Enrico Rassu ci porta dentro la sua visione di arte partecipata, uno spazio ludico dove i divieti dell'establishment artistico contemporaneo svaniscono, tramutandosi in gioco condiviso
Cosa nasce da un divieto, se non un senso di necessità? Cosa scaturisce da un’imposizione forzata, se non un flusso di creatività condivisa: uno slancio collettivo alla ricerca dell’evasione, del desiderato ritorno alla libera autodefinizione?
‘No Ball Games’, il multiverso di arte partecipata concepito da Enrico Rassu, è lo step successivo a queste domande o, ancora meglio, una risposta concreta ad esse.
Tutto nasce da un’immagine nelle turbolenti notti della Grande Londra, un cartello ‘No Ball Games’, il più crudo dei divieti, circondato dalla giovane anarchia. Da un gruppo di ragazzini che la lente di Enrico Rassu raggiunge, conosce e interiorizza. Da quell’incontro, la nascita di una pubblicazione. Poi, la presa di coscienza di un messaggio che poteva, in qualche modo, scardinare le logiche tossiche, irrimediabilmente stantie, del cosmo artistico contemporaneo.
La libertà d’espressione, suggerisce il purpose di Rassu, è un patrimonio prezioso, che necessita di essere tutelato in tutta la sua purezza. Una partita di calcio tra le strette stradine della periferia londinese. Un evento con centinaia di persone nel cuore di Milano. Il pallone da una parte. Graffiti, opere e suoni ritmati dall’altra. Il senso di condivisione nel mezzo. Comprendiamo meglio questo progetto, riuscito recentemente ad ispirare anche una sinergia con adidas Original, attraverso la voce dello stesso Rassu.




‘No Ball Games’ ha un chiarissimo rimando all’immaginario sportivo. Puoi raccontarci la filosofia di questo progetto e l’influenza ludica alla base di essa?
“Penso che un po’ tutto parta dal gioco. Il gioco è libertà, è espressione. È qualcosa che, quando sei davvero bravo, può darti un lavoro. Ed è proprio in quella transizione che tutto cambia. Quando il gioco si trasforma in lavoro, muta anche l’energia intorno a te. Cambia come le persone ti vedono, come interagiscono con ciò che fai. Cambia l’approccio, cambia il senso. Io stesso ci sono passato. Ero un ragazzo con un sogno, che stava raggiungendo cose importanti: lavoravo con artisti americani, con brand, con rapper... Ma sentivo che, allo stesso tempo, quella corda si stava facendo sempre più stretta. Dovevo continuamente scendere a compromessi. D’altronde, quando il gioco entra nel mondo del lavoro, del denaro, della competizione... Quello spirito originario, disincantato, si perde.
Quando ho iniziato a processare questa dinamica, mi sono quasi sentito traumatizzato. In Sardegna, dove sono cresciuto, ero abituato a lavorare con amici, a divertirmi. Poi, all’improvviso, mi sono ritrovato in ambienti dove dovevo stare attento a tutto: a chi mi circondava, alle persone di cui potevo realmente fidarmi, a quello che dicevano di me. Mi sono chiesto cosa stesse succedendo... Fino a poco tempo prima, giravo video a Sassari con i miei amici. D’un tratto, mi ritrovavo a Londra in mezzo a discografici e grandi brand... Eppure, la gente sembrava non essere felice. Per quanto abbia provato a trasporre anche in quei contesti il mio spirito originario, a un certo punto non ce l’ho più fatta. Ho capito che non potevo sprecare la mia vita seguendo logiche che, nella maggior parte dei casi, non dipendevano da me.
Così, ho creato la mia ‘stanza artistica e ludica, assieme a persone che credono negli stessi valori, come Greta Scarselli e Lvnar che sin dall’inizio hanno partecipato nella creazione degli happening, e che hanno portato un valore importante. E con collaborazioni con collettivi di tante arti. Come dei writer “Yes”, collettivi di solo ragazze come “Walk the Talk”, e di musica e freestyle come il “Muretto” e il “Cerchio”, gruppo di ragazzi delle superiori e non appassionati di arte e musica, per citarne alcuni. ‘No Ball Games’ è uno spazio dove, finalmente, abbiamo potuto far ritorno a quella dimensione originale: niente biglietti, niente liste, niente nomi, niente CV o portfolio... Nessuna sovrastruttura. Solo persone, energia e voglia di fare. Questa è stata la principale sfida di un progetto a vocazione sociale come ‘No Ball Games’. Ho voluto riportare alla luce questo tipo di approccio all’arte, e di condividerlo in strada. In poco tempo, ‘No Ball Games’ è diventato il mio sport preferito. È un allenamento continuo, soprattutto da un punto di vista relazionale: impari a porti con gli altri, a giocare ogni volta con persone nuove. In fondo, lo sport è anche correre, organizzare, fare sacrifici ogni giorno, e nella stragrande maggioranza dei casi senza guadagnarci nulla, solo per passione…”




Quali sono i ‘divieti’ imposti oggi dall’industria dell’arte? E come ha deciso d’infrangerli ‘No Ball Games’?
“Per quanto sia un professionista impegnato nella fotografia, nella direzione creativa, e in rami creativi attigui, volevo riportare lo spirito di una volta, quello di cui parlavo in precedenza, in contesti che non seguissero le dinamiche professionali tipiche di questo tempo. Volevo ricreare uno spazio di passione pura, privo di negatività. Organizzo e continuerò ad organizzare gli appuntamenti ‘No Ball Games’ per vedere centinaia di persone diverse nella stessa stanza, libere di esprimersi. Come se fosse una social run: un appuntamento che ti fa stare bene, che crea endorfine. Gli artisti non guadagnano soldi o status, ma relazioni e benessere. Proprio come se fossero membri di una running crew.
Il problema oggi è che siamo bombardati dalle immagini del lavoro altrui. Non c’è più il tempo o lo spazio per essere veramente liberi. Prima, per vedere un’opera dovevi andare a una mostra o comprare un libro. Ora, vedi tutto subito, ogni giorno, ogni minuto. Questo crea ansia e paragoni in ogni artista. Ti chiedi: “Sono abbastanza bravo? Sto facendo qualcosa di valido?”. E ti senti meno libero. Perché la libertà, a volte, è anche non sapere cosa stanno facendo gli altri. Oggi, invece, tutto è sovraesposto, tutto è giudicato. ‘No Ball Games’ vuole cambiare questo paradigma. Vuole porsi come spazio dove potersi esprimere senza paura, senza giudizio. È una risposta personale, collettiva, artistica a un mondo che spesso non lascia spazio alla leggerezza, alla verità e, per l’appunto, alla libertà.
Inoltre, nell’arte contemporanea non esiste più una vera via di mezzo. O sei parte di un'accademia, ovvero di un circuito iper istituzionale, oppure sei un ‘wannabe’, etichettato come sognatore. Le gallerie da un lato, gli studenti o creativi idealisti dall’altro. Manca un luogo che stia nel mezzo: un tipo di spazio dove puoi semplicemente fare, senza dover per forza appartenere. ‘No Ball Games’ è in questa intersezione di dimensioni artistiche. È un work in progress continuo, dove non esiste business plan”




Il percorso indipendente di ‘No Ball Games’ si è recentemente intrecciato con un brand monumentale come adidas, per una speciale campagna confluita in un evento popolatissimo, organizzato a Milano. Come hai gestito questa sinergia, alla luce dell’anima del progetto? E com’è stato ricevere quest’ulteriore ‘validazione’ della tua visione?
“L’idea, fin da subito, è stata quella di mantenere sempre intatta l’essenza di ‘No Ball Games’. adidas, per esempio, non è arrivata con l’intento di stravolgere il progetto: ha rispettato i suoi crismi, la sua anima, decidendo di supportare e promuovere le nostre iniziative. La filosofia alla base del progetto, poi, era estremamente allineata con una collezione dalla chiara identità, come quella adidas Original: ispirata, per l’appunto, da chi è capace di cambiare le regole con la propria visione. La mia idea è che ‘supporto’ e ‘promozione’ siano concetti molto diversi da ‘sfruttamento’ o ‘snaturamento’. Quindi, nonostante fossi estremamente cauto, la scelta è risultata molto naturale. In passato, tante collaborazioni partivano con belle intenzioni, ma finivano per usare ogni mia energia, senza valorizzarmi come persona. Questa volta non è successo, è stato tutto fantastico. La mia prima richiesta è stata chiara: se l’evento di Milano diventa a numero chiuso, non lo faccio. L’evento doveva essere aperto, senza lista, senza nomi, senza gerarchie. Ed è andata alla grande.
Si sono presentate 800 persone, in una normale sera milanese colorata da freestyle in strada, graffiti, rap, quadri e opere di ogni tipo. È stata una serata importante, significativa: totalmente libero da vincoli. Per me ha rappresentato un segnale enorme. Se le cose partono da terra, possono arrivare ovunque. Per davvero. Questo è stato il messaggio che mi ha regalato l’evento. Ho capito che ‘No Ball Games’ ha radici profonde, autentiche, e che la sua crescita non ha limiti. Quello che mi interessa davvero è la dimensione umana alla sua base. Non c’è spazio per la competizione. Non c’è spazio per interessi economici o secondi fini. Nessun artista firma contratti, nessuno è obbligato a vendere la propria arte. Questo mi rende tranquillo. Ho scelto consapevolmente di non trasformarlo in un modello economico, ‘No Ball Games’ deve rimanere puro”



Qual è l’attuale stato dell’arte del multiverso ‘No Ball Games’, e che altre forme assumerà in futuro?
“Negli anni ho imparato a rispettare profondamente quello che fanno gli altri. Mi piace dare possibilità, connettere persone, creare ponti. Se non fossi circondato da collaboratori fondamentali, non riuscirei a farlo. Quindi, oggi ‘No Ball Games’ è un collettivo aperto, orizzontale, dove non esistono gerarchie o ego.
È il motivo per cui l’atmosfera è speciale: perché non ci sono ‘interessi da adulti’. Niente percentuali, niente quote, niente competizione. È faticoso, è un impegno umano enorme: non è sempre e solo un gioco, anche se vorrei lo fosse... Ma è un’esperienza pazzesca. Il capitale umano che sta emergendo grazie a questo progetto è qualcosa che non smette di sorprendermi. Trovo di tutto: dai ragazzini delle superiori che portano i loro primi graffiti su tela, a vecchie glorie del writing che espongono insieme a loro, fino ad arrivare a trapper e rapper, a progetti artistici dedicati all’inclusività. Tutto nello stesso spazio. Tutti insieme. L’impatto emotivo è fortissimo.
‘No Ball Games’ ha assunto tante forme, fin dal suo principio. È nato come libro, poi è diventato evento, spazio fisico, performance. Ce ne sono ancora molte da esplorare. Una che mi piacerebbe proporre, anche nel breve termine, è quella di pranzo popolare, nel senso antico del termine. Un grande tavolone, 100 sedie, ognuno porta qualcosa da mangiare o si ordina una pizza. Nessun biglietto, nessuna lista. Solo condivisione. Si sta insieme. Si ride. Si fa casino. Sono convinto che anche questa, in fondo, sia arte”

Credits
Photos – Following the layout
Fernando Shaya
Enrico Rassu






