Un viaggio nell’universo creativo di Castelli insieme al Product Line Manager Andrew Montgomery, tra 150 anni di heritage e ciclismo, cultura dell’innovazione e lo storico ritorno dello Scorpione Rosso al Tour de France
Nell’immaginario sportivo e non, pochi simboli possiedono la risonanza storica della Maillot Jaune. Dal 1919, il suo inconfondibile giallo ha continuato ad accompagnare le monumentali imprese delle icone su due ruote, arrivando ad acquisire, nel tempo, una statura indubbiamente mitologica. Tra il 1989 e il 1994, l’altrettanto leggendario Scorpione Rosso di Castelli è entrato a far parte della storia del Tour de France, colorando il giallo delle maglie indossate da campioni del calibro di Greg LeMond e Miguel Indurain. Oggi, proprio nell’anno in cui il brand italiano celebra il suo 150° anniversario, lo Scorpione Rosso annuncia il proprio ritorno al Tour, inaugurando un nuovo capitolo di una tradizione sportiva e manifatturiera decisamente fuori dall’ordinario.
Nella sede di Fonzaso, ai piedi delle Dolomiti, quest’eredità assume una dimensione tangibile. Mani esperte, tessuti, macchinari di ultima generazione e prototipi scandiscono il lavoro di un ambiente creativo, a vocazione ciclistica, in cui il sapere artigianale incontra le più avanzate ricerche aerodinamiche. In questi spazi, ha preso forma la nuova Maillot Jaune Collection, parte di una più ampia collaborazione con A.S.O. che, a partire dal 2027, vedrà Castelli realizzare le maglie dei leader delle classifiche del Tour de France, del Tour de France Femmes e di una galassia di competizioni parallele e affini alla Grand Boucle.
Siamo stati a Fonzaso per incontrare Andrew Montgomery, Product Line Manager di Castelli, ed esplorare la dimensione umana e creativa di questo storico ricongiungimento, partendo, come consuetudine per la nostra ricerca editoriale, dal dato biografico: dall’incontro quasi fortuito con il ciclismo alle influenze culturali che alimentano la sua visione, fino alla complessità progettuale che si cela dietro un capo, o meglio, una serie di capi divenuti manifesto. Sullo sfondo, una singolare coincidenza personale: nel 2027, il Grand Départ del Tour de France riporterà Montgomery nella sua Scozia, proprio dove ha avuto inizio il suo legame con questo sport.






Crescendo in Scozia, cosa ti ha avvicinato al ciclismo? Quali figure, immagini o esperienze hanno contribuito a formare la tua personale visione di questo sport e della sua cultura?
“È curioso pensare che il prossimo anno il Tour de France partirà proprio dalla Scozia. In un certo senso, è come se il cerchio si chiudesse. Il mio rapporto con il ciclismo è nato soprattutto da due episodi. Il primo risale agli anni della scuola, che, a essere sincero, non amavo affatto. Un giorno, la mia insegnante d’inglese, la signora McFarlane, mi ha notato seduto in fondo alla classe, intento a guardare fuori dalla finestra… E mi ha assegnato una relazione, consegnandomi un libro da leggere: ‘It’s Not About the Bike’, l’autobiografia di Lance Armstrong. Sono tornato a casa e l’ho letto tutto d’un fiato, dalla prima all’ultima pagina. Quello è stato il mio primo vero incontro con il ciclismo.
Il secondo episodio risale a quando avevo diciotto o diciannove anni e lavoravo in un pub. Era un locale frequentato soprattutto da appassionati di calcio, con le partite trasmesse su tutti gli schermi. C’era però un cliente abituale, Peter, che durante le tre settimane del Tour de France arrivava ogni giorno all’ora di pranzo e ci chiedeva di mettere la tappa in televisione. All’epoca, pensavo: “Ma chi è questo? Qui nessuno vuole guardare ciclismo…”. Si sedeva al bancone e mi spiegava quello che succedeva durante la tappa. Mi indicava i corridori in fuga e mi rassicurava: prima o poi il gruppo li avrebbe ripresi. Mi raccontava come, spesso, quelle fughe servissero soprattutto a ottenere visibilità televisiva. In pratica, quelle tre settimane sono diventate una vera e propria scuola di ciclismo, e grazie a quell’incontro casuale ho cominciato ad appassionarmi a questo sport.
In seguito, mi sono trasferito a Londra e ho iniziato a lavorare per Paul Smith, che, naturalmente, è un grande appassionato di ciclismo. Passava spesso in macchina davanti al negozio che dirigevo e, tornando a casa, si fermava a parlare con me per una mezz’ora. Ricordo le nostre conversazioni sul Giro di Lombardia, sulla possibilità di andarci e sull’entusiasmo che quella corsa suscitava in lui. Gli piaceva moltissimo parlare delle gare, anche quando altri impegni gli impedivano di seguirle di persona. Direi che è stato proprio durante gli anni trascorsi a Londra che ho cominciato a conoscere e seguire il ciclismo in maniera molto più approfondita. Prima di allora, il mio interesse era nato quasi per caso: grazie ad un’insegnante, prima, e alle conversazioni con Peter, al bancone del pub, poi”
Dopo aver collaborato con alcuni dei marchi più importanti dell’universo ciclistico, cosa ti ha portato a scegliere Castelli? E come descriveresti la tua visione creativa all’interno dell’azienda?
“Sono entrato in Castelli due anni fa, dopo aver avuto la fortuna di lavorare per vari brand di cycling. Conosco Steve Smith, Global Brand Manager di Castelli Cycling, da molto tempo. Il nostro è un settore piuttosto piccolo e, soprattutto quando si vive nella stessa città, come nel nostro caso a Bassano del Grappa, le occasioni di incontrarsi non mancano. Tra noi c’è sempre stata una grande stima reciproca. Credo, però, di aver sempre saputo che prima o poi sarei approdato in Castelli. Quando ho cominciato a lavorare in questo settore, quindici o sedici anni fa, avevo la sensazione che il mio percorso mi avrebbe condotto qui. Sono sempre stato interessato tanto alle prestazioni tecniche dell’abbigliamento ciclistico, quanto alla sua dimensione estetica, e la storia di Castelli, insieme all’identità che il marchio ha costruito nel tempo, hanno sempre avuto un significato particolare per me. Così, dopo molti anni di esperienza nel settore, Steve mi ha proposto di entrare in azienda. Ricordo di aver pensato: “Sai che c’è? Credo sia arrivato il momento giusto”. Ed era proprio così. Se la proposta fosse arrivata in una fase diversa della mia carriera, per il ruolo che avrei dovuto ricoprire o per il punto in cui mi trovavo professionalmente, forse non avrei avuto la stessa convinzione. Anche Castelli stava valutando alcuni piccoli cambiamenti nel modo di presentare visivamente il marchio. Le circostanze, insomma, coincidevano.
Dal punto di vista creativo, non mi considero necessariamente un creativo nel senso tradizionale del termine. Lavoro con persone di enorme talento, ma vedo il mio ruolo più vicino a quello di un curatore. Il mio compito è mettere insieme contributi e sensibilità differenti. Non so usare Photoshop o InDesign, mentre sono circondato da persone che padroneggiano perfettamente questi strumenti. A me spetta trovare una sintesi tra le loro idee, dare loro una direzione e trasformarle in collezioni coerenti. Credo di essere creativo a modo mio. La cosa interessante è che, quando cerco ispirazione, difficilmente mi rivolgo al mondo del ciclismo. Naturalmente seguo lo sport, ma i miei riferimenti creativi provengono quasi sempre da altri ambiti. Guardo molto calcio, vado allo stadio, ascolto musica e vedo film. Guy Ritchie, Skepta: qualunque cosa catturi la mia attenzione in un determinato momento può finire per influenzare la collezione a cui sto lavorando. Ogni volta che presento una collezione torno a casa e mi domando: “Se questa collezione fosse un album musicale, quale sarebbe?”. È questo il modo in cui affronto il processo creativo. Non seguo gli altri brand cycling sui social e visito molto raramente i loro siti. Preferisco cercare ispirazione altrove”


Quanto è importante, per il tuo lavoro, vivere il ciclismo in prima persona? E quando hai cominciato a sentire di appartenere per davvero a questo mondo?
“Oggi sento di aver trovato il mio posto nel mondo del ciclismo. Se ripenso agli anni della scuola, quando gli insegnanti mi chiedevano cosa volessi fare da grande, lavorare in questo settore non era tra le possibilità che prendevo in considerazione. Non lo avrei immaginato neppure quindici anni fa. Ritrovarmi, oggi, a fare questo lavoro, dopo aver contribuito alla realizzazione della Maglia Gialla del Tour de France, ha per me un significato particolare. Eppure, per molto tempo, nel mondo del ciclismo mi sono sentito quasi un impostore. Mi capitava di arrivare alle Strade Bianche o di ritrovarmi nell’area VIP del Tour de France con delle scarpe leopardate, vestito in modo completamente diverso da tutti gli altri. Ricordo una volta, al Dubai Tour, quando mi sono presentato con una giacca di pelle: la gente mi guardava come se avessi sbagliato posto. Probabilmente si chiedeva se lavorassi davvero nel settore. Per anni ho conservato la sensazione di essere, in qualche misura, un estraneo. Soltanto da quando sono entrato in Castelli qualcosa è cambiato. Ho cominciato a rendermi conto che, in realtà, questo mondo mi appartiene. Che è proprio qui che devo stare. Qui mi sento a casa.
Naturalmente, per fare il mio lavoro bisogna essere un ciclista. Quando mi trovo davanti alla nostra rete commerciale internazionale per presentare una collezione, ho più di cento persone che mi ascoltano mentre illustro le proprietà aerodinamiche di una nuova maglia o il fondello al quale abbiamo dedicato gli ultimi due anni di sviluppo. Quelle persone devono potersi fidare di me. Non puoi salire su un palco e parlare di qualcosa che non hai sperimentato personalmente. Ricordo quando stavamo sviluppando un paio di nuove giacche. Erano le cinque e mezza, le sei di sera, e fuori diluviava, tra tuoni e fulmini. I colleghi si preparavano a lasciare l’ufficio e io annunciavo che sarei tornato a casa percorrendo cinquanta chilometri in bicicletta. Mi guardavano come se fossi matto. “Ma hai visto che tempo fa?”. E io rispondevo: “E chi dovrebbe provarla questa giacca?”. Così loro salivano in macchina e tornavano a casa, mentre io uscivo dai cancelli in bicicletta, indossando proprio la giacca che stavamo sviluppando.
Anche d’inverno mi capita di raggiungere l’ufficio pedalando con temperature di cinque o otto gradi sotto zero, specie quando scollino nei pressi di Incino. Arrivo completamente infreddolito, mi siedo alla scrivania e continuo a tremare. I colleghi mi vedono in quelle condizioni e vanno in cucina a prepararmi una tazza di tè per farmi scaldare… Quindi sì, sono convinto che, per fare il mio lavoro, sia indispensabile essere prima di tutto un ciclista. Basti pensare anche all’annuncio del Tour de France. Ne ero al corrente da quasi un anno, ma non potevo parlarne con nessuno. In azienda lo sapevano soltanto pochissime persone. Nel frattempo continuavo a partecipare a manifestazioni ciclistiche di ogni genere. Sono andato alla Parigi-Roubaix e ho percorso 145 chilometri sul pavé. Ho partecipato anche a L’Étape du Tour: 180 chilometri, con 5.000 metri di dislivello. Queste esperienze mi hanno confermato quanto essere un ciclista sia una parte essenziale del mio lavoro”
Come si intrecciano, nel lavoro di Castelli, il sapere artigianale e l’innovazione tecnologica? E quanto contano le persone, così come le loro rispettive competenze e saperi, nel definire l’identità del brand?
“Per la collezione Primavera/Estate 2027 abbiamo organizzato a Milano una presentazione dedicata alla nostra rete commerciale. Una delle nuove linee di prodotto nasceva proprio dal desiderio di mostrare al pubblico il lavoro che le persone del nostro team di sviluppo svolgono ogni giorno. Io ho la fortuna di osservarle da vicino, e sono una costante fonte d’ispirazione. Mi capita di passare davanti al laboratorio, fermarmi a guardare quello che stanno facendo e poi tornare alla scrivania chiedendomi come riuscire a trasmettere tutto quel talento alle persone che, alla fine, indosseranno i nostri capi. Perché sono convinto che ci sia ancora chi pensa che le maglie da ciclismo crescano sugli alberi o piovano dal cielo. Non tutti immaginano quanto lavoro possa esserci dietro un singolo indumento.
C’è stata una maglia, in particolare, che ci ha richiesto un tempo di lavoro incredibile. Dovevamo far convivere tre tessuti differenti, riuscire a farli funzionare come un unico materiale, ma sembrava che non volessero saperne di stare insieme. È stato un processo estremamente complesso. Abbiamo trascorso intere giornate a lavorarci, fermandoci talvolta fino alle sette di sera, affrontando tre o quattro cicli successivi di prototipazione. In certi momenti eravamo quasi in lacrime, tanto ci tenevamo a trovare una soluzione. Poi, finalmente, quella maglia era lì con me, sul palco, davanti a un centinaio di persone. E dovevo riuscire a raccontare tutto ciò che era stato necessario per arrivare a quel risultato. Avevamo realizzato un bellissimo video che mostrava Nadia, una collega del team di sviluppo, mentre lavorava ai capi. Quel filmato è diventato uno degli elementi centrali della presentazione. D’altronde, se non riesco a trasmettere quell’emozione alle persone che ho davanti, come posso aspettarmi che siano loro a comunicarla agli altri? Saranno proprio loro, dopotutto, a vendere quei prodotti. Credo che vedermi commuovere sul palco per una maglia da ciclismo abbia fatto capire quanto ci fosse di personale in quel lavoro, e quanto fosse speciale per tutti noi.
Poi, c’è naturalmente il versante dell’innovazione tecnologica. Non ho trascorso in ufficio il mio primo giorno in Castelli. Siamo andati direttamente nella galleria del vento del Politecnico di Milano, insieme a Filippo Ganna. Nei quindici anni precedenti, pur avendo lavorato nell’industria dell’abbigliamento cycling, non avevo visto una galleria del vento. Ritrovarmi lì, al mio primo giorno, è stato come sentirsi gettare immediatamente nella parte più profonda della piscina. Di colpo, mi sono reso conto di essere entrato in una realtà di livello assoluto. E ho capito subito che quella era l’essenza stessa di Castelli: prendere i migliori atleti del mondo, portarli in galleria del vento e cercare di renderli ancora più veloci”




In che modo un’eredità così stratificata, come quella di Castelli, influenza il tuo lavoro? E come intendi contribuire all’evoluzione dell’identità stessa del brand?
“Ripenso spesso ad una presentazione tenuta a Milano, lo scorso maggio. Vittorio Castelli, figlio di Maurizio, era seduto in prima fila, mentre io ero sul palco a parlare della storia del marchio, delle sue innovazioni, del suo DNA… E davanti a me si trovava, letteralmente, un rappresentante della famiglia Castelli. Credo sia difficile immaginare una responsabilità maggiore, quando si tratta di mantenere vivi i valori che hanno definito un’azienda. Ho un rispetto enorme per questa eredità. La ritrovi in prodotti come Gabba, che sono diventati parte integrante dell’identità Castelli, ma anche nelle aspettative dei professionisti con cui lavoriamo. Sono atleti estremamente esigenti, che ci contattano di continuo. Ci scrivono persino corridori di altre squadre. Credo che questo dica molto di ciò che Castelli rappresenta nel mondo del ciclismo.
Del resto, sono sempre stato consapevole di questa storia. Già da ragazzo, lo Scorpione Rosso era per me un simbolo iconico. Quando vivevo a Londra indossavo spesso capi Castelli, quindi conoscevo molto bene i prodotti ben prima di entrare in azienda. Ho trascorso anche cinque anni a Dubai, dove utilizzavo regolarmente le maglie Climber’s e i primi pantaloncini Free Aero. Il mio rapporto con il marchio, insomma, viene da lontano. Castelli è un’azienda speciale. Quest’anno abbiamo celebrato 150 anni di storia, un traguardo che pochissimi brand al mondo possono vantare. A mio parere, la questione fondamentale è questa: vuoi inseguire una tendenza, oppure costruire qualcosa che sappia attraversare il tempo senza passare di moda? Dopo 150 anni, Castelli possiede un’identità che non ha bisogno di rincorrere le mode”
Cosa rappresenta per Castelli il ricongiungimento tra lo Scorpione Rosso e la Maglia Gialla, soprattutto nell’anno del suo 150° anniversario? E che significato ha, per te, contribuire ad un momento così importante nella storia del brand?
“È qualcosa di enorme. Ricordo che, più o meno in questo periodo dell’anno scorso, mi hanno chiesto: “Ti piacerebbe occuparti del Tour de France?”. Ho subito pensato che sarebbe stata un’opportunità davvero speciale. Amo il Giro d’Italia e considero la Maglia Rosa un simbolo straordinario. Ma la Maglia Gialla assume una dimensione differente. Il Tour de France è l’evento sportivo annuale più seguito al mondo. Ha un pubblico persino superiore a quello del Super Bowl. Ritrovare lo Scorpione Rosso sulla Maglia Gialla, quindi, ha un significato difficilmente esprimibile a parole. La parte più complicata è stata mantenere il segreto così a lungo. Persino far passare una Maglia Gialla attraverso il reparto prototipi era un problema. Dovevamo lavorarci di notte, per evitare che qualcuno se ne accorgesse.
La settimana scorsa ero negli uffici di ASO, a Parigi, per l’annuncio ufficiale. E, a essere sincero, credo di non aver ancora realizzato fino in fondo la portata di quello che sta succedendo, tanto sul piano personale quanto per il significato che questo accordo assume per Castelli. È una dichiarazione molto forte da parte del marchio. È come dire: “Siamo tornati ai vertici di questo sport”. Nel ciclismo non esiste una maglia più iconica della Maillot Jaune, e poterla associare nuovamente allo Scorpione Rosso è qualcosa di estremamente importante. Penso che me ne renderò conto davvero soltanto quando vedrò finalmente le maglie durante la presentazione ufficiale. Quanto alla partenza del Tour dalla Scozia, per me sarà un’emozione enorme. A Edimburgo c’è anche un bar che si chiama Tourmalet: potrebbe essere il posto giusto per andare a bere qualche birra e festeggiare. Scherzi a parte, pensare che sono passato dal lavorare in un pub scozzese, al tornare in Scozia quasi diciotto anni dopo, facendo parte del gruppo di persone responsabili della Maglia Gialla del Tour de France… È davvero incredibile. Devo assolutamente ritrovare Peter, il cliente del pub!”


Entrando nel merito della visione creativa che ha guidato la realizzazione delle nuove maglie dei leader e della più ampia collezione ispirata al Tour de France, quali sono stati i principi e gli obiettivi alla base del progetto?
“Una delle prime cose che ho detto al team, quando abbiamo saputo che ci saremmo occupati della Maglia Gialla, è stata che tutti conoscono già quel colore. Quando guardi il Tour de France in televisione, riconosci immediatamente quel giallo. Ma io volevo che le persone andassero oltre, che osservassero la maglia più da vicino. Nelle inquadrature al leader della corsa, volevo che fosse possibile distinguere i diversi tessuti impiegati e riconoscere le tecnologie che ne hanno reso possibile la realizzazione. Per me era fondamentale che la Maglia Gialla fosse qualcosa di più di un colore. Volevo che rappresentasse la massima espressione dell’innovazione nel ciclismo, soprattutto per quanto riguarda la ricerca sui materiali e lo sviluppo tecnologico. Abbiamo lavorato anche sul colore stesso, introducendo nel giallo uno speciale pigmento per renderlo ancora più riconoscibile. Sotto la luce ultravioletta e, in particolare, quando la maglia viene esposta al sole, il colore acquista un’intensità completamente diversa. Diventa quasi fluorescente, un giallo acceso, elettrico. Ho trovato davvero interessante che ci sia stata concessa la possibilità di sperimentare anche sotto questo punto di vista.
Naturalmente, progettare le maglie del Tour de France comporta grandi responsabilità. Ci sono quattro maglie destinate ai leader delle rispettive classifiche, ciascuna associata a uno sponsor di cui bisogna rispettare l’identità e le esigenze. Questo significa confrontarsi continuamente sui margini di libertà creativa: capire che cosa si può modificare, fino a che punto ci si può spingere e quali elementi devono necessariamente rimanere coerenti con l’immagine dei diversi marchi. È stato un processo molto stimolante, soprattutto nel caso della nuova Maglia Bianca, perché avevamo davanti, in pratica, una tela vuota. Lo sponsor iniziava la propria collaborazione con il Tour in contemporanea con noi, e questo ci ha permesso di esplorare insieme nuove soluzioni cromatiche e progettuali. Abbiamo avuto confronti interessanti anche con Škoda, a proposito della Maillot Vert. Ricordo un incontro riservato a Barcellona, nei giorni della partenza del Tour, in un piccolo ristorante nascosto lungo un vicolo... All’epoca il progetto era ancora strettamente confidenziale.
Ma il nostro lavoro va ben oltre le quattro maglie dei leader. Abbiamo sviluppato una collezione dedicata al Grand Départ nel Regno Unito e avuto la possibilità di realizzare capi ispirati ad alcune delle tappe più iconiche del Tour, tra cui una maglia speciale dedicata a Parigi. C’è poi una maglia che abbiamo chiamato Graffiti, alla quale sono particolarmente legato. Una delle caratteristiche che rendono il ciclismo uno sport così speciale è la vicinanza tra gli atleti e il pubblico. Puoi trovarti a pochi centimetri dai corridori. Non puoi certo entrare negli spogliatoi dopo una finale dei Mondiali di calcio e salutare Lionel Messi, ma durante una corsa puoi riuscire ad afferrare una borraccia lanciata da Tadej Pogačar. È un tipo di rapporto che nel ciclismo assume una dimensione unica. Per questo abbiamo creato Graffiti: come omaggio ai tifosi e alle scritte che lasciano sull’asfalto lungo le strade del Tour.
Ci sono poi tutte le manifestazioni ciclistiche amatoriali legate alla corsa, quelle che in Italia chiameremmo Gran Fondo. Credo che, considerando i diversi eventi, si arrivi a circa 80.000 partecipanti. Significa sviluppare prodotti destinati a un numero straordinario di persone, con una visibilità difficilmente quantificabile. Il progetto non si esaurisce nelle quattro maglie dei leader, per quanto iconiche: comprende tutto ciò che ruota attorno al Tour de France. Abbiamo lavorato anche alla collezione del Tour de France Femmes, in collaborazione con Zwift. È stata un’esperienza interessante. Inizialmente mi avevano detto che Zwift avrebbe avuto un ruolo importante nel processo creativo, e avevo immaginato che si sarebbe occupata direttamente del design. In realtà non è stato così. Ho proposto di mostrare loro alcune idee a cui stavo lavorando e le hanno accolte con grande entusiasmo. Ne è nata una collaborazione piacevole. Zwift è un’azienda dinamica, con una sensibilità molto marcata per il colore e un’identità visiva particolarmente vivace. Alcune delle maglie che abbiamo sviluppato insieme sono decisamente audaci. Infine, naturalmente, ci sono anche le maglie per i bambini. Nel complesso, il progetto coinvolge una quantità enorme di prodotti e si rivolge a pubblici molto diversi. È un impegno creativo di proporzioni straordinarie”
Nell’anno in cui Castelli celebra il suo 150° anniversario, il ritorno al Tour de France segna quindi l’inizio di una nuova era per l’azienda?
“Lo interpretiamo esattamente come tale. Un paio di settimane fa abbiamo organizzato una riunione interna per annunciare a tutti che avremmo lavorato con il Tour de France. E il messaggio era proprio questo: i primi 150 anni rappresentano, per così dire, la prima parte della nostra storia. Ora cominciamo a scriverne un nuovo capitolo. Tutto ciò che è accaduto fino al 2026 appartiene ai primi 150 anni di Castelli. Il centocinquantunesimo si apre invece con il nostro ritorno al Tour de France, un passaggio di enorme importanza. Ed una prospettiva condivisa da tutta l’azienda.
Da quando la notizia è diventata ufficiale, in Castelli si respira un entusiasmo straordinario. Finalmente tutti hanno capito perché, negli ultimi mesi, si vedeva circolare una Maglia Gialla per gli uffici… Naturalmente abbiamo dovuto ampliare anche il nostro organico, perché si tratta di un progetto di grande portata. Vedere nuove persone entrare in azienda e portare con sé il proprio entusiasmo, la voglia di contribuire a questa avventura, è stato estremamente positivo. In questo momento, in Castelli c’è un’energia particolare. Si percepisce un entusiasmo diffuso, rivolto soprattutto a quello che ci aspetta”








