A pochi giorni dalla Cerimonia d’Apertura dei Giochi Paralimpici Invernali, ideata e prodotta da Filmmaster, abbiamo esplorato le emozioni e la filosofia di chi ha vestito questo simbolico evento: la rinomata stylist, nonché Fashion Editor di Athleta Mag, Silvia Ortombina | Tiny Idols, che per questo storico appuntamento a cinque cerchi ha ricoperto il prestigioso ruolo di Costume Director
‘Life in Motion. La Bellezza dell’Umanità in Movimento’. Lo scorso venerdì, l’Arena di Verona ha dato il via ai Giochi Paralimpici Invernali, con una monumentale cerimonia plasmata da Filmmaster che, per l’appunto, nella Bellezza dell’Umanità in Movimento ha visto il suo tanto tangibile, quanto intangibile cuore pulsante.
A vestire questa celebrazione in grado di parlare un linguaggio ben più ampio di quello sportivo è stata la Costume Director Silvia Ortombina | Tiny Idols. Stylist assurta ai vertici del panorama musicale italiano, negli ultimi anni Silvia ha associato la sua visione artistica all’immaginario sportivo, divenendo Fashion Editor di Athleta Mag e trovando nello sforzo fisico una musa per la sua espressione creativa.
Orgogliosi di questa recentissima pietra miliare raggiunta nel suo percorso, abbiamo chiesto a Silvia di mettere in fila una serie di emozioni, amplificate dalle sue origini veronesi, riflessioni e dati biografici atti a spiegare cosa significhi, per lei, il contatto tra fashion e sport: un’occasione che ci ha anche permesso di riflettere su filoni specifici ed estremamente rilevanti nella contemporaneità, come quelli dell’adaptive wear e della sostenibilità.
Ad accompagnare l’intervista, una gallery delle sue creazioni apparse nella notte di Verona e alcuni speciali editoriali curati da Tiny Idols per Athleta Mag.


Come sono entrati il fashion e lo sport nella tua vita, e quanto ha contato la tua famiglia nel plasmare questo peculiare connubio?
“In realtà, per me con questa cerimonia si chiude ed apre un cerchio importante della mia vita: sia lo sport, che la moda sono sempre stati molto vicini alla mia famiglia. Mia madre e mia zia avevano un’azienda di moda e negli anni ’80 si occupavano soprattutto di skiwear e giacche a vento. Confezionavano capi che facevano parte dell’immaginario sportivo molto iconico legato indissolubilmente a quel periodo. Successivamente, mio zio è divenuto braccio destro di Peter Steinenbronn e si è ritagliato un ruolo importante nello sviluppo di un filone di quella che potremmo definire la sport couture degli anni ’80. Ricordo molto bene che, quando ero piccola, veniva spesso a casa e passava ore a fare bozzetti legati alle sue creazioni. Un giorno, per esempio, mi regalò la divisa delle Olimpiadi invernali dell’Austria, su cui aveva lavorato. Vedere nascere quei disegni davanti ai miei occhi è stato un qualcosa che mi ha sicuramente influenzata”
In Athleta raccontiamo lo sport come una forma artistica e culturale. Anche lo styling è, a suo modo, una forma artistica e culturale. Cosa significa per te essere una stylist? E se dovessi descrivere la tua filosofia artistica, come lo faresti?
“Per me essere una stylist significa costruire un linguaggio visivo, creare immagini che raccontino una persona, un momento, un immaginario… Che veicolino un messaggio. La mia filosofia nasce spesso dall’incontro tra mondi diversi. Contaminare è la parola d’ordine: toccare e mettere in comunicazione sfere quali quella dell’arte, della musica, del cinema, dello sport... Mi interessa molto osservare il corpo in movimento, la disciplina, la forza del gesto. In questo senso, lo sport è una grande fonte di ispirazione, perché contiene una dimensione molto autentica. Il mio lavoro cerca sempre di muoversi tra estetica e autenticità: creare immagini che abbiano una senso simbolico, ma che restino profondamente umane”



La tua ascesa professionale è avvenuta a stretto contatto con la scena musicale italiana. Poi hai deciso di affiancare questo filone a quello sportivo, diventando Fashion Editor di Athleta. Che tipo di musa hai trovato nell’immaginario sportivo?
“La musica è stato il mio core business prima dello sport: un campo di lavoro incredibile. Mi ha insegnato quanto l’immagine possa diventare parte della narrazione artistica. Quando ho iniziato a lavorare più da vicino con lo sport, ho scoperto un immaginario completamente diverso, ma altrettanto potente. L’atleta rimane radicalmente ancorato a sé stesso. Il corpo racconta la disciplina, la fatica, la resilienza. Questa autenticità mi ha colpita molto. Nell’immaginario sportivo ho trovato una musa molto forte: la verità del gesto. È un’estetica che non nasce dalla costruzione, ma dall’azione”
Che sensazioni ti hanno attraversato quando hai scoperto di essere stata selezionata come Costume Director delle Paralimpiadi? E che emozioni emergono ora, dopo aver visto prendere forma questo grande appuntamento, perlopiù in un luogo iconico per te come l’Arena di Verona?
“Quando ho ricevuto la notizia ho provato una sensazione molto intensa, quasi difficile da descrivere. Da una parte c’era una grande responsabilità, dall’altra un enorme senso di gratitudine. Le Paralimpiadi rappresentano qualcosa che va oltre lo spettacolo. Parlano di possibilità, di trasformazione e soprattutto di umanità. In esse convivono elementi che raramente si vedono insieme con tanta chiarezza: la forza, la fragilità e una forma di bellezza molto autentica, che nasce dal superamento dei limiti e dalla capacità di trasformare il proprio corpo in uno spazio di possibilità. Il fatto che tutto questo abbia preso forma in un luogo come l’Arena di Verona ha per me un significato ancora più profondo. Essendo veronese, è uno spazio carico di memoria e di emozioni. Vederlo diventare il palcoscenico di un evento così potente, dove forza e fragilità si incontrano e generano una nuova forma di bellezza: è un qualcosa che mi emoziona molto. Ciò che probabilmente mi rimarrà più impresso, però, sono le storie che questi ragazzi e ragazze mi hanno raccontato durante i fitting e le vestizioni: momenti molto intimi, in cui dietro ogni atleta è emerso un percorso personale fatto di determinazione, cadute e rinascite. È lì che ho sentito davvero la profondità di questo progetto”


C’è molta differenza tra il ruolo di stylist e quello di Costume Director. Com’è stato tradurre in grammatica visiva le suggestioni date da altri creativi?
“Il lavoro di costume director è molto diverso da quello di stylist. È un po’ come costruire un puzzle senza avere subito tutti i pezzi davanti. Gli elementi arrivano progressivamente: dalla regia, dalla coreografia, dalla musica, dalla scenografia… Immaginare come possano dialogare tra loro, ancora prima di vederli realmente insieme, è la vera grande sfida. Per questo serve una forza immaginativa diversa. Come stylist lavori spesso sull’identità di una singola persona o di un artista; come costume director, invece, devi pensare a una dimensione molto più collettiva, orchestrale. Il disegno finale si rivela poco alla volta, mentre il progetto prende forma”
Un altro dato già palesato in varie interviste è quello di una particolare attenzione alla sostenibilità. Che messaggio hai voluto portare?
“Per me la sostenibilità è imprescindibile. In un momento come questo, non possiamo farne a meno, prima di tutto per una questione culturale. In questo progetto abbiamo lavorato molto sulla circolarità: riutilizzo di costumi, materiali di recupero, tessuti provenienti da cooperative sociali... Mi interessava dimostrare che anche un evento molto grande può nascere da un approccio più consapevole. La creatività non dipende necessariamente dall’accumulo di cose nuove. Spesso nasce proprio dalla capacità di trasformare ciò che già esiste”
Parliamo di adaptive wear. Puoi spiegare a chi non conosce questo tema di cosa si tratta?
“L’adaptive wear è un ambito del design che si occupa di progettare capi accessibili e funzionali per persone con diverse abilità fisiche. Significa ripensare chiusure, tagli, materiali e vestibilità per permettere a più corpi possibili di indossare un capo in modo autonomo. Nel contesto paralimpico, questo tema diventa naturalmente centrale. Collaborare con Francesco Matera, specializzato con Materia Adapt in questo ambito, è stato molto stimolante, mi ha portato a ripensare al modo in cui si progetta un abito, e a farlo attraverso le storie uniche degli atleti incontrati”
Dopo questa esperienza, quali sono le tue speranze per il futuro del connubio tra moda e sport?
“Credo che il dialogo tra moda e sport sia destinato a diventare sempre più interessante. Lo sport oggi è cultura visiva, si trasforma in identità e diventa comunità. La moda può contribuire a raccontare queste dimensioni, ma anche a renderle più accessibili. La mia speranza è che questa sinergia continui a evolversi in modo autentico, mantenendo sempre al centro il corpo, il gesto e l’umanità che lo sport rappresenta”







