Per alcuni fotografi scattare una foto è molto più che catturare un mero momento: si tratta di capire, ritrarre e svelare le storie invisibili che si intrecciano nella vita quotidiana. Pochi incarnano questa filosofia come Theo McInnes.
Fotografo inglese il cui percorso si snoda tra la cruda istantaneità del fotogiornalismo e la sottigliezza poetica del documentario, McInnes guarda oltre l'ovvio, trovando racconti negli angoli più nascosti dell'esperienza sportiva.
Dagli esordi nel mondo della fotografia di protesta, a Londra, al fotografare le emozioni sportive senza mai concentrarsi sul gioco stesso, McInnes rivela un approccio alla narrazione profondamente umano. La sua fotografia è una dichiarazione d'amore alle emozioni che legano tutti, un volontà genuina di scoperta: comunità dopo comunità.






INSEGUIRE LE PROPRIE PASSIONI. Dagli studi di geografia umana ai primi passi nella fotografia
“Sono cresciuto a Colchester, nella contea dell'Essex, a nord-est di Londra, e ho studiato a Leeds, nel nord dell'Inghilterra. Mi sono laureato in geografia umana, qualcosa di completamente estraneo alla fotografia, che mi ha sempre interessato sin dall'infanzia. A quel punto, avevo 23 anni e non avevo fatto altro che studiare. In pratica, non avevo mai lavorato e non sapevo come si facesse a diventare fotografo di professione. Ma ero certo di voler provare a rendere la mia passione una carriera.
Mentre frequentavo l'università, ho accettato qualsiasi lavoro che potesse essere legato alla fotografia, soprattutto foto in discoteche ed eventi. Mi sentivo già fortunato ad essere pagato per avere una macchina fotografica in mano… Fotografare alle feste, però, non faceva per me. Sapevo che non era il mio genere di fotografia. È buffo perché, ripensandoci ora, penso che quelle esperienze mi abbiano insegnato a essere reattivo in determinati contesti, e in situazioni caotiche. Ora è uno dei miei punti di forza: essere attento a ciò che accade intorno a me.
Poco dopo, mio nonno è venuto a mancare e con dei soldi che mi aveva lasciato da parte ho fatto un master al London College of Communication in fotogiornalismo e fotografia documentaristica: da quel momento la mia passione per la fotografia è decollata. Ricordo che passavo la maggior parte delle mie giornate a studiare i famosi fotoreporter degli anni '50, i fotografi Magnum… Mi sono innamorato dell’approccio di questi pionieri, di ciò che rappresentavano. Amavo tutto del processo della street photography–35mm in bianco e nero, ne ero ossessionato.
La cosa interessante che ho scoperto frequentando questo corso è che, senza nulla togliere al corso stesso o agli insegnanti, che erano bravissimi, non ho imparato molto di più di quello che già sapevo sulla fotografia. Ciò che ho ottenuto da quel corso sono state le connessioni. L'aspetto sorprendente è che nella stessa classe c'erano persone come me, appena uscite dall'università e alle prime armi con la fotografia, e fotografi giornalisti affermati sulla cinquantina, persino un fotografo giapponese pluripremiato che voleva venire a studiare nel Regno Unito. Questo mix di persone è stato l’aspetto che ho apprezzato di più e che mi ha fatto crescere come fotografo”




IL FOTOGIORNALISMO. I primi lavori, le proteste, le riviste e nuove opportunità
“Ho iniziato a inviare e-mail a tutte le riviste del Regno Unito che leggevo e mi piacevano, cercando di convincere le persone a darmi lavoro e, in effetti, alcune lo hanno fatto. Mi sono fatto le ossa fotografando le proteste nel Regno Unito. Vivevo a Londra e c'erano rivolte ogni fine settimana. Ricordo quelle per la Siria e poi, naturalmente, il movimento Black Lives Matter... Ho fotografato di tutto, dalle proteste per il cambiamento climatico a quelle di estrema destra. La prima protesta che mi è stata commissionata è stata per una rivista chiamata ‘Huck’, era una manifestazione di estrema destra contro l'immigrazione a Dover, una storia assolutamente folle.
Era il compleanno della mia ragazza, io ero con un amico fotografo con cui avevo studiato, e ci siamo trovati nel bel mezzo di un gruppo di estrema destra. Non ci siamo resi conto che avevamo il piercing al naso ed eravamo vestiti di nero, sembravamo dei veri antifa. la giornata si è conclusa con io che ricevo un pugno in faccia da un protestante e, tornando a casa, chiamo la mia ragazza, dicendole che per il suo compleanno avrei avuto un aspetto un po' diverso... Questo è stato il mio primo vero lavoro da fotoreporter su commissione.
Durante quel periodo ho lavorato anche come assistente in uno studio fotografico a Shoreditch. Ero ancora molto coinvolto nel mondo del fotogiornalismo e del reportage, ma ho compreso che mi sarei dovuto calare anche nel mondo ‘commerciale’, era l’unico modo per avere una carriera sostenibile come fotografo. Il fotogiornalismo è la mia passione, è ciò che mi piace fare, ma il lavoro ‘commerciale’ è ciò che mi permette di avere un tetto sopra la testa. All'inizio sono stato a cavallo tra questi due mondi, spingendo il mio lavoro e quello che volevo fare, ma anche imparando competenze e facendo esperienza in set differenti.
Ringrazio ancora i primi magazine, mi hanno dato preziose opportunità, come quella di viaggiare seguendo proteste, celebrità, musicisti, partite di calcio e tante altre cose... Il contatto con Paesi, culture e contesti diversi mi ha aiutato a sviluppare nuove capacità”




LA FOTOGRAFIA SPORTIVA. Il fascino delle sottoculture sportive
“Il primo lavoro a tema sportivo è stato casuale. Si trattava di un piccolo editoriale per un torneo di calcio chiamato CONIFA World Cup, un evento internazionale per Stati, minoranze, popoli e regioni non affiliate alla FIFA. Ho subito capito che mi piaceva fotografare lo sport. Credo che, in qualche modo, si colleghi alle mie radici e al mio passato fotogiornalistico.
Ho pensato che, in fondo, anche nello sport eravamo solo io e la mia macchina fotografica a raccontare la storia di un evento unico. Ho subito focalizzato i miei obiettivi sui tifosi, l'atmosfera, il quartiere che ci circondava, l’idea di cultura sportiva: proprio come nel fotogiornalismo. Onestamente, credo che questo tipo di approccio sia il mio più grande punto di forza nella fotografia sportiva.
Mi sono domandato sin da subito come si potesse fotografare uno sport e raccontare una storia senza fotografare la partita in sé per sé. Come si può andare a una partita di calcio o raccontare la storia di un particolare derby senza fotografare i giocatori? Questo è ciò che mi interessava. Lo stesso vale per altri tipi di fotografia, ad esempio: come si può ritrarre una persona senza fotografarne il volto? La mia risposta è: concentrandosi sulle mani, l'ambiente circostante, gli oggetti, i dettagli… Sono tutti pezzi di un puzzle che, messi insieme, creano una narrazione fotografica non scontata.
La maggior parte delle volte il mio approccio è spontaneo. Ogni giorno è diverso e unico, rispetto alla luce, alle mie vibes e a mille altri fattori... Penso che non sia tanto lo sport a dettare il tipo di immagini, quanto la giornata. Se vado a una partita di rugby, nella mia testa ho in mente un certo tipo di scatti con cui vorrei tornare a casa, le impostazioni, gli obiettivi che userò… Alla fine, però, è l'andamento della giornata stessa a determinare il tipo di foto. L'anno scorso ho fotografato la partita del Sei Nazioni giocata a Roma e ci tornerò tra qualche settimana per fotografare di nuovo. È passato un anno. Anche se ho già un paio di idee in testa, sono sicuro che sarà tutto sarà nuovo e diverso”








L’ESPERIENZA FA LA DIFFERENZA. Una cosa è guardare uno sport, un'altra è fotografarlo
“L'esperienza nella fotografia fa tutta la differenza del mondo. Non si possono notare tutte le sfumature dello sport finché non ci si reca sul posto per immortalarle.
Quando ero bambino andavo spesso a vedere l'Ipswich Town, la mia squadra locale. Andare a quelle partite mi dava delle sensazioni completamente diverse da quelle che ho oggi. Non prestavo attenzione ai vari dettagli, mi godevo semplicemente la partita. Qualche anno fa, fotografando le prime partite, ho iniziato a vederle in modo diverso, a notare nuovi aspetti. Ora so quali sono i posti migliori in cui trovarsi in certi momenti, gli spot dove si ottengono le composizioni più belle… E so qual è il momento perfetto per arrivare, così come quello per andarsene. Quando fotografi uno sport inizi a considerare tutti questi aspetti.
Di recente ho vissuto un'esperienza davvero bella. Sono andato a vedere una partita del Crystal Palace qui, a Londra, con alcuni amici ed è stata la prima volta dopo tanto tempo che sono andato ad una partita senza portare con me la macchina fotografica: mi sono davvero divertito. Non dovevo preoccuparmi di fare belle foto, ma solo di godermi la partita con le persone che avevo accanto. Mi sono sentito di nuovo bambino”






IL SIGNIFICATO DELLA FOTOGRAFIA. Scavare più a fondo, ricercare l'ignoto, raccontare storie vere
“Per me la fotografia riguarda le persone, non solo nello sport. Sono le loro emozioni, le loro storie che mi hanno sempre interessato e credo che questo aspetto sia alla base del mio amore per la fotografia.
Durante l'estate a Londra ci sono sempre dei luna park nei parchi. Grandi ruote panoramiche, autoscontri, ecc… Un giorno stavo passeggiando con il mio cane davanti a queste enormi strutture e ho notato delle roulotte, appartenenti ai proprietari delle giostre e alle loro famiglie. Mi sono fermato a parlare con loro e mi hanno spiegato la loro vita: gli spostamenti da una città all'altra, lungo tutto il Regno Unito. Li ho trovati subito molto interessanti, diversi. Volevo conoscerli meglio, così ho deciso di seguirli e di fare un progetto sul loro stile di vita.
Uso lo stesso approccio quando fotografo eventi sportivi. Ciò che mi interessa sono le persone, i tifosi. Sono loro che rendono rilevante uno sport, portano l'energia, amano il gioco, ci credono, trasudano un mix unico di emozioni. Quando mi commissionano delle fotografie sportive, la maggior parte delle volte non chiedo l’accredito per andare a bordo campo, voglio solo stare sugli spalti. perché cosa c'è di più folle che fotografare un uomo di 60 anni con un paio di tatuaggi sul viso che impazzisce per una partita di calcio?
Da un lato mi fa sorridere. Sono sempre stato un amante dello sport, la mia vera passione è il rugby, ne sono innamorato da quando avevo 18 anni. Quando ero più giovane, mi piaceva guardare partite di calcio con i miei amici e la mia famiglia, ma non sono mai stato un fan sfegatato di una squadra. Credo sia questo il motivo della mia fascinazione nei confronti dei tifosi: non capisco fino in fondo le loro emozioni, come possano essere così coinvolti. È questo che mi incuriosisce e che ricerco. Quando mi approccio a un progetto, tutto è legato a questo senso di fascinazione: vedere qualcosa di diverso dal solito, volerlo capire e cercare di fotografarlo. Possono essere appassionati di sport, giostrai, rednecks degli Stati Uniti… Le sottoculture mi incuriosiscono.
Quando fotografo qualcosa di nicchia o non convenzionale, mi sembra più interessante. Anche la gente si incuriosisce, si appassiona, vuole saperne di più, perché probabilmente non l'ha mai visto. È questo che mi spinge a realizzare questo tipo di progetti.
Non fraintendetemi, è bello avere l'opportunità di fotografare sport più grandi e ‘mainstream’, come il calcio, il rugby, il golf o il tennis, ma io sono più per gli sport marginali, unici, sconosciuti. Oggi non si sorprende più nessuno se fai un reportage sul calcio... Pensate, invece, ad un progetto concentrato su una piccola comunità britannica che organizza gare di piccioni. Si tratta di andare sotto la superficie, alla costante ricerca di qualcosa di vero e sconosciuto”








AVERE L’ACCESSO. Il lato empatico della fotografia
“Avere il giusto accesso fa, a mio avviso, il 90% del lavoro. Molte persone sono in grado di scattare buone foto con la pratica e l'esperienza, ma riuscire a scavare sotto la superficie di un particolare gruppo e raccontarne la storia è un'altra cosa, è difficile e richiede tempo. A volte io stesso non ho avuto successo.
Per progetti come i luna park o gli appassionati di piccioni, mi ci è voluto più di un anno per ottenere un vero accesso. Anche dopo aver trascorso un po' di tempo con loro, mi sono reso conto che stavo fotografando solo la superficie. Sapevo che c'era dell'altro, ma non riuscivo ad entrarci. Molte volte diventa frustrante e, di tanto in tanto, si fallisce perché non si è parte di una comunità: non è il tuo gruppo, non appartieni a quella cultura. Devi creare relazioni reali, passare del tempo con le persone e guadagnarti la loro fiducia.
Per mia fortuna, sono bravo a entrare in empatia con le persone e a fare amicizia. Nella maggior parte dei miei progetti, mi è capitato d’immedesimarmi così tanto con i soggetti che, all'improvviso, smettevo di guardarli dall’esterno. Mi sentivo anch’io un osservatore interno, parte di loro. Quando conosci davvero le persone, poi si rilassano, si abituano a uscire con te, a bere una birra, a fare una passeggiata. Devi passare tanto tempo con loro, abituarli a vederti con una fotocamera in mano. La presenza della macchina, poi, smette di fare la differenza. Non sei più un fotografo, ma un amico.
Alle volte non si ha questo lusso. In un progetto documentaristico, è più facile fotografare persone che non hanno l’abitudine di essere fotografate. Ho il tempo di sviluppare un rapporto con loro, di farli sentire a proprio agio. Ad esempio, nei servizi fotografici con le celebrità o gli sportivi famosi è più difficile, perché si hanno a disposizione solo pochi minuti. In quei minuti, indipendentemente dal fatto che gli atleti siano stati fotografati un milione di volte, devono sentirsi a proprio agio con te, non con la macchina fotografica. Si tratta di fargli abbassare la guardia di fronte a te. È impegnativo.
Mi è capitato di fotografare Éric Cantona e volevo che ridesse in modo naturale, non è stato semplice. Le persone devono fidarsi di te. È un'abilità che si sviluppa con la pratica”




PROGETTI FUTURI. Cercare di portare sempre qualcosa di nuovo
Una cosa su cui mi sto concentrando è pensare a nuovi modi di scattare e a come presentare le cose in modo diverso. Questo è ciò che mi spinge a fotografare in questo momento. Ovviamente il soggetto è fondamentale, ma anche il modo in cui lo si presenta è importante. È necessario per incuriosire le persone.
Per quanto riguarda lo sport, è da un po' di tempo che ho in mente di realizzare un progetto incentrato sugli sport culturalmente super britannici. L’ippica ad Ascot, il tennis a Wimbledon, il canottaggio ad Oxford… Voglio trasmettere quel senso di nobiltà inglese, molto posh, molto stereotipato, una sorta di ‘Englishness in Sports’.”



Credits






