Levi Luggen e Gregor Betschon vanno alla ricerca della neve, e delle sue emozioni
E se la neve non dovesse cadere, quest’anno? Gli splitboarder Levi Luggen e Gregor Betschon cercano la risposta a questa domanda, portandoci allo stesso tempo in un viaggio intimo, o meglio, in una ciclica ricerca del momento perfetto sulla tavola, e della sua condivisione. È l’arte dello splitboarding, della salita, della discesa, della ricerca di set che in alcuni casi possono essere sublimi palcoscenici innevati, in altri percorsi da immaginare, e da esplorare.
Scopriamo l’essenza del film ‘Things We Never Told You’ attraverso le parole di Levi Luggen e Gregor Betschon, e gli scatti di Phil Bucher.


‘Things We Never Told You’. Ci raccontate da dove nasce questo film e cosa significa, partendo dal titolo, che è stato ispirato dalla speciale traccia composta da Andreas Achermann? here)?
Levi Luggen: “La colonna sonora — Things We Never Told You — non l’avevamo mai sentita prima. Era qualcosa nato dalla sua immaginazione. Ma appena l’abbiamo ascoltata, ci è sembrata subito perfetta. Di solito, nei film di snowboard avventura, vedi solo il lato bello: cieli azzurri, powder da sogno, tutto epico. Invece in questo viaggio ci siamo beccati anche pioggia, neve brutta, condizioni difficili. E volevamo mostrare anche quel lato dello splitoboard. Per questo la traccia ha funzionato: trasmetteva esattamente quell’umore.”
Gregor Betschon: “L’unico dubbio che ci siamo fatti qualche volta era sul fatto che il film fosse in tedesco, la nostra lingua, ma il titolo in inglese. Forse ha creato un po’ di confusione all’inizio. Ma alla fine ci siamo detti: è proprio questo contrasto che incuriosisce. Fa venire voglia di scoprire cosa c’è dietro. E in fondo racchiude perfettamente il senso del film.”
Splitboard. Cos'è per voi questa disciplina e com'è stato viverla e raccontarla nel progetto?
Gregor Betschon: “È il quinto anno che lavoro con Levi, e il primo film che abbiamo fatto insieme era proprio sullo splitboard. Lì è iniziata la nostra collaborazione. Da subito era chiaro: se volevamo fare film così, dovevamo essere leggeri e veloci in montagna. Le troupe grosse rallentano tutto. E anche visivamente volevamo che il film fosse onesto, che raccontasse davvero quello che sentivamo. Per questo ci sono tanti follow shot — ma puoi farli solo se il tuo partner di riprese sa davvero andare in tavola. Quella dinamica ha definito il nostro modo di lavorare. Per me, lo splitboard è libertà: esplorare posti dove con gli impianti non arrivi. In Svizzera sciare è carissimo, e con la motoslitta non puoi girare. Ma con lo splitboard sì. È un modo per uscire dai limiti. Sei libero. Sei fuori. Punto.”
Levi Luggen: “Per me è la forma più pura di snowboard: ogni metro che scendi, te lo sei guadagnato salendo. È uno sport lento, sì, ma proprio quella lentezza ti connette alla montagna in un altro modo. A volte guardi la tua meta per ore — una cima, una linea — e sai che ci devi arrivare con le tue gambe. E quando finalmente sei lì in alto, è una sensazione pazzesca. Ce l’hai fatta, con la tua forza. E la discesa è il regalo. Per me lo splitboarding è spazio: per pensare, riflettere, vivere il momento. Non è solo performance. È esperienza.”






E se la neve non arriva più? Il cambiamento climatico si sente anche in montagna. Qual è la vostra visione?
Gregor Betschon: “Il primo film l’abbiamo girato in un inverno da record, nevicava tantissimo. Era un sogno. Così ci siamo detti: ‘Ok, ci è andata bene, ora rifacciamolo, ma meglio.’ Abbiamo fatto più scouting, cercato location con panorami più belli, linee più interessanti... ma abbiamo completamente dimenticato una cosa: serviva la neve. E quell’anno non nevicava. All’inizio ci scherzavamo: ‘Magari la prossima settimana, magari con un meteo differente, che arriva da ovest…’ Ma sono passati mesi così. Solo a marzo o aprile abbiamo avuto abbastanza neve per iniziare a filmare la storia che volevamo. È stata dura. Siccome era partito come progetto legato al turismo, abbiamo pensato: ‘Vabbè, stagione sfortunata. La prossima sarà meglio.’ Ma no. È andata peggio. Più di una volta mi sono chiesto: e se quella di due anni fa fosse stata l’ultima vera stagione? È questa la nuova normalità? Quest’anno era partito bene… poi di nuovo secco. Con Things We Never Told You non volevo puntare il dito o fare un manifesto. Volevamo solo far vedere com’è stato davvero: come ci ha colpiti, come abbiamo provato ad adattarci pur di continuare a fare quello che amiamo. Il tema è importante, ma è anche enorme. E fa paura. Noi abbiamo raccontato solo la nostra piccola esperienza.”
Levi Luggen: “Nel film non lo affrontiamo direttamente, ma ovviamente ci pensiamo. Non solo quando siamo in montagna. Anche nella vita di tutti i giorni. A Brig abbiamo ancora ghiacciai, quindi per ora l’acqua non manca. Ma magari durerà altri 50 anni. Poi, se d’inverno non nevica più, non è solo lo snowboard ad essere in pericolo. È la vita.”
Com’è stato unire uno storytelling più profondo alle immagini adrenaliniche dello splitboarding?
Levi Luggen: “Come diceva Gregor, il primo anno avevamo condizioni pazzesche, quindi siamo partiti a tutta senza pensare troppo a come montare poi il film. L’unico obiettivo era trovare le linee migliori. Con questo progetto invece abbiamo iniziato a pensare allo storytelling già durante le riprese. A volte abbiamo scelto una linea meno bella ma con uno sfondo più forte. O ci siamo presi del tempo per filmare anche momenti ‘normali’: la salita, la notte in rifugio, le chiacchiere. Questo ci ha permesso di raccontare di più. È stata un’evoluzione: quello che abbiamo imparato dal primo film, l’abbiamo portato qui — e ha fatto la differenza.”


Com’è stato vivere questa evoluzione creativa?
Gregor Betschon: “Abbiamo imparato tantissimo. A un certo punto ci siamo detti: ‘Magari dopo due anni, questo film non lo faremo mai.’ Per tanto tempo non riuscivamo a trovare una storia che funzionasse. All’inizio avevamo uno storyboard, ma la realtà non ha rispettato il copione. Così siamo entrati in un processo lunghissimo di ri-montaggio. Mi ricordo un giorno in cui ho messo le cuffie e ho riascoltato tutti gli audio delle riprese, camminando. E lì ho iniziato a sentire cose nuove: battute, emozioni, dettagli che potevamo usare per dare personalità al film. Abbiamo iniziato a rimettere tutto insieme non con un classico arco narrativo, ma in modo più naturale. Il film cresce piano, arriva a un climax e finisce. Non ha mille colpi di scena. E all’inizio pensavo: ‘Magari sembra troppo semplice, quasi banale.’ Ma con quei momenti personali — le battute, i dubbi — è diventato qualcosa in cui la gente si riconosce. Magari qualcuno inizia a guardarlo e si chiede: ‘Nevicherà mai?’ Forse skippa. Ma se resta fino alla fine… lo sente. Capisce. E lì ho capito che non era solo un altro snowboard movie. Era qualcosa di diverso. Ed era pronto per uscire.”
Un’immagine o un momento che vi ha colpito?
Gregor Betschon: “Uno su tutti: a metà film si vede il Lago di Ginevra con il monte Grammont sullo sfondo. Stavamo filmando lì da quattro giorni. L’ultimo giorno, scendendo, ci accorgiamo che abbiamo dimenticato il drone. Dentro c’erano le riprese di quei quattro giorni. Quindi: di nuovo in salita. 300 metri di dislivello, zero energie. Ero a pezzi. Troviamo il drone, ma ci perdiamo nel bosco, non troviamo più il sentiero… panico. A un certo punto, lo vediamo. Il sentiero. Mi ricordo ancora quel momento. Un sollievo totale. Non eravamo in pericolo vero, ma io ero finito. Mentalmente svuotato. Quella è stata una svolta. Un sospiro di sollievo.”
Levi Luggen: “Un tour che mi è rimasto dentro è stato a marzo. Siamo andati su una montagna con rocce rosse e abbiamo fatto un po’ di scrambling, niente di tecnico, ma super divertente. C’era tutto: splitboard, un po’ di arrampicata, bei momenti... Abbiamo anche dormito nella neve per mezz’ora. Una giornata strana, intensa, bellissima. E le immagini girate col camcorder sono tra le mie preferite.”



Il film è descritto come “un’avventura che racconta la dedizione e l’entusiasmo per la sensazione di leggerezza.” Cosa rappresenta per voi quella leggerezza?
Levi Luggen: “Glissare nella powder fresca e profonda: è la sensazione più vicina al volo. Ti senti leggero, non solo nel corpo ma nella testa. Sei lì, completamente presente. Ed è il massimo che lo snowboard ti può dare.”
Gregor Betschon: “Per me quel momento arriva nell’ultima scena del film, quando Phil segue Levi nella discesa. Lo vedi: è emozionato. È quella sensazione di volare, pur restando a contatto con il terreno. È strano, raro, succede solo con le giuste condizioni. Ma quando succede… sei solo corpo e movimento. Esplodi dentro. E io amo profondamente quella combinazione: libertà, flow ed emozione pura.”
State già lavorando a un nuovo progetto?
Entrambi: “In realtà, prima di questo incontro eravamo al telefono a parlarne. Durante il montaggio dell’ultimo film, però, — un anno e mezzo per la precisione — ci sono stati momenti in cui ci siamo detti: ‘Basta, questo sarà l’ultimo.’ È stato estenuante. Rivedere le stesse clip mille volte, lavorarci nei ritagli di tempo, senza budget, senza contratti… Solo passione. Ma l’abbiamo finito. E quando l’abbiamo proiettato quattro volte in Svizzera, qualcosa è cambiato. I feedback ci hanno ricordato tutto il bello che abbiamo vissuto in montagna. Ci hanno ridato voglia. Voglia di creare qualcosa di diverso, qualcosa che non si vede spesso online o ai festival. Ora è questo che ci spinge: tornare in quella mentalità creativa, immaginare nuove storie e pensare: ‘Questa merita di essere raccontata.’ E sì, vogliamo sempre più concentrarci sul racconto, non solo sull’azione.”







