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L’ONA Short Film Festival continua ad affascinare ed ispirare l’audience che, per la 7ª edizione, tornerà sulla placida Isola di San Servolo per osservare la fusione tra settima arte, cultura sportiva, specie nella sua cadenza outdoor, e ritmi lagunari. Come Media Partner di lunga data del Festival, diamo spazio alle prospettive che lo scandiranno nelle serate tra il 10 e il 12 settembre

Sosteneva il geniale talento Ingmar Bergman: “Non esiste forma d’arte al pari del cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima”. Parole che riecheggiano nella contemporaneità, portate con sé dalle suggestive onde della Laguna Veneziana fino all’Isola di San Servolo, dove tra il 10 e il 12 settembre torna a prendere forma l’ONA Short Film Festival: evento che nella settima arte vede il perfetto mezzo per imprimere messaggi che partono dalla cultura sportiva, per poi trascendere nel suo senso più profondo. Quello in grado di colpire la coscienza, per l’appunto. Di scuotere emozioni e raggiungere stanze segrete dell’anima. D’educare a spalancare le proprie prospettive ad altri pezzi di mondo, ad altre comunità ed individui. 

As has now become a tradition, we accompany this meaningful gathering with a dedicated editorial series. The first protagonists of this year’s journey are Joaquín and Tomás Gomez, the two Argentine-born, Venetian-by-adoption brothers who created ONA and continue to shape its evolution over time. That progression has also been made possible through partners such as Diadora, which, for the Festival’s 2026 edition, has given the Gomez brothers the opportunity to express their cinematic vision through ‘Itatí’ and ‘Potreros:’ two films developed in collaboration with the brand and devoted to the sporting imaginary of northern Argentina.

Prima della conversazione, ricordiamo che a questo link (onafilmfestival.com) è possibile iscriversi alle serate di ONA. 

BTS of "Potreros"
BTS of "Potreros"
From Diadora "Potreros" Film by ONA Productions

In che modo crescere in Argentina ha plasmato il vostro sguardo sul mondo, influenzato il vostro percorso artistico e, in ultimo luogo, le storie che scegliete di raccontare?

Tomás Gómez: “Quello che faccio oggi è profondamente legato al modo in cui ho imparato a guardare il mondo. Credo che questa prospettiva nasca dalla mia infanzia e da tutto ciò che mi ha trasmesso la mia famiglia. Abbiamo viaggiato moltissimo, trascorrendo tempo nella natura, scoprendo luoghi e culture nuove, cercando sempre di allontanarci dai percorsi turistici più convenzionali. Anziché seguire itinerari prestabiliti, i miei genitori ci portavano a mangiare in un piccolo chiosco lungo la strada o in qualche minuscolo locale, dove potevamo incontrare le persone e semplicemente parlare con loro. La costruzione di un rapporto vero con comunità locali ha acceso qualcosa dentro di me. Ha alimentato la curiosità, il desiderio di fare domande e il fascino per la scoperta di realtà che sentivo lontanissime dalla mia. Credo sia nato allora il mio impulso nel conoscere il mondo, insieme alla voglia di tornare a casa e raccontare agli amici ciò che avevo vissuto.

Oggi la produzione filmica è diventata il mio modo di fare esattamente questo. Porto con me una macchina da presa, cerco situazioni, incontro persone, attraverso luoghi, provando sempre a guardare oltre ciò che appare immediatamente visibile e ad individuare ciò che possiede un significato autentico. Invece di raccontare quelle storie a pochi amici, oggi realizzo documentari, film e opere visive che permettono ad altri di entrare in ciò che ho vissuto e, soprattutto, di poterlo osservare attraverso i miei occhi. Il modo più semplice per spiegare come sono arrivato fin qui credo sia racchiuso in: trovare una forma attraverso cui guardare il mondo come ho sempre desiderato guardarlo, e condividere quella prospettiva attraverso il cinema.”

Joaquín Gómez: “Vorrei partire da nostro nonno, Gerry Gómez. Non abbiamo avuto la possibilità di conoscerlo, ma era un regista e apparteneva alla prima generazione di cineasti argentini degli anni Cinquanta. Una parte importante del suo lavoro era dedicata allo sport. Diresse ‘Su Última Pelea,’ un film sulla boxe, e poi ‘Sacachispas’ e ‘Pelota de Trapo,’ due film sul calcio costruiti intorno alla storia di un ragazzino che parte dal nulla e diventa un campione, anticipando in qualche modo il mito che avrebbe poi circondato Maradona. Anche se, purtroppo, non lo abbiamo incontrato, credo rappresenti il nucleo originario dell’intera storia della nostra famiglia. Viaggiò moltissimo e infine si stabilì negli Stati Uniti, dove entrò in contatto con persone legate a Sergej Ėjzenštejn e lavorò accanto all'assistente di Frank Capra, un altro regista di origini italiane divenuto una delle grandi figure del cinema americano. In seguito fondò una società di distribuzione cinematografica, acquistando e rivendendo diritti sui film, e attraverso quel mondo sviluppò anche la propria attività fotografica. Infine, divenne corrispondente di guerra, documentando il teatro del Pacifico durante la Seconda guerra mondiale. Nostro padre è cresciuto in quell'ambiente. Anche lui è diventato documentarista, sebbene il suo lavoro sia sempre stato più legato alla dimensione culturale e mitologica dell'America Latina. Quindi, credo un certo tipo di sensibilità abbia sempre fatto parte di noi.

Come diceva Tommy, siamo entrambi cresciuti a Buenos Aires, ma abbiamo trascorso gran parte dell'infanzia viaggiando, soprattutto attraverso l'Argentina. Dopo la crisi economica del 2001, la maggior parte dei nostri viaggi si è svolta all'interno del Paese, permettendoci di conoscere in profondità l'Argentina e il Cile. Quelle esperienze sono diventate una componente essenziale della nostra formazione. Ho sempre amato l'immaginario di Jules Verne: l'idea di fare il giro del mondo, di scoprire luoghi lontani attraverso il viaggio e la curiosità. In molti modi, quello spirito continua a guidarmi. Ogni film mi sembra un piccolo viaggio attraverso angoli diversi del mondo. Quanto al lato artistico della cinematografia, ciò che più mi affascina è la sua capacità di creare uno spazio, reale o immaginario, che per un istante ti permetta di volare, di uscire dalla realtà e fare esperienza di qualcosa che la trascende.”

 

La musica ha avuto un ruolo particolarmente importante nella vostra evoluzione creativa, soprattutto per te, Joaquín. Puoi raccontarci qualcosa di più di questo rapporto e di come sia infine confluito nel vostro cinema?

Joaquín Gómez: “La musica è sempre stata una componente fondamentale della mia vita. Ho studiato musica classica al conservatorio, concentrandomi sulla composizione e sulla direzione. Il mio sogno era diventare regista, ma con la musica si è sviluppato un rapporto forte. Sin bambino ho suonato il pianoforte e ad un certo punto mi sono detto: perché non lavorare sulle colonne sonore e provare a far convergere questi due mondi? Ho mosso i primi passi nel sound design, realizzando effetti sonori per l'animazione e i videogiochi, per poi avvicinarmi progressivamente alla televisione e alla pubblicità. In seguito ho avuto l'opportunità di comporre la colonna sonora di un documentario di Ben Sturgulewski: quel progetto ha rappresentato il mio primo vero incontro con la dimensione artistica del cinema documentario.

Da quel momento, tutto si è sviluppato in maniera naturale. In seguito mi sono trasferito in Canada, dove ho lavorato al Banff e ho continuato a crescere all'interno di quel mondo. Nel frattempo Thomás ha seguito un percorso differente: aveva studiato comunicazione e, poco alla volta, aveva cominciato a lavorare con la macchina da presa. Avendo già lavorato insieme al fianco di Ben, avevamo imparato moltissimo semplicemente osservando il funzionamento di un set: come prende forma una produzione, come una storia viene costruita dietro le quinte. Ad un certo punto abbiamo capito quanto far convergere le nostre diverse esperienze fosse un qualcosa di assolutamente naturale. Tutto per noi è cominciato da una curiosità condivisa e dal desiderio di raccontare storie insieme.”

BTS of "Potreros"
From Diadora "Potreros" Film by ONA Productions
BTS of "Potreros"

Proseguendo su questo tema, su quali fondamenta poggia la vostra visione creativa? Quali influenze personali, riferimenti culturali e sensibilità individuali hanno formato ciascuno di voi, e in che modo queste prospettive distinte sono confluite in uno sguardo e in un modo di raccontare condivisi?

Tomás Gómez: “Credo che tutto ciò di cui parlavo prima (i viaggi, l'essere costantemente in movimento…) ci abbia portato a trascorrere moltissimo tempo insieme. Abbiamo esplorato il mondo in modi molto simili, avendo ereditato un determinato tipo di sguardo dai nostri genitori e dai nostri avi. Siamo relativamente vicini d'età, quindi è stato naturale diventare inseparabili. Facevamo tutto insieme: giocavamo, esploravamo, inventavamo storie… Da bambini, costruivamo continuamente mondi immaginari insieme; poi, viaggiando sempre di più, quelle storie hanno progressivamente ampliato i propri confini, prima con la nostra famiglia e in seguito da soli.

Spesso si pensa che lavorare in famiglia possa essere complicato, o persino qualcosa da evitare. Io credo invece che abbia un risvolto estremamente positivo. Possiamo affrontare le cose in maniera diversa o avere, in un determinato momento, opinioni differenti, ma alla fine condividere sempre la stessa direzione. Ognuno porta il proprio punto di vista, eppure le nostre prospettive finiscono per convergere verso un orizzonte comune. Ciò che trovo più affascinante è che possiamo ancora riconoscere così tante tracce della nostra infanzia nel modo in cui lavoriamo oggi.”

Joaquín Gómez: “Recentemente, qualcuno mi ha detto una frase che mi è rimasta impressa: “Voi due pensate in maniera completamente diversa”. Per me è un complimento. Credo che sia una forza, perché sottolinea punti di vista differenti e persino una diversa sensibilità generazionale. Io sono nato nel 1989, Thomas nel 1995, e quella distanza si percepisce. Ha un valore. È particolarmente bello, poi, sapere che la persona al tuo fianco ti conosce fino in fondo. Abbiamo condiviso un'intera vita. Siamo cresciuti insieme e abbiamo attraversato fianco a fianco moltissime esperienze. Questo crea una forma di fiducia molto particolare.

Con il tempo abbiamo anche imparato a capire ciò che ciascuno di noi può portare all’interno del nostro rapporto professionale: quali siano i rispettivi punti di forza e le debolezze, e dove ognuno possa offrire il contributo migliore. Siamo molto critici l'uno nei confronti dell'altro, ma nel senso più costruttivo del termine. Siamo esigenti perché non siamo quasi mai completamente soddisfatti. Cerchiamo sempre di spingerci un po' più avanti, d’individuare il passo successivo. Credo che tutto questo definisca il nostro modo di lavorare insieme.”

 

Che ruolo hanno giocato la pratica e l’immaginario nella costruzione delle vostre identità? E in che modo continua a influenzare il vostro sguardo sul mondo e le storie che scegliete di raccontare?

Tomás Gómez: “I nostri genitori ci hanno sempre incoraggiati a provare tutto. L'idea non era eccellere in ogni sport, ma trarre esperienza da quante più discipline possibili. Ho provato golf, taekwondo, sci, snowboard, tennis, calcio, basket, rugby... praticamente tutto. L'aspetto importante non stava nell’imparare una disciplina, piuttosto nello scoprire la comunità che le si formava intorno. Ripensandoci, credo che sia una delle lezioni più preziose che lo sport ci abbia trasmesso. Non pratichi semplicemente una disciplina: entri a far parte di un gruppo, di una cerchia di amici, di una cultura condivisa. Ogni comunità sportiva possiede una propria identità, un proprio modo di guardare il mondo. Alla fine rimani legato a quelle in cui ti senti maggiormente a casa, ma attraversarle è quasi come viaggiare tra Paesi diversi: ciascuna ti introduce in un mondo completamente nuovo.

Questa attitudine è rimasta con noi. Oggi ci interessa lo sport non soltanto come competizione o intrattenimento, ma soprattutto per le comunità che crescono ed evolvono intorno ad esso. In particolare a livello amatoriale, dove spesso lo sport diventa un'occasione per stare insieme: si gioca, poi si beve qualcosa, si condivide un pasto e la giornata prosegue insieme. Per molti versi, è anche questo lo spirito di Ona. Naturalmente siamo affascinati dai migliori atleti al mondo e dall'eccellenza della prestazione, ma ci attrae altrettanto tutto ciò che accade intorno: il quartiere, il campo sotto casa, i momenti che precedono una partita e quelli che seguono il suo termine. Per questo cerchiamo di raccontare entrambe le dimensioni dello sport: quella del massimo professionismo e quella più autenticamente di base. Sono mondi differenti, ma possiedono la stessa forza e, per noi, lo stesso valore.”

Joaquín Gómez: “Quando ero bambino, nostro padre ripeteva sempre che una mente sana nasce da un corpo sano. È così che siamo cresciuti. Come diceva Tommy, abbiamo provato ogni sport immaginabile: sci, calcio, rugby, taekwondo, arti marziali, un po' di tutto. Dal punto di vista sociale, lo sport mi ha aperto innumerevoli porte. Mi ha fatto conoscere amici, comunità e forme di relazione con gli altri che mi accompagnano ancora oggi. A un certo punto ero diventato anche un discreto tennista. Amavo davvero giocare: mi allenavo quattro volte alla settimana, fino a circa diciassette anni. Poi, gradualmente, me ne sono allontanato. In seguito, scoprendo discipline come il surf e l'arrampicata, ho compreso che dietro ogni sport esiste un universo intero: non soltanto dal punto di vista tecnico, ma anche filosofico. Molto spesso diventa inoltre una ragione per viaggiare e incontrare persone che altrimenti non avresti mai conosciuto.

Per il mio modo d’essere, lo sport ha sempre rappresentato un luogo di equilibrio. È lo spazio in cui mi sento davvero in pace. Che mi stia allenando, correndo o semplicemente saltando la corda, ho bisogno di quella dimensione fisica: mi restituisce qualcosa che non riesco a trovare altrove. Quando poi abbiamo capito che poteva esistere un territorio d'incontro tra cinema e sport, è stato come vedere aprirsi un mondo completamente nuovo. Significava far convergere due delle mie più grandi passioni e, allo stesso tempo, creare uno spazio in cui esplorare le dimensioni culturali che lo sport è capace di dischiudere. Per me lo sport è una medicina per l'anima. Fa bene al corpo, libera la mente, crea relazioni e aiuta a stare bene con sé stessi. È qualcosa di profondamente radicato nella storia dell'essere umano, ed è per questo che rimarrà sempre una componente essenziale di ciò che siamo.”

Se doveste presentare l'Ona Short Film Festival a qualcuno che lo scopre per la prima volta, come lo descrivereste? Che cos'è Ona e da quale intuizione è nato il desiderio di dargli vita?

Joaquín Gómez: “Se dovessi raccontare Ona a qualcuno che non ne ha sentito parlare, direi che è nato nel momento in cui abbiamo scoperto lo straordinario universo del cinema legato allo sport. Attraverso il nostro lavoro abbiamo conosciuto moltissimi filmmaker di talento, che nel tempo sono diventati amici. Abbiamo collaborato con loro in modi diversi, entrando progressivamente a far parte di quella comunità creativa. Nello stesso periodo, dopo aver trascorso del tempo in Canada e aver vissuto in prima persona la cultura dei festival, abbiamo iniziato a viaggiare insieme per l'Europa, presentando i nostri progetti in diverse rassegne cinematografiche. È stato allora che abbiamo cominciato a immaginare un festival tutto nostro, a Venezia. All'inizio sembrava quasi un sogno: qualcosa di bellissimo, ma ancora lontano.

Poi è arrivata la pandemia. Ero venuto a Venezia per una residenza artistica di tre mesi, legata a una mostra presso l'European Cultural Centre, invece sono rimasto bloccato qui per nove mesi. Era tutto chiuso, la vita sembrava essersi fermata. In quel periodo io e Tommy siamo tornati su quell'idea. Collaboravamo già con l'European Cultural Centre e avevamo a disposizione uno spazio. Ci siamo detti: perché non chiedere ai nostri amici filmmaker di mandarci i loro film e organizzare tre serate di proiezioni? È cominciato davvero tutto così. Passo dopo passo, quella che era soltanto un'intuizione ha iniziato a prendere forma.”

Tomás Gómez: “Oggi stiamo preparando la settima edizione e, sinceramente, dirlo ad alta voce mi sembra ancora surreale. Tutto è nato da una conversazione molto spontanea: “Perché non proviamo? Vediamo se riusciamo a farlo”. Joaquín è stato sicuramente quello che ha spinto di più affinché quell'idea diventasse realtà. Avendo trascorso entrambi molto tempo viaggiando tra festival, finivamo sempre per discuterne. Non in termini negativi, ma continuavamo a dirci: “Questo noi lo avremmo fatto diversamente”, oppure: “Così potrebbe essere più interessante per un pubblico giovane”. Poco alla volta, quelle conversazioni si sono trasformate in una visione condivisa. Fin dall'inizio volevamo creare un luogo in cui noi per primi avremmo desiderato trascorrere del tempo. Pensavamo che, se fosse risultato autentico per noi, lo sarebbe stato anche per gli altri. Volevamo costruire una comunità nuova, composta da persone alla ricerca di qualcosa di diverso.

Vedere quanto sia cresciuto il festival è incredibile. Nel pieno della pandemia, mentre quasi tutti sospendevano progetti e programmi, noi abbiamo deciso di fondare un festival cinematografico. Ripensandoci oggi, faccio ancora fatica a credere che sia diventato un appuntamento capace di tornare ogni anno, e spero davvero che possa continuare a crescere ancora a lungo. Nessuno di noi ha cominciato pensando: “Facciamo qualcosa per guadagnare”. Non era quello il punto. Volevamo semplicemente creare qualcosa di cui essere orgogliosi, dare spazio al lavoro dei filmmaker che ammiravamo e offrire alle persone un luogo in cui vivere un'esperienza che avesse davvero significato. Alla fine, è questo che rimane. Che il festival sia andato bene o male dal punto di vista economico è una conversazione che dura un pomeriggio. Quello di cui continuiamo a parlare per tutto il resto dell'anno è altro: le persone sono state bene? Hanno trascorso un bel fine settimana? I film le hanno emozionate? Sono andate via portandosi dietro qualcosa? È questo a darci la soddisfazione più grande. Sentire qualcuno dirci: “È stato incredibile. Sono stato benissimo. Non dimenticherò questo fine settimana”. Ecco, è questa la sensazione con cui speriamo che le persone continuino a lasciare Ona, ancora per molti anni.”

 

Today, Ona has reached its seventh edition. How does it feel to look back at everything you’ve built and see how the festival has grown? What does it mean to witness an idea that once seemed so distant become such an established reality?

Tomás Gómez: “Credo che il festival sia cresciuto insieme a noi. Ogni edizione ci ha insegnato qualcosa: non soltanto attraverso il lavoro necessario per organizzarla, ma anche grazie ai filmmaker e agli ospiti che abbiamo avuto il privilegio di accogliere. Per molti versi, i valori che oggi definiscono Ona si sono delineati anno dopo anno proprio attraverso questi incontri. Fin dall'inizio, però, alcuni principi sono rimasti immutati. Abbiamo sempre voluto promuovere lo sport, incoraggiare uno stile di vita sano e favorire un rapporto più responsabile con la natura. Al di là della semplice celebrazione della vita all'aria aperta, abbiamo sempre cercato di offrire alle persone gli strumenti per comprendere come relazionarsi con l'ambiente che ci circonda. Per noi, il modo migliore per farlo passa attraverso la conoscenza. Più comprendiamo la natura, più ascoltiamo chi vi è immerso da una vita, più consapevole diventa il nostro rapporto con essa. È per questo che cerchiamo sempre di invitare persone capaci di portare esperienze significative e prospettive nuove, e che ci interessano tanto le culture che ci hanno preceduto: culture che, in molti casi, hanno sviluppato con la natura un rapporto molto più profondo del nostro. Da questo punto di vista, il festival ci ha insegnato moltissimo. Non pretendiamo certo di avere tutte le risposte. Cerchiamo piuttosto di offrire uno spazio a persone che riteniamo abbiano qualcosa di autenticamente prezioso da condividere, affinché anche gli altri possano imparare da loro. 

Tutto ritorna sempre agli stessi fondamenti: praticare sport, vivere in maniera sana e costruire con la natura un rapporto sufficientemente rispettoso da permettere di preservarla per le generazioni future. Un altro principio per noi essenziale riguarda il modo in cui ci relazioniamo con le persone. Non abbiamo mai voluto red carpet, aree VIP o barriere tra ospiti e pubblico. Tutti condividono lo stesso spazio. Puoi trovarti accanto a noi, a un filmmaker o a un atleta: non esistono zone privilegiate né conversazioni riservate. Vogliamo che le persone si sentano a proprio agio, libere di avvicinare chiunque, fare domande, iniziare una conversazione. Questo tipo di apertura appartiene ad Ona fin dalla prima edizione. Ci piace pensarlo come un festival senza barriere, profondamente umano. E poi c'è Venezia. Abbiamo avuto l'enorme fortuna di costruire Ona qui, in un luogo che ci ha accolti fin dall'inizio. Con gli anni abbiamo imparato non soltanto a conoscere questa città, ma a viverla. Siamo profondamente grati di poter organizzare il festival su un'isola straordinaria come San Servolo. Arrivare qui al tramonto, immersi in un'atmosfera onirica, diventa parte integrante dell'esperienza. Contribuisce al nostro racconto. Per molti versi, è proprio questo luogo a rendere Ona... Ona.”

Joaquín Gómez: “Ciò che ci ha sempre spinto maggiormente è l'inclusione culturale. Mi piace pensare a Ona come a una piattaforma in cui possano trovare spazio prospettive diverse dalle nostre. Questo, per noi, è essenziale. Se ti circondi soltanto di persone che pensano esattamente come te, finisci inevitabilmente per restringere la tua comprensione del mondo. Sono sempre stato curioso di ascoltare persone con esperienze e modi di pensare molto lontani dai miei. Questa curiosità ha orientato buona parte del nostro lavoro curatoriale. Abbiamo cercato di dare visibilità a culture che, dal nostro punto di vista, possono apparire distanti, accogliendone la diversità senza cercare di semplificarla. Con il tempo ho capito che una delle più grandi forze del cinema risiede nella sua capacità di lasciare qualcosa dentro di te. Non tutti i film ci riescono, naturalmente, ma quando un film riesce davvero ad arrivare, può accompagnarti per il resto della vita. Riesce a trasmettere qualcosa che le sole parole spesso non possono restituire, perché quel viaggio lo hai vissuto attraverso i sensi: lo hai visto, ascoltato, vissuto emotivamente. Credo che il cinema possieda una forma di magia unica.

A tutto questo si aggiunge Venezia: San Servolo sotto le stelle, persone provenienti da culture diverse che si ritrovano per tre giorni a condividere la stessa esperienza. È uno degli aspetti di Ona che amo di più. Inoltre, sono profondamente orgoglioso delle relazioni che abbiamo costruito nel corso degli anni. La collaborazione con Athleta Mag è una di queste: siamo realmente cresciuti insieme. Lo stesso vale per le persone di San Servolo, che ci hanno accolti e sostenuti fin dall'inizio. E, naturalmente, ci sono i nostri partner. Senza di loro nulla di tutto questo sarebbe possibile. Diadora, in particolare, è diventata molto più di uno sponsor. Con loro abbiamo costruito un rapporto autenticamente umano, e di questo siamo profondamente grati.”

ONA Short Film Festival
ONA Short Film Festival

L'edizione di quest'anno presenta anche due film realizzati proprio in collaborazione con Diadora, un marchio radicato a poca distanza da San Servolo e Venezia. Potete raccontarci qualcosa di questa partnership e di come si sia trasformata in un dialogo narrativo?

Joaquín Gómez: “Ciò che ho apprezzato maggiormente è il senso di libertà che definisce il nostro rapporto. Diadora crede in ciò che abbiamo creato: un progetto radicato nel territorio, fresco, spontaneo. Siamo un gruppo molto piccolo. Siamo in pochi e abbiamo costruito questo festival letteralmente dal nulla. Per questo, poter contare sul sostegno di un marchio come Diadora è straordinario. Festival come il nostro si costruiscono anno dopo anno, pietra dopo pietra, e quando incontri un partner che crede nella tua visione acquisisci anche la consapevolezza di essere, forse, sulla strada giusta. È un segnale di fiducia molto forte.

È anche per questo che torno sempre sul concetto di libertà. Fin dalle prime conversazioni, che riguardassero il festival o altre produzioni, abbiamo avvertito l'esistenza di un rapporto umano autentico. Tra le persone che lavorano in Diadora si respira una bellissima atmosfera. Quello che vedo è un marchio aperto, innovativo e sinceramente disposto a evolvere. È interessato alla cultura, allo sport, al dialogo con Paesi e comunità differenti. Tutto è avvenuto in maniera estremamente naturale. Per noi è un privilegio lavorare con un brand che condivide già molti dei valori in cui crediamo.”

Tomás Gómez: “Sono completamente d'accordo. Ciò che mi colpisce maggiormente è la loro autenticità e la coerenza tra ciò che comunicano e ciò che fanno. Nel corso della nostra carriera abbiamo lavorato con molti marchi, ma con Diadora ho percepito immediatamente qualcosa di genuino. Quello che dichiarano trova un riscontro concreto nelle loro azioni. Si interrogano attentamente su come comunicare, sul perché scegliere un determinato linguaggio e sul senso effettivo di ciò che stanno facendo. Ogni conversazione con loro è stimolante. Nel mondo dei brand è qualcosa di sorprendentemente raro.

Siamo rimasti colpiti, e siamo grati di poter lavorare con un'azienda che attribuisce tanta importanza a questi valori, continuando al tempo stesso a ricercare contemporaneità e autenticità. Per noi è fondamentale, perché consideriamo anche Ona un festival contemporaneo. Dalla sensibilità estetica ai valori, fino al modo di comunicare, credo esista una forte sintonia. E naturalmente il loro sostegno è fondamentale: Diadora è una componente essenziale di ciò che permette a Ona di continuare a esistere e crescere, anno dopo anno.”

 

‘Itatí’ e ‘Potreros’ sono due film profondamente diversi, eppure entrambi affondano le proprie radici nel nord dell'Argentina e nelle comunità che lo abitano. Partendo da ‘Itatí’, potete raccontarci la visione alla base di questi documentari e cosa vi ha spinto a esplorare proprio questa regione argentina?

Tomás Gómez: “Per noi questi due film sono profondamente legati. Il nord dell'Argentina è un territorio che ogni argentino conosce. Siamo cresciuti sentendoci vicini ai suoi paesaggi e alla sua cultura, anche se è una regione capace di svelare qualcosa di nuovo ogni volta. Proprio per questo abbiamo sentito una grande responsabilità nel raccontare una parte così unica ed essenziale del nostro Paese. Con entrambi i film volevamo innanzitutto rappresentare la vita nel nord dell'Argentina nel modo più autentico possibile. Cosa significa davvero crescere lì? Come vivono le persone? Quali condizioni plasmano la loro quotidianità? In un certo senso, volevamo restituire nella sua normalità un modo di vivere che per noi argentini è familiare, ma che agli occhi di chi vive altrove può apparire completamente diverso.

Considero questi due film come un unico ritratto articolato in due storie: due capitoli della stessa biografia culturale del nord argentino. Quando abbiamo incontrato Itatí, ci siamo trovati davanti a una giovane atleta straordinaria, sostenuta da una famiglia altrettanto straordinaria. Il nord dell'Argentina è da sempre un ambiente estremamente impegnativo per chi pratica sport. L'altitudine, le temperature, il caldo: ogni elemento rende più difficile allenarsi. Incontrare atleti capaci di competere a quel livello, soprattutto così giovani e allenandosi spesso oltre i 2.500 metri di quota, è davvero sorprendente. Per noi il film è diventato l'occasione per incontrare una persona eccezionale e offrire un piccolo frammento della sua vita.”

Joaquín Gómez: “Il nord dell'Argentina è profondamente legato al più vasto universo andino: un paesaggio culturale immenso, composto da popoli e tradizioni differenti. Queste terre erano abitate molto prima degli Inca. In province come Catamarca, le testimonianze archeologiche fanno risalire la presenza umana a quasi 37.000 anni fa. Storicamente, però, la regione ha attraversato enormi sofferenze. I suoi popoli sono stati invasi, emarginati e spesso dimenticati. Anche all'interno della stessa Argentina, l'attenzione del Paese si è tradizionalmente concentrata su Buenos Aires, mentre il nord è rimasto una delle regioni più povere e trascurate. Eppure vi abitano persone straordinariamente laboriose e umili, portatrici di valori profondamente radicati. Come ovunque, esistono grandi problemi, tra cui quello dell'alcolismo, ed è anche per questo che lo sport può assumere un'importanza enorme: offre ai più giovani una strada diversa. 

È proprio questo ad averci colpito così profondamente di Itatí. Ha uno spirito incredibilmente puro. In lei tutto appare naturale, istintivo. Non ha cominciato a correre perché sognava di diventare un'atleta: ha iniziato semplicemente per raggiungere più velocemente la casa dei nonni. Quando siamo entrati in quel mondo, lo abbiamo fatto con enorme rispetto. Ci si rende rapidamente conto che molte famiglie vivono di agricoltura di sussistenza e affrontano difficoltà economiche reali. Allo stesso tempo, si scoprono comunità dotate di una straordinaria capacità di resistenza. Erano popoli guerrieri molto prima che esistesse l'Argentina moderna e, all'arrivo degli spagnoli, furono tra quelli che opposero la resistenza più tenace. Quella forza esiste ancora. La stessa Argentina nasce dall'incontro di moltissime culture: popoli indigeni, italiani, spagnoli, arabi, comunità libanesi ed ebraiche, afrodiscendenti. È un Paese costruito attraverso la diversità. Entrare nel nord dell'Argentina significa avvicinarsi a una delle radici più profonde di questa identità. Un'immagine che mi è rimasta impressa è quella delle persone che attraversano le montagne portando sulle spalle enormi sacchi di patate, con una naturalezza sorprendente. C'è una potenza discreta in quella quotidianità che, una volta incontrata, non ti abbandona.”

Tomás Gómez: “Una delle cose che più ci ha affascinato di Itatí è stata la sua sincerità. Nello sport sentiamo spesso ripetere che vincere non conta, che l'importante è partecipare. Itatí non lo ha mai detto. Lei odia davvero perdere. Non era un atteggiamento costruito per la macchina da presa: è semplicemente fatta così. Vuole vincere e farà tutto ciò che può per riuscirci. Ci è sembrato bellissimo proprio perché era completamente autentico. Nessun cliché, nessuna risposta preparata. Altrettanto bello è il suo rapporto con la corsa. È cresciuta in un luogo in cui le distanze scandiscono la vita quotidiana. I nonni abitavano lontano e così lei andava continuamente a trovarli a piedi o, più spesso, correndo. La corsa è entrata nella sua vita in questo modo. Poco alla volta ha capito di avere un talento, di amare quel gesto e di aver trovato, correndo, uno spazio che apparteneva soltanto a lei.

Il film racconta anche il rapporto con i suoi nonni, i primi a riconoscere quel talento e a incoraggiarlo, i primi a credere davvero in lei. Come diceva Joaquín, in un luogo come il nord dell'Argentina trovare uno sport capace di darti uno scopo può realmente cambiare una vita. A volte può letteralmente salvarla, perché le alternative non sono sempre positive. È per questo che la storia di Itatí va molto oltre l'atletica. E siamo felici che possa continuare a correre: faremo tutto ciò che possiamo perché abbia la possibilità di proseguire lungo questa strada.”

Joaquín Gómez: “Abbiamo deciso di sostenere i costi delle sue prossime iscrizioni alle gare. È diventato parte del rapporto che abbiamo costruito con lei. Più volte ci ha raccontato di non poter competere semplicemente perché la sua famiglia non aveva la possibilità di pagare le quote d'iscrizione. È una comunità estremamente povera e abbiamo visto quanto fosse disposta a sacrificarsi. Così abbiamo preso un impegno: aiutarla affinché possa continuare a gareggiare. Un'altra presenza che ci ha profondamente emozionato è stata quella della sua sorella gemella. Sono completamente diverse. Itatí è sempre al centro dell'azione, mentre sua sorella le rimane accanto con discrezione, sostenendola in tutto ciò che fa. È quasi invisibile, eppure rappresenta una presenza essenziale nel percorso di Itatí. Osservare il loro rapporto è stato bellissimo.

Trascorrere circa dieci giorni con la famiglia ci ha permesso di assistere a qualcosa di molto speciale. All'inizio, per loro era quasi surreale che fossimo arrivati fin lì per realizzare un film sulle loro vite. Continuavano a chiedersi: “Perché proprio noi?”. Ma mentre li intervistavamo e trascorrevamo le giornate insieme, qualcosa ha cominciato gradualmente ad aprirsi anche all'interno della famiglia. Ci sono stati momenti di grande emozione, occasioni in cui si sono ascoltati dire reciprocamente cose che non si erano mai detti prima. Era come se il processo cinematografico avesse creato uno spazio in cui potessero guardarsi con occhi diversi. Per noi è stato un privilegio entrare in un mondo così bello e, allo stesso tempo, innegabilmente duro. La parte difficile è sempre andarsene. Durante le riprese si costruiscono rapporti molto intensi e poi, improvvisamente, arriva il momento di salutarsi. Cerchiamo sempre di mantenere i contatti anche dopo, perché sono persone straordinarie e continuano a significare molto per noi.”

Poi c’è Potreros, un film dedicato ai campi di calcio rurali che incarnano l’essenza stessa della cultura calcistica argentina. In questi luoghi, cosa arriva a rappresentare il calcio? Quale ruolo assume all’interno delle comunità, al di là del gioco?

Tomás Gómez: “L’Argentina è un Paese immenso, fatto di grandi spazi aperti e di una straordinaria quantità di territorio naturale. Fuori da Buenos Aires, però, le infrastrutture sono spesso molto limitate. Eppure, indipendentemente dalle condizioni, il desiderio di giocare a calcio esiste ovunque. È proprio da qui che nasce il potrero. In origine, un potrero è semplicemente un terreno dove pascolano cavalli, mucche o pecore: uno spazio vuoto che può servire praticamente a qualsiasi cosa. Ma quando non ci sono animali, diventa un campo da calcio. Questo è un potrero: un luogo in cui le persone si ritrovano per giocare, dove le porte sono segnate da due pietre o due bastoni e dove cominciano tantissime storie calcistiche. Maradona ha iniziato in un potrero, così come innumerevoli altri giocatori che sarebbero poi arrivati ai massimi livelli. Quello che nasce da una necessità, con il tempo, ha assunto un valore culturale enorme.

Durante il nostro viaggio nel nord dell’Argentina ne abbiamo visitati soltanto alcuni: una frazione minuscola delle migliaia disseminate in tutto il Paese. Ma ciò che ci ha colpito è stato vedere come questi luoghi possano diventare qualcosa di molto più grande di un campo da calcio. Intorno a loro nascono intere comunità. Prende vita un piccolo club locale, tenuto in piedi da persone che gli dedicano la propria esistenza perché quello è il loro luogo d’incontro, il posto in cui ritrovarsi e giocare. È stato molto emozionante ascoltare le generazioni più anziane raccontare dei primi giocatori che arrivavano fin lì, a volte a cavallo, altre in groppa a un asino, semplicemente perché volevano giocare a calcio. E quello stesso spirito è ancora vivo oggi. I ragazzi che abbiamo incontrato farebbero qualsiasi cosa per i propri compagni, per gli amici, per quel piccolo pezzo di terra che chiamano campo. Non importa se indossano una divisa ufficiale o una contraffatta, se hanno scarpe nuove o un paio di vecchie sneakers consumate. Troveranno sempre un motivo per giocare. In fondo, il potrero racconta esattamente questo: il bisogno di giocare a calcio, ovunque ci si trovi e qualunque siano le condizioni. Per un periodo di tempo, ti permette di sentirti un calciatore.”

Joaquín Gómez: “Credo che il potrero plasmi il carattere di chi cresce giocandoci. Un calciatore che ha imparato in quel contesto, lo riconosci quasi immediatamente. Da quei campi nasce un modo particolare di giocare: fisico, istintivo, resistente. Il corpo è sempre coinvolto. Proteggi il pallone, lotti su ogni contrasto. Ci sono pochissimi fischi, pochissimi falli. Si continua semplicemente a giocare. Ma soprattutto c’è una mentalità fondata sul dare tutto. Chi cresce in un potrero lascia tutto sul campo. Si getta su ogni pallone, affronta ogni contrasto, mette in gioco il proprio corpo. E questa idea finisce quasi per diventare una filosofia di vita. Ricordo ancora una delle squadre locali che abbiamo incontrato prima di una partita. Mentre si stringevano insieme continuavano a gridare le stesse parole: “Con todo, muchachos!”, “Date tutto, ragazzi!”. Poi aggiungevano: “Anche contro tutto. Insieme. Insieme”. Ogni volta che li sentivo mi veniva la pelle d’oca. Erano soltanto ragazzi, ma l’intensità con cui credevano in quelle parole era straordinaria. Per me, è lì che nasce gran parte del calcio argentino. Il potrero è il luogo in cui prendono forma l’ingegno, il dribbling, l’improvvisazione e la picardía, quella particolare intelligenza calcistica profondamente argentina. È una cultura calcistica molto diversa dalle tradizioni più strutturate ereditate dall’Inghilterra.

C’è persino chi ama dire che, nello spirito, il calcio appartenga ai popoli Guaraní quanto agli inglesi: che prima ancora di diventare uno sport organizzato esistesse già un altro modo di giocare con i piedi, un’altra relazione con il gioco. Che sia storicamente vero oppure no, non è questo il punto. Ciò che conta è che in Argentina il calcio non è mai stato interpretato soltanto attraverso le regole o l’etichetta. È sempre stato qualcosa di più istintivo, più popolare, più profondamente radicato nella vita quotidiana. Quando siamo entrati in questi potreros, abbiamo capito di trovarci dentro l’essenza stessa del calcio argentino. Allo stesso tempo, ci siamo resi conto che molti di questi luoghi stanno lentamente scomparendo. I terreni vengono venduti, gli edifici prendono il posto degli spazi aperti, i campi sintetici sostituiscono quelli originari. Alcuni potreros storici stanno svanendo. Ma ciò che ci ha emozionato è stato scoprire che molti di essi, nel tempo, sono diventati molto più che semplici campi da calcio. Si sono trasformati in club sociali: luoghi capaci di offrire ai bambini appartenenza, sostegno e una comunità. Alla fine, forse, è proprio questa la più grande eredità del potrero: non soltanto formare calciatori, ma formare persone.”

 

Attraverso i vostri film e la più ampia selezione proposta nell'edizione di quest'anno, quale esperienza sperate possa vivere il pubblico? E cosa vorreste che ciascuno portasse con sé una volta lasciato Ona?

Tomás Gómez: “Personalmente, spero che chi ha già vissuto Ona riesca ancora una volta a lasciarsi sorprendere, e che chi arriva per la prima volta abbia la sensazione di scoprire un mondo completamente nuovo. Ogni anno cerchiamo di affinare ulteriormente la selezione, di curare film di cui essere sempre più orgogliosi e che rispecchino sempre meglio ciò che vogliamo che il festival rappresenti. Spero che le persone entrino in sintonia con queste storie, ma anche che possano semplicemente godere dello stare insieme. Una delle cose che ci rende più felici è la comunità che si raccoglie intorno al festival. Se qualcuno lascia Ona dopo aver scoperto grandi film e condiviso momenti significativi con altre persone, allora credo che abbiamo raggiunto ciò che ci eravamo prefissati. 

Spero anche che il pubblico riesca a liberarsi dei propri preconcetti. Il modo migliore per vivere questi film è accoglierli per ciò che sono: rimanere curiosi, aprirsi alla scoperta di culture e mondi che possono essere completamente estranei ai propri. Il mio invito, quindi, è molto semplice: lasciare fuori dalla sala le proprie barriere mentali e concedersi la possibilità di essere sorpresi.”

Joaquín Gómez: “Quando penso al mondo in cui viviamo oggi, ho la sensazione che siamo costantemente circondati da un enorme rumore di fondo e da molta negatività. In questo contesto, credo che Ona possa offrire qualcosa di diverso. Dà alle persone la possibilità di entrare in altre realtà e di lasciare fuori, anche soltanto per qualche ora, tutto ciò che reclama continuamente la nostra attenzione. Se un film riesce davvero a emozionarti, se continua ad accompagnarti dopo la proiezione e ti lascia un pensiero o una sensazione nuovi, allora per me è già una vittoria. È questo che spero le persone portino con sé tornando a casa.”

From Diadora "Potreros" Film by ONA Productions
ONA Short Film Festival