Da Mastroianni alla Curva Siberiano, viaggio nell’immaginario di una poliedrica creativa innamorata del calcio, e delle sue sfumature socio-antropologiche
“Non supereremo mai questa fase”, diceva Colin Firth in uno dei più celebri connubi tra Beautiful Game e settima arte, trasponendo in immagini e parole l’ispirazione letteraria di Nick Hornby e del suo ‘Febbre a 90º’. Firth si riferiva ad una fase sinonimo di vita, la fase della fede calcistica, dell’amore per le gradinate, del calcio come strumento d’identificazione ed esaltazione sociale.
In quell’iconica scena è racchiusa la visione di Alessandra Coppola: una visione che parte dalla fascinazione per il cinema, tocca lo studio del mezzo fotografico, di uno strumento antropologico, prima che artistico, per arrivare ad un flusso di coscienza, e di produzione, fatto di contaminazioni pop, kitsch e neorealiste. Nel lavoro multidimensionale di questa storyteller delle sottoculture sportive, specialmente calcistiche, ogni immagine è racconto, ed ogni composizione è scena.
Scopriamo perché attraverso la sua testimonianza biografica.



UNA MATRICE CINEMATOGRAFICA
“Ho sempre voluto fare la regista, fin da bambina sono stata appassionata di cinema, mi affascinava l’idea di backstage, desideravo comprendere le dinamiche che tenevano in piedi quella grande fabbrica dei sogni. Durante il secondo anno di liceo mi sono iscritta ad un corso fotografico per apprendere le basi tecniche di questo linguaggio, dopo il diploma mi sono iscritta all’Accademia di Belle Arti di Napoli e, per apprendere le basi della fotografia filmica, ho proseguito il mio rapporto con la fotografia da autodidatta, concentrandomi prevalentemente sulla ritrattistica e sui reportage, che ancora oggi sono i nuclei principali del mio lavoro. L’immaginario del cinema neorealista è sicuramente una colonna portante della mia visione artistica. Mastroianni, De Sica, Scola, Visconti, Antonioni, Fellini... Sono tutti echi che, più o meno consapevolmente, ispirano le mie composizioni. Da un punto di vista fotografico, non ho riferimenti altrettanto chiari. In generale inseguo il concetto di arte, e per me ‘arte’ equivale a tutto ciò che accende il mio cervello a livello creativo. Quando dico che la mia ricerca fotografica ha come nucleo principale il cinema, intendo che provo a raccontare, ogni volta, una storia. Provo a creare dei personaggi, colmando la lacuna dell’espressione verbale con uno studio approfondito degli elementi che utilizzo”




L’ESSENZA DEL BEAUTIFUL GAME
“Il calcio è una passione che, da sempre, corre su binari paralleli rispetto al cinema e alla fotografia. Mio padre mi ha portato allo stadio per la prima a volta a 6, 7 anni. Ovviamente parlo dello Stadio Arechi di Salerno, la mia città d’origine. Definire mio padre ‘tifoso’ è estremamente riduttivo e ho preso da lui quest’amore viscerale che si divide tra la Salernitana e, soprattutto, la Roma. Nessuno a casa è romanista, ma fin da piccola sono innamorata della capitale e della fede giallorossa, fin da piccola ho resistito alle prese in giro di tutti i miei amici... Ricordo ancora il mio battesimo all’Olimpico, un derby finito 0-0. Vissi quell’esperienza come in un film di Verdone, o come una scena de ‘Il tifoso, l’arbitro e il calciatore’. Vidi quella partita con un amico laziale di mio padre che mi procurò il biglietto in Tevere Nord... Avevo 12 anni e indossavo, ovviamente, la maglia di Totti. Mi misi a piangere, ma riconobbi la bellezza dello sfottò romanesco, dei veri tifosi, di coloro che, come nel film con Pippo Franco che ho appena menzionato, servono il caffè in tazzine giallorosse per far baciare a tutti i colori della ‘Magica’. Come andò a finire? Qualcuno notó quella macchia rossa in un mare celeste e notó soprattutto il mio disagio. “A regazzí”, mi disse, “ma che te piagni viè qua in mezzo a noi che ce fai in mezzo a sti zozzi!”. In quel preciso istante è nato il mio amore eterno”
“L’universo fotografico e calcistico si sono incrociati in modo naturale lungo la strada: ho sempre cercato di fonderli con coerenza, rispettando valori fondamentali, specie in luoghi sacri e, allo stesso tempo, complessi come le curve. Non mi butto in qualsiasi atmosfera calcistica e non faccio produzioni che non abbiano un reale senso, per me e per chi viene ritratto. Fotografare i tifosi non è semplice. Con i romanisti l’ho sempre ‘rischiata’, diciamo così, mi sono buttata cercando, però, di farlo in punta di piedi. Non nascondo che ho un estremo rispetto delle persone, soprattutto nei contesti di curva, quindi non fotografo chi non vuole essere ritratto. Se poi faccio un errore, chiedo scusa. Nei lavori più istituzionali, invece, come avvenuto con la Salernitana in occasione dei suoi 105 anni, ho avuto l’opportunità di entrare realmente in contatto con la Curva Siberiano e si è creato, tra virgolette, un rapporto d’amicizia”




CORI DI STRADAÂ
“Quando ho iniziato a produrre e attaccare poster per le strade di Roma, non avevo una precisa idea di un lavoro continuativo. Il primo l’ho dedicato a Monica Vitti, il giorno del suo 90esimo compleanno. Volevo omaggiare quest’icona assoluta di bellezza, capace di racchiudere tutte le qualità femminili e attoriali. Sono partita dal concetto di locandina da cinema, poi ho sagomato la forma rettangolare e ho aggiunto la scritta ‘Monica Amore Nostro’, evidenziando il suo valore di patrimonio collettivo. Da lì ho proseguito omaggiando altre leggende, come Battisti e Pasolini, eventi speciali, come i 90 anni di Sophia Loren, e figure contemporanee come Liberato. Per Battisti ho usato la frase ‘Angelo Della Canzone’, ricordando il titolo di una prima pagina di giornale che era appesa nella vecchia casa dei miei genitori: se non sbaglio, era la prima pagina del Corriere della Sera, in occasione della sua morte. Per Pasolini, ho scritto ‘A Pà, Poeta De Borgata’, com’era definito nelle strade romane... Oltre a questi omaggi, ho anche creato poster utilizzando foto mie, in uno di questi ho messo un bambino che sputa e la frase ‘Non C’è Budget’: volevo ironizzare sul mondo creativo contemporaneo. A livello calcistico, ho dedicato un poster a Daniele De Rossi, utilizzando una sua foto dei primi anni nell’AS Roma, quando era ancora un bambino, e aggiungendo un ‘Sogna... Ragazzo, Sogna’. Era diventato da poco allenatore dei giallorossi”



ATIPICHE DIMENSIONI SPORTIVE
“Il wrestling è un altro filone legato a quelle passioni infantili che non ho mai, veramente, cancellato. Mi riferisco al periodo d’oro, quello degli anni 2000, quando collezionavo figurine e mi emozionavo per la macchina di Eddie Guerrero o rimanevo scioccata nel vedere Rey Mysterio senza maschera... È rimasto sinonimo di personaggi indelebili, come Nunzio, con la sua bandiera italiana, e di un meraviglioso kitsch. Non parlo di trash, ma proprio del kitsch esasperato, tipico della cultura americana di quegli anni, dove figure super virili indossavano leggins aderenti rosa o baffi platino. Mi facevano volare. Ho recentemente ripreso quest’immaginario in un editoriale, chiamato ‘The Baddest Show’. Anche in questo caso ho attinto dal cinema, studiando e creando personaggi ad hoc: i gemelli luchadores, il classico ‘american beauty’ della situazione, il bambino-arbitro... Ho anche utilizzato una delle foto di questa produzione per produrre due poster: un misterioso luchadores e il malconcio ‘american beauty’ con la frase -batte ancora-”
“Ho scoperto il cricket qualche anno fa, a Napoli, in una zona periferica. Ero su un set e sentivo delle voci, così mi sono affacciata e ho visto una comunità di giocatori pakistani. Mi sono informata e, una volta rientrata a Milano, ho cercato e conosciuto un gruppo analogo. Al cricket mi lega una fascinazione estetica, lo stesso vale per il baseball o la pallanuoto, sport protagonista di ‘Palombella Rossa’ di Nanni Moretti. Sono sport che mi attirano per i gesti, gli strumenti, le divise... Durante i vari incontri con questi giocatori di cricket, ho compreso quanto questo sport sia una boccata d’ossigeno e, contemporaneamente, uno strumento d’aggregazione ed identificazione per un’intera comunità all’interno di una metropoli come Milano. Mentre scattavo, pensavo agli italiani che arrivavano negli Stati Uniti nel ‘900, e riflettevo su come il calcio dovesse aver giocato lo stesso ruolo per loro, e su come continui a giocarlo anche al giorno d’oggi...”




IL RITORNO ALLA SETTIMA ARTE, LA ROMA PER SEMPRE
“Dopo anni di esperienze nel mondo fotografico, sto riprendendo in mano la mia passione cinematografica. Mi sono fatta le ossa da un punto di vista tecnico ed estetico, ora mi sento pronta a reinserirmi nei set. Ho lasciato Milano, perché percepisco questo periodo come un momento di svolta. Roma mi chiama. Nel prossimo futuro voglio iniziare una fase di scrittura e pensare ad un corto: non ne giro uno da diversi anni. Poi, vorrei realizzare sicuramente qualcosa per i 100 anni della Roma. Non ho ancora individuato quale sarà il linguaggio di comunicazione, forse ne saranno diversi e in più forme. Ci sto lavorando. Quello che so è che sicuramente riuscirò a fare qualcosa per il centenario giallorosso. Ricostruire ed evolvere il mio rapporto con il cinema e con la città del mio cuore, però, sarà la priorità assoluta”









