Il 2 volte oro olimpico nel park e ambassador Golden Goose ci parla d’identità australiana, rapporto con lo skate e design applicato all’iconica sneaker Ball Star Pro, scesa nello skatepark di Place de la Concorde e salita sul gradino più alto del podio di Parigi 2024 insieme a lui
Lo skate è design. È una scena popolata da singoli microcosmi creativi, da eclettiche personalità che nei propri trick riescono a riversare il proprio vissuto, i propri istinti, le proprie imperfezioni. Dove lo skate diventa competizione, poi, trasponendo la sua originaria anima sottoculturale nella magica piattaforma olimpica contemporanea, questi artigiani della tavola condividono con il mondo, profani compresi, una forma d’arte che ha un chiaro inizio, ma che mai come oggi è stata aperta a così tante contaminazioni, e possibili futuri. La parabola dello skate ha la forma del viaggio, quindi. Una forma che viene riflessa ed elevata dall’esperienza di Keegan Palmer, il 21enne nato negli USA, ma radicato nel Queensland (paradiso naturalistico dell’Australia nord-orientale), che è riuscito a conquistare i primi 2 ori olimpici della storia nella specialità del park.
Se Tokyo 2021 è stato un imprevedibile battesimo di fuoco e, nel caso di Palmer, un precoce bagno di gloria, Parigi 2024 ha rappresentato la consacrazione di questo skater dall’anima tanto cosmopolita, quanto profondamente connessa alla Gold Coast ‘Aussie’. Una consacrazione associata indissolubilmente ad un brand, Golden Goose, che nella scena skate ha trovato, fin dalla sua fondazione tra le calli di Venezia e l’ispirazione di Venice Beach, la più credibile musa per la propria estetica, visione ed identità. Lo skatepark di Place de la Concorde non si è limitato, difatti, ad ammirare le ride di Palmer, culminate in un praticamente-perfetto 93.11 conseguito indossando le Golden Goose Ball Star Pro durante l’atto finale, ma ha anche carpito l’essenza di questo talento, in grado di riversare estro nel contenuto, così come nel contenitore del suo mezzo artistico.
Le Ball Star Pro, sneaker limited-edition prodotta per l’occasione grazie agli input dello stesso Palmer, ha difatti funto da tela e manifesto sia per la sensibilità dello skater australiano, che per la filosofia Golden Goose, da sempre ispirata dalla forza del sogno, e dalla potenza della sua condivisione. Nel bollente luglio parigino, il sogno di Palmer si è tinto nuovamente d’oro, ponendo il secondo pilastro della sua (ormai già) corposa legacy nella scena skate, e arricchendosi dell’ennesima evoluzione del suo microcosmo creativo: la partecipazione attiva nello sviluppo di una sneaker a cinque cerchi. Identità e funzionalità, emozioni e design.
In concomitanza con i festeggiamenti del 25º anno di storia Golden Goose e con il lancio di una speciale, significativa campagna, legata alla sneaker più iconica prodotta dal brand veneziano, la Super-Star, che vede Palmer co-protagonista al fianco della leggendaria attrice, attivista e icona culturale Jane Fonda, abbiamo avuto l’opportunità di ascoltare la testimonianza di questo pluri-campione olimpico, di esplorare il suo rapporto con l’Australia e di comprendere i suoi più recenti capitoli creativi al fianco di Golden Goose.




Sei nato negli USA e hai trascorso molto tempo lì (anche ora vivi in California). Alla luce di questo, perché hai deciso di rappresentare l’Australia e il Queensland a livello internazionale? E che tipo di emozioni hai vissuto, vincendo due storici ori olimpici per questo Paese e la sua cultura skate?
“Penso che scegliere il Paese che avrei rappresentato sia stata la decisione più complessa per me. L’Australia è dove ho imparato tutto: come camminare, parlare, andare in skate e surfare, praticamente tutto ciò che so fare oggi. Per questo sentivo di dover restituire qualcosa all’Australia. Vincere quelle due medaglie per il Paese mi ha fatto sentire che ce l’ho fatta, sono stato in grado di donare qualcosa alla città, alla comunità, ai bambini, a tutti coloro che mi hanno sostenuto durante i miei anni di crescita lì. Quindi, per me è questo il motivo più significativo della mia scelta”
Il tuo percorso sportivo in Autralia è stato anche ispirato dal surf, uno dei pilastri culturali di questa nazione. Il surf quanto ha influenzato la tua carriera da skater? E che ruolo gioca nella tua vita oggi?
“Per me il surf è sempre stato una via di fuga dallo skate e dall’intero mondo dei social media. Quando sei fuori a surfare, sei solo con la tua tavola, e con l’oceano, o puoi essere al fianco dei tuoi amici e della tua famiglia. Mi trasmette un senso di pace e mi permette di staccare da tutto il resto. Mi piace anche lo stile applicato al surf, il modo in cui le persone si muovono sulla tavola, il flow intrinseco a questa pratica. Provo a trasporre quello stesso stile sullo skate, per rendere i miei movimenti più fluidi e naturali, come se fossero frutto dell’approccio stilisitico di un surfer. Posso tranquillamente dire che tanto del mio stile nello skate deriva dal surf”




A Tokyo, il COVID ha limitato il pubblico, ma a Parigi hai trovato una folla incredibile. Per certi versi, lo skate è un’arte molto personale e privata... Com’è condividerla con così tanti occhi e come riesci a gestire la pressione di un evento unico come i Giochi Olimpici?
“Credo che la pressione mi abbia veramente raggiunto soprattutto dopo Tokyo. I primi eventi dopo le Olimpiadi sono stati duri, perché prima non avevo tutti gli occhi addosso. Solitamente ero quello che rincorreva gli altri, provando a costruirsi un nome... Dopo quella medaglia d’oro, è come se tutti fossero concentrati su di me, ed è stato un enorme cambiamento. Avere tante persone a Parigi è stata, in realtà, una buona cosa. Mi ha dato la possibilità di mostrare al mondo che la scena skate è cool, siamo vestiti cool, skateiamo al nostro massimo, e ci divertiamo insieme. Questo mi ha aiutato a togliermi della pressione di dosso. Mi sono divertito in mezzo a tutta quella folla: per me più persone ci sono, meglio è... Mi esalto in quei contesti. Tokyo è stata fantastica a modo suo, a Parigi, invece, ho potuto vedere la mia famiglia, uscire con i miei amici, e fare molte cose belle. Quindi, penso che la pressione parigina sia anch’essa stata parte di questa bellezza”
Nonostante tu abbia solo 21 anni, dopo aver vinto i primi 2 ori olimpici nella storia del park, puoi già parlare di ‘legacy’. Cosa significa questo termine per te? E come ti fa sentire il fatto che il tuo nome sia già incastonato negli annali dello skate?
“Costruire una mia legacy è da sempre una grande parte della mia vita. Voglio che i figli dei figli dei miei figli si guardino indietro e dicano ‘Pazzesco, il tuo bisnonno era questa persona”, o ‘Tuo padre era questo...”. Penso che sarebbe fantastico e rimane, sicuramente, uno dei traguardi della mia vita. Lasciare un’impronta nello skate, prima di andarmene da questo mondo, sarebbe incredibile. Mi piacerebbe aiutare a costruire skatepark in luoghi dove i bambini non hanno modo di skateare, e fornire loro il giusto materiale. Vorrei creare, semplicemente, una legacy che possa perdurare, una legacy per me e per l’intera scena: sarebbe la ciliegina sulla torta”



“Se appari bene, ti senti bene, e finirai per skateare bene”. Credi veramente in questa filosofia e, in caso affermativo, come hai maturato questo mindset? Sei stato ispirato da altri atleti?
“Non lo so, onestamente l’intera idea del “Se appari bene, ti senti bene, e finirai per skateare bene” non è completamente vera. Non devi per forza essere vestito bene o sentirti al massimo per skateare bene. Ma a livello mentale, se ti guardi allo specchio e ti dici ‘sto bene, oggi...’, può sicuramente esaltarti e caricarti. Sei pronto ad uscire. E quando ti senti bene, sulla tavola è come se tutto funzionasse, puoi portare a termine i trick, sentirti a tuo agio sulla tavola, e sei semplicemente felice di essere là fuori, di vivere appieno la passione e l’amore per il tuo sport. Questo è il mindset che ho raggiunto. Non direi di essere stato ispirato da atleti specifici a questo riguardo. Mi piace molto vedere come si vestono e allenano gli altri, ma non credo di aver avuto influenze particolari…”
A Parigi ha indossato la Golden Goose Ball Star Pro, che ha contribuito a disegnare. Com'è stato vivere in prima persona questo processo e quali sensazioni ha provato nell'indossare una scarpa così personale?
“È una cosa che aspettavo da una vita. Poterlo fare finalmente con Golden Goose è stato davvero speciale per me e ne sono molto grata. Come ho detto, era un mio sogno realizzarlo. Quando indosso quelle scarpe, è una sensazione così bella. Abbassi lo sguardo e pensi: “Cavolo, ho contribuito a disegnarle!”. E poi vedi altre persone che le indossano e pensi: “Caspita, la gente indossa davvero le mie scarpe!”. È una cosa davvero bella.”
Che tipo di consigli hai fornito, sia da un punto di vista funzionale, che estetico, per arrivare alla creazione delle Golden Goose Ball Star Pro? Su quali dettagli hai deciso di concentrare la tua creatività?
“Durante il processo di creazione delle Golden Goose Ball Star Pro stavo vivendo un periodo molto impegnativo, ma ho comunque dato il mio contributo. Ho condiviso alcune idee che mi piacevano: dettagli che avevo visto in giro per il mondo, o cose che mi piace indossare, come le zip ties e le mie pad. Penso che da qui sia nata l’idea degli strap, credo che queste suggestioni sia uscito l’intero concept della scarpa”


Hai anche avuto l’opportunità di essere coinvolto nel processo di design di uno skatepark. Che tipo di analogie e differenze ci sono tra creare una scarpa e uno skatepark? Sei affascinato dalla connessione tra skate, arte e fashion?
“Direi che c’è molta differenza tra l’incidere sul design di uno skatepark e di una scarpa. Con lo skatepark, puoi avere molte idee che ti piacciono, ma potrebbero poi non funzionare. Devi essere sicuro che tutto funzioni per davvero, soprattutto in una bowl. Devi mettere le giuste angolazioni, in modo che tutto fluisca al meglio. Con una scarpa si tratta di applicare funzionalità e tecnologia ma anche includere le proprie passioni. Quindi, penso ci sia un po’di differenza tra i due processi creativi ma anche tantissimi punti in comune”
“More to come”. Nelle interviste ripeti spesso questo statement. Quali sono i tuoi obiettivi a breve e lungo termine, come skater e creativo?
“La ragione del ‘More to come’ è semplice, ho solo 21 anni. Ho una lunga vita davanti a me e ho molte idee interessanti che voglio condividere con il mondo, attraverso vestiti, scarpe o lo skate stesso. La ragione per cui dico che ancora tanto deve arrivare, è perché è effettivamente così. La mia vita sta iniziando ora. Avrò anche due medaglie d’oro, ma è solo l’inizio. Quindi eccoci... Bring on the crazy life!"







