loader image

Grazie ad Icebreaker, abbiamo avuto modo di sezionare l’esperienza UTMB di un volto ufficiale del brand neozelandese e, soprattutto, di un atleta-creativo, scoprendo il soundtrack della sua esperienza e, allo stesso tempo, comprendendo che riflessioni si celino dietro un consapevole ritiro

L’UTMB rivela. Differenti approcci. Differenti obiettivi. Differenti esperienze. Eppure, nello spartito di vette che circonda Chamonix, proprio tra i trail più celebri al mondo, ad ogni atleta, ad ogni essere umano viene sempre dato modo di scoprire qualcosa in più di sé stesso, del proprio rapporto con la corsa. Nel caso di Mike Kratzer, le consapevolezze maturate sono quelle racchiuse in un ritiro sereno, dal sapore del traguardo, nonostante la decisione di non tagliarlo fisicamente. 

Una scelta maturata in accordo con la propria anima e con il proprio modo d’intendere il running, che fornisce una chiave di lettura altra su una settimana che chiede, per definizione, di mettere al centro di tutto la spinta di corpo e mente oltre i rispettivi limiti. Ma che non impone questo processo, lasciando la possibilità ad ogni sensibilità di fare tesoro di ciò che vuole e che sente più suo. Come avvenuto nel caso di questo atleta e creativo, profondamente connesso alla dimensione musicale. 

Grazie ad Icebreaker, partner ufficiale di Kratzer, abbiamo conversato con lui tirando le somme di un’esperienza nata e conclusa nel desiderio di scoprire quello che la corsa può restituire, e nella piena comprensione del perché la si pratica.   

Mike Kratzer at UTMB in Chamonix for Icebreaker
Mike Kratzer at UTMB in Chamonix for Icebreaker
Mike Kratzer at UTMB in Chamonix for Icebreaker

Ad una persona come te, che filtra il mondo e il trail running attraverso una lente profondamente personale e una sensibilità che va ben oltre la dimensione puramente sportiva, cosa rivela un evento come l’UTMB? 

“Negli ultimi dieci anni non avevo voluto partecipare all’UTMB, perché non mi convinceva fino in fondo il modo in cui era strutturato. Aveva poco a che fare con la mia idea di trail running. Ma non sto di certo diventando più giovane e, ad un certo punto, ho pensato che avrei voluto vivere almeno una volta un’esperienza come l’UTMB, la TDS o l’OCC. Allo stesso tempo, è qui che tutti finiscono per ritrovarsi. È forse l’unica occasione dell’anno in cui puoi avere tutti i tuoi amici nello stesso posto e condividere i trail con loro: amo questo lato dell’evento. L’UTMB ha, in sé, delle dimensioni troppo grandi per esercitare un fascino vero su di me, ma all’interno di un evento così vasto penso che sia comunque possibile trovare la propria dimensione. Puoi trovare luoghi come la casa in cui stiamo parlando ora, dove si incontrano persone accomunate dallo stesso spirito. Puoi prendere parte all’UTMB e, al tempo stesso, mostrare che esiste un altro modo di vivere la montagna e di praticare questo sport.

Per me la corsa è sempre stata, prima di tutto, un confronto con me stesso. Ho degli obiettivi, ma non sono ossessionato dalla necessità di raggiungerli. Semplicemente, amo allenarmi e, in un certo senso, ho bisogno di avere un qualcosa per cui allenarmi. Se la preparazione è stata buona e poi la gara non va come previsto, come è successo questa volta con il ritiro, posso comunque guardarmi indietro e vedere una splendida estate di allenamenti, così come tutte le persone meravigliose che ho avuto modo d’incontrare lungo il percorso. Ho scoperto, semplicemente, che questo tipo di gara non mi piace. Passi continuamente da salite e discese, e tutto sembra lento. Non è questo il modo in cui mi piace correre. Fisicamente stavo benissimo, ma ad un certo punto mi sono detto: fin qui è stata una bella esperienza, ma non c’è alcun motivo per continuare per altre dieci ore se ciò che sto facendo non mi restituirà altro. Quindi, sono davvero felice della decisione che ho preso. Chiunque sia arrivato al traguardo ha tutta, davvero tutta, la mia ammirazione. Mi sembra incredibile che si possa trovare gioia in una forma di sofferenza simile.”

 

Di recente, in un approfondimento per Athleta, hai raccontato che la corsa ti ha reso “il governatore della tua stessa vita”. Cosa significa governare sé stessi e le proprie scelte durante una gara come l’UTMB? E come si governa, invece, la decisione del ritiro?

“Credo che durante una gara arrivi un momento in cui devi decidere se continuare o meno. Nel mio caso, però, non si trattava di un momento di crisi. Semplicemente, avevo smesso di provare gioia in ciò che stavo facendo. E per me questo conta, conta molto, perché il senso della corsa, anche quando comporta sofferenza, sta nel ricevere comunque qualcosa in cambio: felicità, divertimento, un qualcosa che sostanzi ciò tutto quello che stai dando. Ripensando alle ore di gara, mi sono reso conto che non avevo sorriso neppure una volta. A quel punto ho preferito fermarmi, recuperare più rapidamente e arrivare in salute a una nuova gara nelle prossime settimane, piuttosto che costringermi a finire soltanto per poter dire di aver finito. La mia salute viene prima, e non avevo nulla da dimostrare. Non sentivo alcuna necessità di andare avanti. Semplicemente, è arrivato il momento in cui sono riuscito a dire a me stesso: ecco, questa cosa non fa per te.”

Mike Kratzer at UTMB in Chamonix for Icebreaker
Mike Kratzer at UTMB in Chamonix for Icebreaker

Considerando il tuo profondo rapporto con la musica, quale colonna sonora ti ha accompagnato, metaforicamente o tangibilmente, durante questa esperienza? 

“Molto garage e punk uptempo: musica immediata, facile da ascoltare. Cercavo qualcosa che distogliesse la mente dal terreno, che potesse semplicemente rimanere sullo sfondo. Nulla di complicato, nulla che richiedesse particolare concentrazione o attenzione. A volte hai semplicemente bisogno di un po’ di rumore. Di solito, durante una gara, incontri altre persone e inizi a parlare con loro. In questo caso, però, molti partecipanti erano francesi e alcuni non parlavano bene inglese, oppure semplicemente non avevano molta voglia di conversare. Ad un certo punto credo di aver trascorso qualcosa come sette ore da solo. Dopo cinque ore avevo semplicemente bisogno di un po’ di rumore, di qualcosa che fosse lì, insieme a me.

La musica può diventare anche una sorta di premio. Ti dici: bene, adesso arrivo al prossimo punto di ristoro e, una volta lì, mi concedo venticinque minuti di musica. Poi la spegni di nuovo e torni a goderti il silenzio. Dipende sempre dal momento. Questa era soltanto la seconda gara in cui, per alcuni tratti, ho ascoltato musica. È stata molto lunga e, in certi momenti, accadeva davvero poco, perché le salite sembravano interminabili. Per percorrere 125 chilometri ci ho messo circa ventisei ore. Ho provato a dormire, ma ormai faceva troppo freddo e ho dovuto proseguire per evitare il rischio di ipotermia. Probabilmente è stato uno degli errori che ho commesso: non dormire durante il giorno, quando faceva caldo, e provarci invece quando era già buio e la temperatura era scesa. Ma si vive per imparare.”

 

A Chamonix eri anche in rappresentanza di Icebreaker, con cui stai assumendo un ruolo che va ben oltre quello di talent tradizionale. In che modo stai cercando di lasciare il tuo segno su questo brand? E cosa ti affascina, maggiormente, della sua identità?

“Usavo Icebreaker molto prima che iniziassimo a lavorare insieme. In montagna non puoi indossare cotone: quando si bagna può diventare un problema serio. Ho sempre utilizzato Icebreaker come base layer e, ogni volta che andavo in montagna con persone meno esperte, una delle prime cose che facevamo era controllare se avessero l’equipaggiamento adeguato o meno. Per me la lana merino è sempre stata una necessità. Inoltre viaggio molto e il merino evita i cattivi odori, quindi non si ha bisogno di lavarlo continuamente. Ci sono ragioni estremamente concrete per cui questa collaborazione ha senso per me: sono prodotti di cui ho realmente bisogno e che utilizzo. Abbiamo iniziato a parlarne circa tre anni fa e quest’anno la partnership è diventata ufficiale. Ciò che mi interessa adesso è la possibilità di contribuire a creare capi funzionali che siano anche belli da indossare. Mi piacciono i brand in cui ci si può riconoscere, piuttosto che quelli che sentono il bisogno di farsi continuamente notare: realtà che non inseguono ad ogni costo l’ultima novità, ma possiedono fondamenta solide e una propria identità. Credo che Icebreaker possegga esattamente ciò.”

 

Prima dello UTMB avevamo avuto modo di entrare ancora più in profondità nella visione running di Mike Kratzer, clicca qui (https://athletamag.com/it/a-running-soul-mike-kratzer/) per recuperare il focus editoriale. 

Mike Kratzer at UTMB in Chamonix for Icebreaker
Mike Kratzer at UTMB in Chamonix for Icebreaker