Dal baseball al football, dalla boxe a Jesse Owens. Nelle riflessioni socio-artistiche di Basquiat lo sport è sempre stato protagonista

Un curioso vagabondare per le strade di New York. Qualche apprezzamento alle ragazze che si incrociano, una stretta di mano ad un amico, un cenno allo spacciatore del quartiere. Uno scatto d’isteria creativa marchiato SAMO© in uno degli infiniti spazi vuoti della Grande Mela. Un’esistenza apparentemente ordinaria, comune. In quel SAMO©, tuttavia, c’è qualcosa di speciale: non è solo “SAMe Old shit”, non è il banale tag di qualche writer. È una furia artistica ai limiti dell’ossessività, l’urlo pittorico di chi dà voce ai propri demoni interiori. Tutto questo è l’essenza di Jean-Michel Basquiat, il trait d’union tra il dinamismo artistico dominato dai propri istinti e la staticità della routine quotidiana.

Quella di Basquiat è un’infanzia turbolenta: i genitori divorziano quando lui è solo un adolescente, la madre è spesso ostaggio degli istituti psichiatrici ed il padre ha comportamenti violenti. Jean-Michel, dotato di una personalità estremamente sensibile, scappa di casa ed inizia a vagabondare per le strade di New York. Basquiat ha la grande capacità di assorbire tutto ciò che lo circonda, immagazzina concetti ed idee che trasferisce successivamente nelle sue opere. Una delle più grandi fonti d’ispirazione per l’artista newyorkese è lo sport, elemento fortemente radicato nella cultura americana contemporanea.

Avere una voce, emanciparsi, essere riconosciuti sia come uomini che come campioni. Per la comunità afroamericana, di cui Basquiat stesso fa parte, lo sport è qualcosa che va oltre il divertimento o l’essere una professione. Storicamente, è stato uno dei primi mezzi in grado di dare visibilità globale ad una comunità tanto numerosa quanto oppressa e raramente ascoltata.

“Famous Negro Athletes” è uno dei primi lavori dove il genio artistico di Basquiat si fonde all’universo sportivo. La serie di artwork, nata inizialmente come graffito, è soggetta ad una duplice interpretazione. Le opere sono caratterizzate da tratti essenziali e decisi, un susseguirsi frenetico di linee che costruiscono elementi facilmente riconoscibili come una palla da baseball, la celebre corona a tre punte, volti umani bianchi, neri o di ambedue i colori. Dettagli, quelli del colore utilizzato che hanno un significato ben preciso: nel volto metà bianco e metà nero c’è denuncia sociale, ad evidenziare come le persone afro siano considerate uguali a quelle bianche solo dopo il successo sportivo. L’emblema del baseball potrebbe essere interpretato come una critica verso lo sport come unico mezzo d’emancipazione: l’arte e le carriere manageriali o politiche sono ancora un lontano miraggio negli anni ottanta.

“Non sono interessato alla vostra simpatia o antipatia…tutto quello che chiedo è che mi rispettiate come essere umano.”

Chi nel baseball ha trovato il palcoscenico per esprimere le proprie idee e per dimostrare la forza della comunità black è Jackie Robinson, seconda base dei Brooklyn Dodgers negli anni cinquanta. A lui, Basquiat dedica “Untitled” una delle sue opere a tema sportivo più celebri. Robinson è una vera e propria icona per il giovane artista di origini haitiane e portoricane, ed in “Untitled” la sua figura viene santificata dalla presenza del pubblico formato da angeli in adorazione del Dodger e dall’iconica corona. Basquiat è affascinato dal baseball, uno sport di squadra in cui l’individuo ha enormi possibilità di decidere le sorti dell’incontro. L’essere il primo giocatore afroamericano a giocare nella MLB è rappresentare in prima persona il cambiamento, l’essere il Cristo dell’universo sportivo afroamericano. Giustizia, uguaglianza, fraternità. Valori cattolici che possono essere delle interessanti chiavi di lettura per la scelta di Jackie Robinson come soggetto principale dell’opera di Basquiat.

Jean-Michel è un vero e proprio sperimentatore: opere d’arte ed oggetti di uso comune trovano nuova vita dopo esser stati filtrati dal genio creativo di Basquiat. “Anti-product Baseball Cards” è un progetto realizzato in collaborazione con Jennifer Stein volto a rivoluzionare e reinventare un mass product come le figurine. I volti e l’anagrafica dei giocatori vengono completamente cancellati, conferendo un curioso fascino anonimo ad ogni singola carta. Un appena riconoscibile Steve Henderson diventa così “Joe”, mentre “Jerk” è probabilmente Bob Randall. La perdita d’identità degli atleti è il passaggio chiave per trasformare una semplice figurina in un non-prodotto, un’opera d’arte unica ricavata dalla serialità commerciale.

Combattere per difendere il proprio onore. Salire sul ring per dimostrare la propria forza e guadagnare il rispetto della società. Utilizzare il proprio successo per essere la voce di un’intera comunità. Il pugilato è stato uno dei primi sport dove gli atleti hanno saputo sfruttare i propri trionfi per sensibilizzare ed allertare l’opinione pubblica. Da sempre impegnato nell’esaltazione del potere afroamericano, Basquiat è affascinato dai grandi boxeur in grado di sconfiggere due avversari come razzismo ed ingiustizia sociale. Nel 1981 realizza “The Ring”, un’opera in cui è Basquiat stesso ad essere rappresentato all’interno del ring trionfante. Le braccia al cielo in segno di vittoria, sembrano esaltare il successo artistico e sociale dell’artista nato a New York.

Gli eroi basquiatiani coincidono con gli idoli della cultura afroamericana. Eroi che hanno sconfitto il razzismo a colpi di guantone come Cassius Clay, Jack Johnson, Sugar Ray Robinson o Jersey Joe Walcott. Sono loro le muse ispiratrici ed i protagonisti nelle opere di Basquiat. Contrariamente alla maggior parte dei suoi dipinti caratterizzati da una sorta d’isterìa ordinata, i lavori dedicati ai grandi pugili del passato sono sorprendentemente essenziali: solo pochi tratti decisi che compongono un primo piano dell’atleta, suggestive agiografie visive che rendono immortali le loro gesta sportive ed umane.

L’arte di Basquiat ha un evidente e profondo legame con il pugilato stesso. Pennellate decise come un jab, messaggi sociali che colpiscono quanto un potente destro ai fianchi. Jean-Michel è la promessa della boxe artistica mondiale e chi se non il grande artista ed amico Andy Warhol poteva rappresentare lo sfidante perfetto per l’astro nascente dell’arte mondiale? In preparazione ad un’importante mostra in cui sono state esposte le loro opere, i due artisti organizzano un’astuta messinscena pugilistica in cui Warhol, affermato artista americano, sembra pronto a testare tutta la forza artistica del giovane Basquiat. Il match, ovviamente mai avvenuto, ha dato vita ad una serie di scatti semplicemente incredibili, capaci di immortalare l’essenza del pugilato, dell’arte e dell’amicizia tra Andy e Jean-Michel.

Uno dei primi atleti in grado di accelerare il processo di uguaglianza sociale è senza ombra di dubbio Jesse Owens, celebre velocista e lunghista americano in grado di vincere quattro ori nella stessa Olimpiade. Nel 1936 il “fulmine d’ebano” nato ad Oakville partecipa ai Giochi Olimpici di Berlino, nell’edizione in cui l’allora cancelliere tedesco Adolf Hitler era pronto a dimostrare al mondo intero la supremazia della razza ariana. Owens, atleta afroamericano, rovina i piani di Hitler salendo sul gradino più alto del podio in quattro specialità diverse, frantumando ogni record esistente fino ad allora. Lo strapotere fisico dimostrato durante le Olimpiadi, in un periodo storico dove il concetto di razza era ancora ben radicato a livello mondiale, non può che ispirare Jean-Michel Basquiat per la creazione di “Dark Race Horse”. L’opera, realizzata su sfondo nero, rappresenta un particolare anatomico di Jesse Owens: il piede in grado di sconfiggere la propaganda nazista.

Sport e pop culture sono notoriamente due tra le più grandi influenze nei lavori di Basquiat. Nell’universo sportivo americano, il campionato più seguito è la NFL: la lega nazionale di football. L’artista newyorkese è attratto da uno specifico elemento di questo sport, il casco: l’elmo che ogni giocatore porta con sé nella propria battaglia sportiva. “Untitled (Football Helmet)” gioca su due concetti opposti tra di loro: da una parte, lo strapotere atletico degli afroamericani espresso in ogni match, dall’altra troviamo invece la vulnerabilità e la necessità di essere protetti dalle idee razziste tutt’ora presenti nella società.

Il patrimonio artistico, culturale e sociale che Jean-Michel Basquiat ha lasciato in eredità è sconfinato ed inestimabile. Nella stagione 2020-2021 i Brooklyn Nets, franchigia NBA della sua città natale, hanno deciso di unire i due emisferi più importanti ed influenti del celebre quartiere di Long Island: l’arte e la pallacanestro. Lo stile di Basquiat è fortemente riconoscibile sia sul parquet del Barclays Center, arena casalinga dei Nets, sia nelle loro uniformi “city edition”. Stella della NBA e leader dei Nets, Kevin Durant ha recentemente dichiarato di vedere in Basquiat una grande fonte d’ispirazione: “I wanted to see how he got to that point mastering his craft.” Quello tra Basquiat e lo sport è un legame indissolubile. Gli sportivi rappresentati nelle sue opere sono più di semplici atleti, spesso sono considerati delle vere e proprie divinità. Un politeismo artistico e sportivo che Jean-Michel ha cercato di ricreare nelle sue opere sia per glorificare i successi da loro ottenuti, sia per continuare la battaglia della comunità afroamericana contro il razzismo e le disparità sociali. La sua arte, come le medaglie ottenute dagli atleti da lui ritratti, sono semplicemente immortali.

Text by: Filippo Vianello