Grazie a K-Way abbiamo avuto modo di esplorare il connubio tra Leonardo Fioravanti, icona contemporanea del surf italiano, e globale, e Tommaso Geraci, storyteller visuale incaricato di ritrarre i versi composti da Fioravanti sulla tavola, in un rapporto che va ben oltre la partnership professionale
La tavola come un prisma, attraverso cui tutto diviene esperienza, magia, espressione, inevitabilmente, racconto.
Da una parte, Leonardo Fioravanti, massimo interprete della disciplina: artista autodidatta, che dal litorale romano ha trovato modo di farsi strada tra le onde oceaniche, fino al raggiungimento di uno status impossibile da immaginare, almeno fino alla sua venuta, nella storia italiana di questa forma d’arte sportiva. Dall’altra, Tommaso Geraci, la lente attraverso cui questa ride verso l’eccellenza è divenuta e continua a divenire dato concreto, assumendo la forma di visioni estetiche e costanti successioni di quadri narrativi ritratti, tubo dopo tubo, ad ogni latitudine del globo.
Atleta e biografo visuale. Artista e pittore digitale. Nella loro sinergia, un cammino congiunto, teso verso il massimo raggiungimento del potenziale stilistico, nonché agonistico, del surf, e sospinto da una connessione umana via via più profonda. Tra i celebri scenari oceanici di Peniche, ospiti di K-Way in occasione dell’ultima (e unica) tappa europea della World Surf League, abbiamo avuto modo di dialogare con entrambi, trattando la tavola come prisma, per l’appunto, in grado di rifrangere percorsi biografici, poetica del surf e cura di ogni dettaglio.
Ne è scaturito un duplice flusso di coscienza, un compendio ondoso, capace di trasmettere due approcci differenti, ma affini, ad una comune passione.






Leonardo Fioravanti
“Credo che il mio stile personale sia profondamente influenzato dalla mia italianità. Avere uno stile riconoscibile, qualcosa di bello e unico anche dal punto di vista estetico, per me è sempre stato importante. Ci sono surfisti che surfano benissimo, ma che non sono propriamente belli da vedere... Io ho sempre cercato di sviluppare un tipo di surf che andasse oltre il punteggio, che potesse ispirare giovani ragazzi e ragazze, magari seduti sulla spiaggia, a voler surfare come me. Avere uno stile preciso significa sicuramente, in un certo senso, essere un artista.
Ci sono surfisti che mi hanno ispirato tantissimo pur non avendo dato forma a carriere sportive, nel senso stretto del termine, particolarmente spettacolari. Il loro modo di surfare, di eseguire determinate manovre, per me continua ad essere qualcosa di straordinario. Penso, per esempio, ad Andy Irons. Il suo modo di stare sulla tavola è un qualcosa d’irreplicabile. Oppure penso a Michael Rodrigues, ragazzo brasiliano che esegue degli air incredibili. Per me sono fonti d’ispirazione. Ho sempre cercato di raccogliere piccoli elementi da surfisti diversi, trovando in ciascuno qualcosa che potesse contribuire a costruire il mio modo di surfare. D'altronde, è esattamente quello che accade nell'arte: gli artisti raccolgono suggestioni, piccoli spunti, trasformandoli in espressione personale.
La cura del dettaglio è importantissima. Il dettaglio rintracciabile anche, per esempio, in una fotografia: cosa di cui mi ritrovo spesso a discutere con Tommaso, che mi segue raccontando il mio percorso attraverso immagini. Credo di non essere mai soddisfatto al cento per cento, perché cerco sempre qualcosa in più. Con l’esperienza ho capito che questa continua ricerca può avere anche un lato negativo, ma che, affrontandola nel modo giusto, può diventare una forza. Puoi essere felice di quello che fai, di quello che hai e della persona e dell’atleta che sei, continuando comunque a cercare qualcosa in più. Questo desiderio ti spinge a voler diventare una continua versione migliore di te stesso.
Quando ti trovi ad affrontare una tela in costante movimento, come l’oceano, entra in gioco soprattutto l’istinto. Devi essere completamente presente, centrato su quello che stai vivendo. Continuando il parallelismo con l’arte, in quell’ambito puoi creare qualcosa, decidere di buttarlo via e ricominciare da capo. Nel surf è diverso. Quando arriva l’onda giusta, potrebbe essere la tua unica opportunità. Non puoi sprecarla, non puoi pensare di avere una seconda possibilità. Devi mettere tutto in quell’istante, concentrandoti esclusivamente su te stesso e su quello che sta accadendo.




Entrare ed essere nel flow è un processo che qualsiasi atleta ricerca continuamente. Il flow state è difficilissimo da spiegare, perché quando lo raggiungi sei talmente immerso nel tuo mondo da non renderti conto di quello che sta succedendo attorno a te. Ricordo la mia giornata a El Salvador (prima vittoria in carriera di Fioravanti nel circuito WSL ndr): tutto è accaduto senza che dovessi forzare niente. Ero sempre nel ritmo giusto. Non cercavo di ottenere qualcosa a tutti i costi, vivevo semplicemente un momento dopo l’altro. Ero nel flow. È una sensazione incredibile, difficilissima da ritrovare altrove. Credo che la cosa più importante sia evitare di forzarla. Devi lasciare che arrivi.
La lettura dell’oceano è un altro lato essenziale del surf. Purtroppo non esiste un libro che possa spiegarti esattamente come farlo, ma è anche questo il bello: ognuno può interpretarlo a modo proprio. È una cosa meravigliosa e frustrante allo stesso tempo. Puoi trascorrere ore e ore in acqua, imparare tantissimo sulle correnti e sul funzionamento dell’oceano, e poi ritrovarti completamente fuori ritmo nel giro di trenta minuti. Anche per questo parlo così spesso d’istinto. Mi ripeto continuamente di seguirlo. Significa affidarmi all’esperienza accumulata negli anni, alle migliaia di ore trascorse in acqua, alla connessione che ho sviluppato con l’oceano... Non saprei spiegare esattamente perché, in un determinato momento, sento di dover rimanere un po’ più a sinistra oppure spostarmi verso destra. Lo sento. Ho imparato ad ‘ascoltare’ l’oceano, ad entrarci in sintonia. Non esiste un modo esatto per riuscirci sempre, se esistesse sarebbe tutto troppo facile.
L’immagine manifesto di questa sintonia, per me, è quella del tubo. Quello che si vede dall’esterno è bellissimo, ma quello che senti quando sei dentro è qualcosa di spettacolare. È un momento speciale, difficile da descrivere. Sei soltanto tu e l’oceano. È incredibile pensare di trovarti all’interno di un tubo creato dalla natura, di poter vivere una forza naturale così straordinaria... In quel momento il mondo si ferma. Mi piacerebbe moltissimo poter dare ad ogni persona la possibilità di provare quella sensazione...




Oltre alla meditazione e alla gratitudine che provo per questo sport, devo ammettere che un altro elemento che mi ha permesso di fare un salto importante nella mia carriera è stata la lettura. Leggo tantissimo. A volte basta qualcosa che trovi in un libro per cambiare il tuo modo di vedere lo sport, oppure la vita in generale. Leggere le biografie di altri atleti, guardare documentari sportivi, ascoltare interviste: sono tutte esperienze che mi hanno aiutato a creare collegamenti tra discipline diverse e a trovare ispirazione nelle storie di altre persone.
Ci sono atleti, per esempio, che considerano il proprio sport come l’unica cosa importante nella vita, qualcosa davanti a cui tutto il resto perde di significato. Io non la vedo così. Per me esistono la parte di vita che affronto quando surfo e la parte che vivo fuori dall'acqua. Sono due dimensioni che convivono benissimo, perché amo entrambe. Voglio apprezzare i momenti trascorsi con la mia famiglia e con i miei amici, così come voglio continuare ad apprezzare il surf ogni singolo giorno.
Vedere tutte le persone che sono venute a sostenermi a Peniche, con un numero incredibile di bandiere italiane sulla spiaggia, magari spendendo una parte importante dei pochi soldi che hanno… La sento come una cosa veramente speciale, che esula dallo sport stesso. Lo apprezzo tantissimo. Mi è dispiaciuto non essere riuscito a fare di più in questa tappa, per me stesso, ovvio, ma in grande parte soprattutto per loro. Avrei voluto regalare altre emozioni, altri momenti belli da vivere insieme. Provo una gratitudine enorme.
Come dicevo in precedenza, vedere giovani surfisti che iniziano a praticare questo sport grazie a me è una vittoria che non ha paragoni. Proprio a Peniche ho incontrato una famiglia di surfisti che ha deciso di chiamare il proprio figlio Leonardo, per me. Ecco, in acqua non esiste una vittoria simile a questa. Vedere una nuova generazione di ragazzi e ragazze italiane che vuole surfare come me e vivere il mio stesso stile di vita, è altrettanto una vittoria. Sono dati che rimangono, in grado di andare molto oltre la singola gara. E, in fondo, anche oltre il surf stesso”




Tommaso Geraci
“Fotografia e surf sono due passioni sviluppate in parallelo. Per diversi anni sono rimaste separate. Ho iniziato a surfare in Italia, negli stessi luoghi di Leonardo, nella zona di Santa Marinella. La fotografia, invece, è nata dalla semplice curiosità. Dopo il liceo ho cominciato a studiarla prevalentemente da autodidatta, frequentando anche qualche corso, senza immaginare che un giorno sarei diventato un fotografo o un videomaker specializzato nel surf.
Dopo qualche anno, ho cercato di capire se fosse possibile lavorare come fotografo di surf in Italia, incontrando moltissime difficoltà. Ho parlato con diversi fotografi professionisti, che nel nostro Paese si occupavano principalmente di tutt’altro. Molti, tra loro, mi hanno scoraggiato. Ma il desiderio di provarci non è mutato. Ho continuato a insistere finché sono entrato in contatto con Roberto D’Amico, uno dei migliori amici di Leonardo e importante surfista della nostra zona. Roberto apprezzava molto le mie fotografie e mi ha consigliato di sviluppare anche la produzione video. Così, ho trovato i primi piccoli lavori legati al surf, collaborando con la Federazione e con Roberto stesso. Poi, Leonardo, mi ha chiesto di lavorare per lui.
Il nostro rapporto è nato in maniera naturale. Il primo approccio è stato personale, prima ancora che professionale. Come già detto, avevamo già avuto modo di trascorrere del tempo in compagnia e si era creata una bella confidenza. Nel giro di pochissimo, il nostro legame è diventato molto stretto. Ora, viaggiamo insieme, condividiamo le case in cui soggiorniamo, gli spostamenti, praticamente ogni momento delle competizioni... È inevitabile che, vivendo così tanto tempo insieme, il rapporto vada ben oltre quello lavorativo.
Leonardo mi aveva spiegato fin dall'inizio che non stava necessariamente cercando il fotografo o il videomaker più bravo in assoluto. Cercava soprattutto una persona con cui trovarsi bene. Il mio lavoro, per certi aspetti, è anche molto meccanico: le immagini servono a Leonardo per allenarsi, nel vero senso del termine: per rivedere i propri movimenti, analizzare quello che fa in acqua... Il mio ruolo è anche quello di supportarlo, facilitargli la vita e permettergli di affrontare tutto con maggiore tranquillità. Per lui, avere qualcuno capace di fare questo è, credo, ancora più importante di avere una persona in grado di scattare fotografie migliori di chiunque altro.
Naturalmente, il fatto che io stesso sia un surfista, seppure amatore, aiuta tantissimo. Aiuta quando entro in acqua per filmare, ma anche quando lavoro al computer e devo selezionare determinate immagini. Conoscere il surf significa comprenderne i gesti, le difficoltà, gli aspetti tecnici… Del resto, anche i colleghi che lavorano con altri surfisti sono quasi sempre persone che praticano questo sport o che ne sono profondamente appassionate. Non potrei fare lo stesso lavoro, per esempio, nello snowboard, perché non ne comprenderei e apprezzerei allo stesso modo le caratteristiche tecniche e stilistiche.
Del surf amo soprattutto le emozioni che riesce a regalarti quando sei in acqua. La cosa straordinaria è che puoi divertirti indipendentemente dal tuo livello. Anche quando sei un principiante, ogni fase dell'apprendimento può darti soddisfazioni enormi. In altri sport, l’inizio può essere molto frustrante. Leonardo, per esempio, gioca anche a golf. Io ho provato, ma quando sei così inesperto fai fatica persino a divertirti. Nel surf, invece, puoi vedere una persona che riesce appena ad alzarsi sulla tavola provare una gioia paragonabile a quella di Leonardo quando attraversa un tubo di tre metri…



Dal punto di vista fotografico, il mio sguardo è sicuramente attratto dalla componente naturale che circonda il surf. Ci troviamo a lavorare nell’oceano, circondati da scenari incredibili: spesso abbiamo accesso a prospettive uniche. Quando filmi dall’acqua, in qualche modo, riesci a portare anche lo spettatore lì con te. Se dovessi scegliere un’immagine che rappresenti perfettamente questa sensazione, penserei a Tahiti, dove sono state disputate le ultime Olimpiadi e dove si svolge una delle tappe WSL.
Trascorro praticamente tutta la giornata in acqua con Leonardo, nuoto accanto a lui e lo filmo da posti privilegiati. In quei momenti mi emoziono quasi come se stessi surfando io, perché riesco a percepire in modo diretto tutta l’energia delle onde e di Leonardo stesso. Le occasioni che preferisco in assoluto, però, sono quelle in cui riusciamo a viaggiare al di fuori delle competizioni, con l’unico obiettivo di realizzare delle belle immagini. Purtroppo capitano raramente, magari una o due volte all'anno... Ma quando succede è bellissimo, perché abbiamo molta più libertà di decidere cosa fare e come raccontarlo.
Durante le competizioni, invece, il nostro lavoro è inevitabilmente orientato alla performance. Ogni giorno Leonardo analizza i propri movimenti insieme al suo coach. Io preparo tutto il materiale video. Quando ci troviamo nella stessa casa, guardiamo le immagini insieme. Ci sono tantissimi dettagli da considerare, soprattutto a un livello come il suo, dove la ricerca del miglioramento e del perfezionamento è continua.
Anche dal punto di vista estetico, il dettaglio è fondamentale. Una bella immagine di surf dipende molto dallo stile dell’atleta. Sullo stile ci si può lavorare, ma credo esista anche una componente innata. Leonardo, secondo moltissimi appassionati, ha uno stile particolarmente bello da vedere. Per me, un surfista deve essere elegante, deve riuscire a trasmettere l’impressione che quello che sta facendo non costi alcuna fatica. Allo stesso tempo, deve esprimere una grandissima potenza. Deve sprigionare forza senza mostrare lo sforzo necessario a produrla. Deve avere un impatto importante sull’onda, ma anche essere profondamente connesso con essa. È un insieme di caratteristiche non semplici da decifrare.
Alla luce di tutto questo, con Leonardo condividiamo ovviamente anche molte riflessioni sulle immagini che scatto. Naturalmente, essendo lui il surfista ai vertici mondiali, il novantanove per cento dei suoi commenti riguarda la selezione in base alla pulizia tecnica del gesto: un dato che gli interessa particolarmente. Ogni tanto, interviene anche sul risultato artistico della singola composizione, ed è giusto che sia così, perché alla fine l’immagine è la sua.




Il mio lavoro dialoga anche con l’universo di brand che supportano Leonardo. Con K-Way, per esempio, ci siamo sempre trovati molto bene, soprattutto per il rapporto umano che si è creato. C’è un contatto diretto, una vicinanza favorita anche dal fatto che si tratta di una realtà italiana. Sono sempre stati tra i primi sostenitori di Leonardo, ed è un qualcosa che aiuta tantissimo. La parte più complessa, a volte, consiste nel fare da filtro tra le esigenze dei brand e dei media e gli impegni sportivi di Leonardo. Sono situazioni complesse da gestire, ma cerchiamo sempre di fare il massimo. Proprio perché la nostra priorità rimane la performance, quello che faccio è cercare di catturare quanti più momenti possibili e poi selezionare quelli che meglio si adattano alle esigenze dei brand. Durante una competizione non posso organizzare liberamente uno shooting particolare, quindi devo essere capace di riconoscere e raccogliere le immagini giuste mentre le cose accadono.
Un’altra difficoltà è la necessità di essere sempre completamente flessibili. Per garantire a Leonardo la massima disponibilità, praticamente non posso pianificare il mio anno con troppo anticipo. Potrebbe succedere, ed è già successo in passato, che da un giorno all’altro i programmi dei mesi successivi cambino completamente. Non puoi prevedere queste situazioni, ma devi essere pronto ad accoglierle e gestirle nel migliore dei modi. Bisogna essere disponibili a riorganizzare tutto all’ultimo momento, oltre ad accettare di trascorrere parecchi mesi all’anno lontano da casa.
Poi c'è la componente emotiva, che è intensissima. Più ti appassioni a questo percorso, più ti affezioni a Leonardo, più ogni gara finisce per coinvolgerti personalmente. Quando non va bene, sto veramente male anch’io. Ma cerco sempre di ricordarmi una cosa, che ripeto spesso anche ai tifosi: nessuno tiene al risultato più dell’atleta stesso. Capisco che chi segue uno sport con passione possa lasciarsi andare a giudizi o critiche, ma bisognerebbe ricordarsi che, quando un atleta non raggiunge il risultato desiderato, è lui a soffrirne più di chiunque altro.
Questa consapevolezza mi aiuta anche a gestire meglio quei momenti. Devo rispettare quello che Leonardo sta vivendo dopo ogni gara, ma anche aiutarlo a guardare subito avanti. Una volta analizzato l’errore e capito cosa si può imparare, bisogna riuscire a resettare tutto e concentrarsi su quello che si può fare oggi per evitare di ripetere lo stesso errore domani. C’è sempre una gara successiva, una nuova occasione per migliorare.


Credo che la storia di Leonardo abbia già tantissimo da raccontare. Forse manca soltanto un lieto fine. Quest’anno ha ottenuto la sua prima vittoria in una tappa del Mondiale, e già questo, secondo me, rende il suo percorso straordinario. Mi piacerebbe, magari alla fine della sua carriera, ripercorrerlo interamente, anche per ricordare da dove è partito.
Oggi ci sono nuove generazioni di surfisti italiani che hanno raggiunto livelli molto alti e che potrebbero, un giorno, arrivare dov’è arrivato lui. Ma bisogna ricordare che Leonardo è nato e ha trascorso i suoi primi anni in Italia, sviluppando il proprio talento surfando sulle nostre onde. Molti dei ragazzi che oggi hanno il potenziale per seguire le sue orme hanno trascorso l’infanzia sull’oceano. Un surfista nato e cresciuto in Italia capace di arrivare dov’è arrivato Leonardo non si era mai visto. Credo che chiunque conosca davvero questo sport possa rendersi conto di quanto sia eccezionale.
Per questo cerco di non pensare troppo al peso della responsabilità che comporta raccontare attraverso le immagini un atleta così importante per la storia del surf italiano. Metto tutto il mio impegno nel lavoro che faccio, ma l’obiettivo principale del nostro team non è costruire la comunicazione più bella o raggiungere il pubblico più grande possibile. Naturalmente ci interessa anche questo, e cerchiamo di curarlo nel migliore dei modi. Ma Leonardo si allena ogni giorno per vincere, ed è inevitabile che anche tutte le persone che lavorano con lui finiscano per condividere quella stessa mentalità.
La mia soddisfazione più grande sarebbe vederlo diventare campione WSL. Se poi arrivassero anche maggiore notorietà e riconoscimento, sarei felicissimo per lui e orgoglioso di aver contribuito, attraverso le mie immagini, a raccontarne il percorso. Ma, prima di ogni altra cosa, vorrei semplicemente vederlo raggiungere vette che mai nessuno ha raggiunto”






