare le energie. Cerco di analizzare ogni gara sotto tutti i punti di vista. Mi piace individuare tanti piccoli, nuovi dettagli che posso migliorare. Ascolto molto anche i consigli della mia compagna, che è nutrizionista. Insieme cerchiamo d’individuare le soluzioni migliori, di sperimentare sempre qualcosa di nuovo. Cerco anche di rimanere aggiornato dal punto di vista tecnologico, sia per quanto riguarda le scarpe, che per l’abbigliamento e gli accessori. In generale, provo a non lasciare nulla al caso.”

 

Fare il fornaio e correre a livello agonistico sono due attività che richiedono una relazione particolare con il tempo, con la ripetizione dei gesti, con la disciplina... Hai mai riconosciuto delle affinità tra questi due mondi?

“Il punto di contatto principale sta nel non lasciare nulla al caso. Se uno più uno fa due, quello è il risultato e quella è la strada che devi seguire. Non posso decidere una sera di saltare un allenamento, per poi sperare che la gara vada comunque bene. Naturalmente, nella corsa il risultato è meno controllabile, perché il corpo a volte può fare i capricci. La grande similitudine, però, sta nella dedizione quotidiana. Devi essere sempre concentrato. In panetteria basta distrarsi per un secondo e sbagliare la dose di lievito per compromettere tutto. Lo stesso vale, per esempio, nei momenti finali di una gara, dove devi prestare attenzione ad ogni cosa. È una forma mentis comune. Se dovessi ipotizzare la ricetta perfetta per una bella performance? Direi che la passione rappresenta il settanta per cento. Perché, se manca la voglia di uscire ad allenarti e migliorarti, puoi possedere tutto il talento che vuoi, ma non basta. Poi viene il talento, per l’appunto. Perché vedo atleti professionisti capaci, apparentemente, di compiere metà dello sforzo in allenamento e, poi, di esprimersi in gara con una naturalezza impressionante. Più il gesto appare facile, più comprendi di trovarti davanti ad un talento cristallino. Sullo stesso piano, infine, metterei ovviamente l’allenamento stesso”

Nicolò Petrin for Nike Vision
Nicolò Petrin for Nike Vision
Nicolò Petrin for Nike Vision
Nicolò Petrin for Nike Vision

Venezia è una città che il mondo intero osserva e attraversa. Tu hai imparato a conoscerla in modo atipico, correndo. Il running come ha trasformato la tua percezione della città?

“A Venezia puoi tornare migliaia di volte e scoprire ogni giorno una nuova sfumatura. È una città talmente affascinante che ogni angolo, ogni scorcio, può raccontare qualcosa. Viverla con la corsa, per esempio attraverso la Venicemarathon o la Venice Night Trail (di cui Nicolò è pluricampione ndr), è qualcosa di veramente magico. Quando sei piccolo, impari ad esplorarla con le gite: le visite ai musei, le tappe nei luoghi più conosciuti... Da adulto, inizi a guardarla in maniera differente. Di notte, poi, ti rendi realmente conto della sua magia. La luce cambia, ci sono meno turisti e riesci a trovare un’intimità unica, attraversando anche momenti di completo silenzio. È emozionante. Magari c’è anche un po’ di nebbia, e allora diventa qualcosa di straordinario. Attraversi Piazza San Marco, così monumentale e illuminata… Pochi passi e ti ritrovi in una calle completamente vuota: spettacolare. Sicuramente correre a Venezia è un privilegio, qualcosa che non puoi vivere tutti i giorni, ma che puoi provare pienamente quando ci sono gare come la Venicemarathon. Ovvio, mi farebbe piacere correre da solo a Venezia durante tutto l’anno, ma con il turismo e la quantità di persone presenti risulta molto, molto difficile. A volte è complicato persino camminare. Avere l’opportunità di attraversarla, correndo liberamente all’interno di un evento sportivo, è veramente qualcosa di unico”

 

Quando corri, soprattutto sulle lunghe distanze come per la Venicemarathon, cosa cercano e osservano i tuoi occhi? E, nel momento in cui la fatica prende il sopravvento, come cambia il modo in cui guardi ciò che ti circonda?

“Nel caso della Venicemarathon, la partenza è, praticamente, dalle strade di casa mia. All’inizio, cerco soprattutto di distrarre la mente, di rimanere rilassato e tranquillo. I primi chilometri, quindi, sono relativamente facili, anche perché mi lascio trasportare dal sostegno dal pubblico. Attraversiamo paesi e frazioni in cui ho molti amici, vengono a vedermi e sostenermi. Cerco di divertirmi, magari intercettando i loro sguardi. Dal ventunesimo chilometro in avanti, invece, devi iniziare a fare una sorta di check generale della situazione. Capire come stai, quanto puoi ancora permetterti di rilassarti, almeno fino al trentesimo chilometro: punto in cui il corpo, generalmente, ti presenta il conto. Da lì in poi, devi ingannare la mente. Pensare al fatto che i chilometri rimanenti equivalgono, in pratica, al solito giro che fai intorno a casa. Cerchi di distrarti il più possibile attraverso piccoli stratagemmi. Avere qualcuno accanto ti alleggerisce. Hai la possibilità di perderti in ciò che ti circonda, prendere un gel, bere, staccare per qualche istante senza sentire continuamente la pressione del cronometro…”

 

Negli ultimissimi chilometri, invece, quando subentra la vera tunnel vision figlia della fatica, riesci ancora ad osservare ciò che accade intorno a te?

“Certo. Va detto, però, che poi faccio fatica a ricordare tutto. A volte amici o conoscenti mi chiedono: ‘Mi hai visto in Piazza San Marco?’. Rispondo di sì, può essere sia stato così, ma è come se quell’informazione non fosse più in mio possesso. Sono così concentrato sul percorso che, in un certo senso, vedo tutto: le persone, la strada, ciò che ho intorno… Ma, alla fine, non rimane un ricordo chiaro di ogni elemento. Forse è l’adrenalina, ma ho la sensazione di correre dentro un mondo rarefatto. Allo stesso tempo, sono perfettamente cosciente di ciò che devo fare. So, per esempio, che sta arrivando un ponte, quindi rallento leggermente, aumento la frequenza dei passi, ne riduco l’ampiezza... Anche per questi passaggi, in fondo, esistono strategie molto precise”

Nicolò Petrin for Nike Vision
Nicolò Petrin for Nike Vision

Se dovessi raccontare la tua esperienza odierna attraverso delle immagini/delle diapositive, quali sarebbero? 

“Una delle immagini che porterò con me di questa giornata è sicuramente l’enorme folla che ha accompagnato la maratona. Un’edizione da record, con una partecipazione straordinaria e un’infinità di persone lungo le strade, fin dalla partenza. Un’altra immagine che conserverò è quella del pubblico distribuito lungo tutto il percorso, delle persone che ci incitavano e applaudivano al nostro passaggio. Poi c'è il Ponte della Libertà, che conserva sempre qualcosa di magico. È un passaggio impegnativo, perché arriva intorno al trentesimo chilometro, quando la fatica comincia a farsi sentire. Chi corre nelle retrovie ha maggiori possibilità di affrontarlo in compagnia, mentre nelle prime posizioni gli atleti sono spesso molto distanziati tra loro. Ti ritrovi ad attraversarlo in una sorta di completa solitudine, appena prima di entrare a Venezia. Subito dopo, le persone tornano ad affollare i bordi della strada, ti incoraggiano e senti le gambe riempirsi di nuova energia. Da quel momento fino al traguardo è uno spettacolo continuo”

 

Ponendo il focus sul dato tecnico-strategico, in cosa differisce correre una maratona a Venezia rispetto al correrla in qualsiasi altra parte del mondo?

“A Venezia, in un certo senso, la vera gara comincia nel momento in cui entri in città. Fino a quel punto è una corsa bella, ma nel complesso convenzionale. La situazione muta sul Ponte della Libertà, che molti chiamano ‘calvario’, perché spesso ci arrivano dopo aver già consumato gran parte delle energie. In più, se trovi vento contrario, la situazione può diventare particolarmente fastidiosa. Superato quello, iniziano gli altri ponti e devi prestare molta più attenzione. Devi capire quando forzare il passo, quando alleggerirlo, quando lasciarti andare leggermente in discesa, evitando d’irrigidirti. È importante visualizzare preventivamente l’intero percorso, immaginare come affrontarlo, scegliere ogni linea…”

 

Da un lato, hai menzionato la tua attenzione all’abbigliamento, riflessa anche in accessori come gli occhiali, dall’altro hai evidenziato le incognite che solo un tracciato come quello veneziano sa dare, vedi il vento… Quanta attenzione poni su questi binari paralleli ma, allo stesso tempo, coincidenti?

“Venendo dal ciclismo, sono abituato a considerare gli occhiali una parte integrante dell’attrezzatura. Non è un caso che nel cycling e nel running la quasi totalità degli atleti usi gli occhiali... Inoltre, porto le lenti a contatto, quindi sono molto sensibile sia al vento, che alla luce del sole. Gli occhiali sono d’obbligo in ogni mio allenamento e gara. In un tracciato come quello veneziano assumono, se possibile, ancora maggiore importanza. Come dicevo, esiste un’esposizione al vento molto particolare rispetto a tante altre gare che ho corso. Inoltre, luce e riflessi mutano continuamente, di canale in canale. Aggiungo anche una riflessione che ho maturato nell’ultimo periodo, relativa al fatto che avere i giusti occhiali aiuti a mantenere il volto e, soprattutto, gli occhi più rilassati. Può sembrare qualcosa di secondario, da molti sottovalutato, ma sulle lunghe distanze può contribuire al benessere complessivo del corpo. Aver avuto la possibilità d'indossare occhiali Nike Vision durante tutta la Venicemarathon mi ha permesso di correre senza riscontrare alcun problema. Le lenti si sono comportate perfettamente, soprattutto considerando che il cielo è rimasto nuvoloso per gran parte della gara. Si sono adattate molto bene alle condizioni di luce. Al traguardo, diverse persone si sono avvicinate per chiedermi informazioni sugli occhiali. Avevano visto le fotografie che avevo pubblicato e volevano osservarli da vicino, sapere dove potessero trovarli... È bello vedere nascere un interesse così spontaneo e spero che possa continuare a crescere”

Nicolò Petrin for Nike Vision

In questa Venicemarathon hai rappresentato, per la prima volta, una squadra locale. Che sensazioni ti attraversano, pensandoci? E come ti sei avvicinato alla gara stessa?

“Dal punto di vista della prestazione, mi sono avvicinato alla gara con molta serenità, perché sentivo di essermi allenato bene. Gli obiettivi cronometrici che mi sono posto, nel corso degli anni, sono già stati raggiunti. Quindi, non sentivo la pressione di dover necessariamente inseguire un risultato. Anche perché, in fondo, ho sempre ben chiaro di essere un atleta amatore e di rimanere tale. Sapevo di aver fatto bene i miei compiti, di essermi preparato nel modo giusto, e questo mi ha permesso di arrivare alla partenza rilassato e tranquillo. Il rapporto con il Venicemarathon Running Team ha aggiunto una componente completamente diversa al mio modo di vivere una corsa. Quest’anno ho avuto modo di conoscere davvero la squadra, di frequentare le persone che ne fanno parte, scoprendo un gruppo straordinario. Più che una squadra, è una vera famiglia, un gruppo di amici con cui si è creato un rapporto molto bello. Quando ci incontriamo alle varie competizioni, ogni tanto mi chiedono qualche consiglio e io cerco sempre, molto volentieri, di mettere a disposizione ciò che ho imparato attraverso la mia esperienza. Correre questa Venicemarathon insieme a loro è stata davvero una bella emozione.”

 

Hai condiviso il fatto che il risultato o il cronometro non fossero tuoi obiettivi primari. Dopo aver superato il traguardo e completato questi 42km, cosa senti di aver raggiunto e conquistato in questa Venicemarathon?

“Dal punto di vista agonistico, la gara è andata bene fino al venticinquesimo chilometro, quando ho accusato un problema muscolare e sono stato costretto a rallentare notevolmente il ritmo. Le gambe si erano completamente irrigidite. Non so se sia stato un errore, ma ho utilizzato delle scarpe nuove, acquistate soltanto il venerdì precedente. Purtroppo, non ho potuto fare altrimenti. Non voglio attribuire tutta la responsabilità a questo episodio, ma credo abbia inciso parecchio sulla mia prestazione. Il tempo finale, quindi, è stato molto diverso da quello che mi aspettavo. Dopo il trentesimo chilometro, ho deciso di mettere da parte qualsiasi idea di risultato, godendomi la maratona in ogni suo aspetto. Anche attraverso la fatica più autentica, quella delle gambe che non rispondono più come vorresti, ma che devi comunque riuscire a portare fino al traguardo. Ritirarmi, oggi, era assolutamente fuori discussione. Volevo arrivare fino in fondo per la squadra, per tutte le persone che erano venute a sostenermi, per la mia famiglia e per la mia compagna. Quello è diventato il mio obiettivo principale. Entrare a Venezia e trovare ancora così tante persone ad aspettarmi, a prescindere dal tempo e dal risultato, sentire il loro tifo, è stato qualcosa di profondamente emozionante… In generale, non posso rimproverarmi nulla. Succede anche ai pro di avere giornate storte, ma ho il cuore in pace e lo sguardo già indirizzato verso nuove avventure”

Marco Frani – Head of Brand Comms Nike Vision

 

Partiamo da un concetto insito nel vostro stesso brand. Quello della visione. Oggi quali sono i capisaldi della visione Nike Vision? Che tipo di ruolo pratico e potenzialità estetiche/di design vede nell’occhiale?

“Il punto di partenza è lo sport: capire di cosa ha bisogno una persona quando si muove e come l’occhiale possa accompagnarla. Chiarezza visiva, comfort e stabilità orientano il prodotto. Il design dà a queste esigenze una forma e un’identità. L’occhiale occupa una posizione particolare: è uno strumento che usiamo per vedere e uno degli elementi attraverso cui gli altri ci riconoscono. Per questo lavoriamo su entrambe le dimensioni, dalla performance all’espressione personale, anche fuori dal campo”

 

‘Greatness in sight’. Cosa rappresenta per Nike Vision questo claim? E cos’è la grandezza, in ambito sportivo e non, secondo Nike Vision?

“‘Greatness in Sight’ mette in relazione ciò che vediamo con ciò che immaginiamo di poter raggiungere. Nello sport la grandezza può essere un risultato, ma può anche prendere forma nel percorso: trovare continuità, affrontare una difficoltà, superare un limite personale. È un’ambizione che ciascuno può interpretare alla propria scala. Il nostro ruolo è accompagnarla attraverso il prodotto e attraverso storie che rendano quella possibilità riconoscibile, vicina”

 

Restando sempre nell’immaginario sportivo, Nike Vision come si pone nel contatto diretto con gli atleti? Che tipo di partner vuole essere?

“Vogliamo essere un partner che parte dall’ascolto. Un atleta ha esigenze legate alla propria disciplina, ma anche abitudini, sensibilità e un modo personale di vivere lo sport. È da questa comprensione che deve nascere una relazione: nel prodotto che proponiamo e nel modo in cui raccontiamo la persona. Anche in un progetto editoriale come questo, per noi conta lasciare spazio al suo punto di vista. L’ambizione è far emergere ciò che rende riconoscibile un atleta, dentro e fuori dalla competizione”

 

Infine, in quanto Head of Comms, quali sono gli obiettivi che stai ponendo per il breve e lungo termine in Nike Vision? E, concludendo sul tema sportivo, cosa vuole arrivare ad essere Nike Vision nel mondo dello sport?

“Nel mio ruolo di Head of Brand Communications, il primo obiettivo è rendere più chiaro ciò che Nike Vision offre e il ruolo dell’occhiale nelle diverse occasioni della vita sportiva. Questo significa creare coerenza tra prodotto, atleti, comunicazione ed esperienza nei punti vendita. Nel lungo periodo, l’ambizione è diventare una scelta naturale per chi vive lo sport: per la funzione del prodotto e per ciò che esprime. Dal punto di vista della comunicazione, vorrei che ogni progetto contribuisse a costruire questa riconoscibilità nel tempo”