loader image

Viaggio nei dati biografici e nelle contaminazioni artistiche di John Margaritis, la mente cardine del progetto creativo New York Sunshine, dove la contemporaneità sportiva è sinonimo d’iconicità artistica

Quali sono gli step per essere un visionario? Un termine inflazionato, certo, eppure mai così calzante come nel caso di John Margaritis, colonna vertebrale del collettivo multidimensionale New York Sunshine. 

Tutto nasce da un approccio naturale al design del fai-da-te, poi fermenta nella profonda cultura cestistica newyorchese, infine entra in traiettoria con il surf, creando un filone artistico tutto proprio. 

L’iconicità contemporanea di New York Sunshine risiede nella sua capacità di popolare una frontiera nuova, o meglio, altra, del panorama artistico contemporaneo. Un’organica fusione di DIY, pallacanestro cult e senso estetico del futuro prossimo: dove tutto sta per arrivare.

Abbiamo composto gli step ideali di questo percorso centrale nell’immaginario sportivo contemporaneo, passando dalle origini, alle partnership speciali, ai più significativi traguardi. Compreso quello del presente, dove la ricerca New York Sunshine si sta lasciando ispirare e, allo stesso tempo, sta ispirando attraverso il progetto di residenza artistica Saw. 

4 Step che racchiudono l’identità di John Margaritis, tratteggiando, allo stesso tempo, lo stato dell’arte della sua galassia creativa NYS.

Step 1. Costruire, più o meno volontariamente, un’essenza creativa che mette radici nel fai-da-te, nella comprensione della materia, e in un nucleo fluido di passione sportiva. Poi, cominciare a fondere tutti questi pilastri tra loro. 

“La prima grande influenza è stata la falegnameria di mio padre. Lui fa mobili su misura, quindi sono cresciuto tra materiali, attrezzi, cose da costruire, creare... Quella è stata probabilmente la mia primissima esposizione al design, anche se all’epoca non la vedevo percepivo come tale.

Poi c’è stato lo sport, in particolare il basket. Non perché volessi diventare un giocatore NBA, ho capito presto che non sarebbe potuto succedere, ma per l’energia che gravitava attorno a quel gioco. Andare al Madison Square Garden da bambino era una cosa enorme per me. Prendevo il treno da Long Island con mio padre per vedere le partite dei Knicks, e non era certo un’esperienza economica… Sapevo che lui spendeva soldi guadagnati duramente, lavorando tutto il giorno in bottega, solo per regalarmi quel tipo di esperienza. Quella combinazione tra duro lavoro ed energia del Garden mi è rimasta impressa. Aveva un significato tutto suo.

Più avanti, mi sono appassionato al surf. Era qualcosa che amavo molto. Anche in questo caso, sapevo che non avrei fatto il professionista. Il surf è stato per me un modo per staccare dalla cultura sportiva tradizionale. Ho iniziato a creare T-shirt con il nome New York Sunshine, vendendole in un posto che avevo aperto, chiamato Surf Club. La gente, però, ha cominciato a etichettare NYS come un brand surf… E io non volevo in alcun modo essere inserito in limiti o confini. All’epoca la scena surf era dominata da nomi come Quiksilver o O’Neill: realtà monodimensionali. Io invece ero più ispirato da brand come Supreme, o da uno shop chiamato Nom de Guerre, situato a SoHo. Ancora oggi è uno dei miei spazi retail preferiti. Quel posto mi ha influenzato tantissimo.

Ho cominciato a pensare a come potessi mostrare quello che mi interessava davvero: non solo surf, non solo basket, non solo design… Ma la loro combinazione. In quel momento, è nata l’idea di costruire un canestro da basket in mezzo all’oceano. Per farlo devi capire di design, certo, ma anche di mare: di correnti e modalità di costruzione. È stato un modo per unire tutte le mie passioni in un’unica immagine. Quell’immagine ha colpito la gente in modi diversi. C’è chi l’ha vista solo come una foto figa, altri ci hanno letto un messaggio sul cambiamento climatico, qualcuno ci ha trovato una bella composizione visiva. Io tendo a non spiegare troppo: preferisco lasciare che ognuno interpreti le mie opere come vuole.”

Step 2. Immergersi nella propria cultura sportiva di riferimento, assaporandone ogni dettaglio, specie se connesso alla propria tradizione familiare. Poi, entrare a far parte del suo immaginario, grazie ad un’interpretazione unica, e personalissima, di una disciplina che appare come musa multiforme, così come delle sue scene e dei brand che le ispirano. 

“Sono cresciuto a Long Island, quindi non ero proprio dentro la scena streetball di Manhattan. Però, andavo spesso a vedere le partite ai campi di West 4th Street, assorbivo l’atmosfera, mi fermavo a chiacchierare. L’energia lì era sempre pazzesca. La mia ispirazione più grande è sempre stata quella dei Knicks — il Madison Square Garden in particolare.

Da un punto di vista di basket underground, un vero contatto c’è stato quando un amico ha preso il controllo del campo a West 4th e l’ha trasformato in una sorta di galleria d’arte temporanea, dove abbiamo esposto alcune opere NYS. Così, via via che i nostri progetti entravano a far parte della cultura cestistica contemporanea, ho anche avuto modo di evolvere il mio rapporto con la sua componente streetball. Detto questo, per me la cosa più importante da sottolineare è la serietà con cui New York vive il basket. Anche quando i Knicks erano davvero in basso (e intendo davvero), il Garden era sempre pieno. C’è una fanbase incredibilmente devota. Sì, ci sono anche turisti, ma l’energia del Garden è diversa da qualsiasi altro palazzetto che abbia mai visto. È uno spettacolo ogni sera.

La sensazione che provo quando finisco un progetto grande o un’installazione è come il brivido che sentivo da bambino entrando proprio al Garden: un senso di elettricità difficile da spiegare. Nel mio lavoro, cerco costantemente quella sensazione. Per questo, entrare a far parte della cultura cestistica contemporanea, per me è quasi surreale. Per esempio, una delle opere a cui tengo maggiormente è un’enorme sfera di metallo con dodici canestri. Quando l’ho realizzata, non sapevo dove sarebbe finita, volevo solo vederla esistere nel mondo. L’ho fotografata, poi l’ho mostrata ad Art Basel Miami. Dopo, la galleria Stems di Bruxelles ci ha messo in contatto con Selfridges a Londra, che l’ha voluta esporre in un programma d’arte. Così è volata a Londra, è tornata, e ora è a casa mia, in attesa di una collocazione definitiva.

In seguito, Nike mi ha chiamato per il World Basketball Festival a Lincoln Center. Quello è stato un momento importante. Ho potuto vedere la mia opera esposta in un luogo iconico. Perifno mia mamma mi ha detto: “Aspetta, mio figlio al Lincoln Center?” È stato uno di quei momenti in cui realizzi di essere entrato in spazi culturali importanti: non dalla porta principale, ma a modo tuo. Quando ho visto la scultura, ho pensato “Dovrebbe restare qui per sempre.” Immaginavo ballerine danzare attorno, orchestre suonare vicino… Tutto quadrava. Poi, c’è stato il progetto con Golden Goose a Venezia: mi hanno dato totale libertà creativa. Ho realizzato canestri personalizzati con la forma della loro nota stella, esponendoli tra canali e ponti. È stata un’esperienza folle. È pazzesco come il basket riesca a coinvolgere anche chi non segue lo sport. A Venezia non era tanto una questione di NBA, ma di pura energia. Il basket è più di un gioco; è cultura, è movimento. Ma è anche qualcosa che non si può fingere. Come lo skate o il surf, la cultura è così specifica, così vissuta, che si capisce subito quando qualcosa è autentico o unicamente scenografico. Non basta mettere qualche pallone in vetrina per far scattare una connessione. Serve autenticità: un’esperienza reale.”

Step 3. Step 3. Definire la propria visione lasciandola, allo stesso tempo, indefinita: uno spartito di messaggi che non vogliono imporre verità assolute, ma che attendono di essere decrifrati da ogni spettatore. Poi, trovare nella commistione di mondi, estetiche e culture il punto di equilibrio tra arte illuminata e passione sportiva. 

“Le scelte di materiali come acciaio, cemento e vetro temperato derivano da quella spinta, quasi innata, a lavorare con la materia grezza. Crescendo tra cantieri e bottega, sono sempre stato attratto da materiali fisici, pesanti, che presuppongono un lavoro concreto. Mi piace il contrasto tra elementi grezzi e spazi elevati, puliti. Non sempre è una scelta concettuale: è più un’attrazione per texture e peso nell’intera composizione. Amo le cose che hanno una presenza. Se non posso mostrare un’opera in una galleria bianca tradizionale, allora il miglior luogo è all’aperto. La natura è un palcoscenico perfetto: spiagge, boschi, che portano con sé mistero e tempo. Un oggetto può sembrare scoperto lì, antico e nuovo insieme. Il tempo, l’erosione, la durata sono temi che mi affascinano. E la fotografia outdoor fa parte di questo vasto processo creativo.

Non penso troppo all’identità artistica. Lavoro, costruisco, creo. Forse la coerenza nasce dal fatto che tutto viene da me. Un amico mi ha detto recentemente “Riconosco sempre il tuo tocco”... E mi sta bene così. Non cerco di definire una filosofia o uno stile riconoscibile. Faccio cose che voglio vedere esistere. Mi piace lasciare il messaggio aperto. Recentemente, parlando con un amico pittore, abbiamo convenuto su come ogni persona interpreti l’arte in modo diverso. C’è chi vede un canestro nell’oceano e ci legge un commento sul clima, chi ci vede cultura giovanile, chi semplicemente ama l’immagine. A volte neanche io so perché ho fatto certe cose. Ascoltare le interpretazioni degli altri diventa parte del mio stesso lavoro.

E ascolta gli altri equivale anche ad aprirsi a nuovi mondi. Boxe, tennis, lo stesso surf sono arrivati attraverso relazioni. Un pugile che indossava abiti New York Sunshine ci ha contattato: invece di mettere solo un logo sui pantaloncini, abbiamo fatto tutto il suo kit: pantaloncini, accappatoio, proprio tutto... Da lì è nata una vera amicizia. Stessa cosa con il tennis — Wilson ci ha chiamato, ho detto loro che non sono un grande appassionato, ma che era molto curioso di osservare il tennis attraverso gli occhi del basket. La gente a volte ha paura di mischiare tutto, ma per me lì, in quel punto d’incontro, risiede il vero divertimento. Perché non un campo da basket in un campo da calcio? O maglie da calcio con silhouette cestistiche? È una sfida creativa, che può mostrare quanto la cultura sia fluida. Questi incroci possono essere potenti, anche nel loro significato. Quell’energia, quell’impegno, quel caos: sono fonti d’ispirazione. Magari non conosco a fondo sport come il calcio, per l’appunto, ma so bene cosa significhi la passione. Se dovessi fare un progetto in quell’ambito, vorrei qualcuno dentro la cultura coinvolto. Come accade con me nel basket: lo sento nelle mie ossa.

Step 4. Dopo aver raggiunto uno status globale, capitolo dopo capitolo, opera dopo opera, rivoluzionarsi, contaminando e lasciandosi contaminare da altre prospettive artistiche, e instaurando un ciclo virtuoso teso verso il progresso e la maturazione collettiva, nella condivisione di visioni. 

“Molti pensano che dietro New York Sunshine ci sia un grande team, una mega crew di installatori, ma è davvero solo un gruppo di amici: una famiglia. È un collettivo creativo, ma costruito su rapporti veri. Con i progetti arriva anche la pressione, ed essa cambia nel tempo. Abbiamo appena lanciato il sito di New York Sunshine con un archivio dei progetti passati.

Guardando indietro ho pensato a quanto avessimo già fatto. La realtà dei fatti è che, mentre concludi in progetto, pensi già alla prossima sfida, e non hai mai tempo per gustarlo pienamente. Il lavoro commerciale mi aiuta a uscire dalla mia stessa testa, a collaborare con altri. A volte è intenso, ci sono giorni in cui sto benissimo, altri in cui mi metto in discussione. Ma lo amo. Davvero. 

Ora è iniziato un altro capitolo della mia vita: Saw. Dietro casa ho uno spazio molto grande, una specie di fienile che ho costruito. Era il mio studio, ora lo sto trasformando in una residenza artistica e galleria chiamata Saw. Voglio portare creativi che ammiro o conosco, dargli tempo e spazio per creare. Alla fine dell’estate faremo una mostra con quello che è stato prodotto. Ho sempre voluto costruire con le mani, ma ora voglio anche stare vicino a chi costruisce a modo suo: pittori, designer, qualunque cosa. Guardare qualcuno dipingere e parlare del processo creativo può accendere qualcosa in te. E io mi eccito facilmente: ancora, è la stessa energia dello sport. Passione, movimento, collaborazione. È quello che tiene viva la creatività.”