Viaggio nel mondo artistico dell’eclettico creativo di base ad Austin, Texas, e tra le sue muse sportive
“Il disegno grafico è il paradiso di individualità, eccentricità, eresia, anormalità, passatempi e umorismo.” così George Santayana, affascinante e celebre penna iberica, parlava dell’arte della rappresentazione. E prestando attenzione all’operato artistico di Nathan Walker, non possiamo esimerci dall’ affermare che nel suo archivio siano presenti tutte le sfaccettature psichiche elencate dal filosofo madrileño. In fondo, le illustrazioni digitali sono lo specchio di un mondo che cambia e di un’arte che percorre il medesimo cammino, con l’arduo compito di ritrarre tutte le sliding doors della costante evoluzione antropologica.
Nel punto d’incontro tra la concezione surrealista dell’arte e una più moderna deriva, ispirata dalla brand mission, Nathan Walker dà forme alle sue idee e alle sue passioni, scegliendo come muse i soggetti del suo quotidiano e del suo inventario sportivo. “Un giorno ho capito che se avessi illustrato soltanto le cose che amavo e lo avessi fatto nel modo in cui mi piaceva, sarei stato felice”. È questa la ricchezza del concetto che si cela dietro alle sue creazioni.
Le parole di Nathan ci permettono di varcare le porte della sua dimora artistica per entrare in simbiosi con il suo linguaggio figurativo e per comprendere il ruolo che ha rivestito l'immaginario sportivo nel suo atipico percorso artistico.






Quando è iniziata a crescere in te la passione per l’arte grafica? E quando hai capito che questa passione e questo tuo talento potevano trasformarsi in un lavoro?
“Dopo la laurea, ho iniziato a lavorare in un’agenzia pubblicitaria a Dallas. Successivamente mi sono trasferito ad Austin, in Texas, continuando a operare nel settore delle agenzie. Ad Austin ho avuto l’opportunità di collaborare con diversi clienti, tra cui Chase Bank, 7/11, Conoco, Sprite e molti altri. Mi sono occupato di vari ambiti: branding, design UX/UI, illustrazione, animazione e persino game design. Queste competenze mi hanno permesso di avviare un’attività freelance parallela. Grazie a una rete professionale piuttosto ampia, ho iniziato a ricevere sempre più richieste per progetti di branding e lavori di illustrazione.
Ho lasciato il mondo delle agenzie pubblicitarie nel 2016 per concentrarmi nel ruolo di brand designer e negli ultimi due anni mi sono focalizzato sempre di più sulle illustrazioni digitali. Ho ricevuto fin da subito tanti progetti su cui lavorare. All’inizio mi basavo molto sulle richieste dei clienti, non avevo ancora elaborato un mio stile personale, perciò mi chiedevano di realizzare un disegno in un determinato modo e io provavo a farlo. Alla lunga, però, sentivo di non avere realmente voce nei progetti di cui io stesso mi occupavo, così ho iniziato a dedicarmi alle illustrazioni sportive, ho pensato ‘se devo iniziare a illustrare, voglio illustrare le cose che amo’... E sono sempre stato un appassionato di sport.
Per molto tempo ho avuto questo blocco nella testa, pensavo sempre ‘cosa potrei illustrare? E in che modo potrei farlo? Devo creare qualcosa di speciale, di differente, per attirare l’attenzione di chi guarda…’. Poi, ho semplicemente capito che, se avessi illustrato le cose che amavo, sarei stato felice. Il mio processo stilistico ruota attorno a questo. Ad esempio, io adoro il basket, sono andato alla Kansas University, sono un fan sfegatato dei ‘Jayhawks’ e seguo tutti i giocatori dei Kansas in NBA. Ma oltre al Basket sono un appassionato della competizione, nella sua accezione più generica, quindi adoro il football americano, il calcio e qualsiasi altro sport che coinvolge lo spettatore. Mi piaceva guardarlo e ho capito che avrei potuto renderlo ‘mio’ con queste illustrazioni.”
Grafiche sul football americano, sul baseball e sul mondo del calcio. Ma gran parte dei tuoi lavori è riservata al basket. Ti va di raccontarci il tuo legame con questo sport?
“In realtà, non ero un grande giocatore di basket, il mio sport era il baseball, ma il basket ha da sempre attirato la mia attenzione. Sono sempre stato affascinato dalla cultura che c’è dietro questo sport, una cultura che si allinea di più con la mia visual identity. Quando penso al basket penso alla strada, alla street culture, ai campetti nei paesaggi urbani, ad una recinzione metallica nel centro di New York, o Chicago: attorno, edifici ovunque. Amo l’universo musicale e la cultura fashion che circondano la pallacanestro, è da questo mix di influenze che ricevo gli input per creare qualcosa di unico. Del basket amo anche il fatto che ci siano pose uniche: sento di poter creare qualcosa di suggestivo dal frame di un giocatore che fa un crossover, o da un giocatore che fa un reverse lay-up... È uno sport che possiede svariati angoli dinamici, credo di essere stato attratto proprio da questo.”





Le prime impressioni, guardando le tue opere, sono proprio legate alla streetball culture e ai design a essa associati. Le composizioni che troviamo all’interno dei tuoi lavori sembrano richiamare quelle caratteristiche e quei soprannomi visivi che spesso vengono associati agli atleti, soprannomi che di sicuro appartengono ad un immaginario di strada. Questa è una parte del tuo lavoro? Cercare di riprodurre le caratteristiche distintive di ogni atleta?
“Sì, e credo sia una parte molto complessa del processo creativo: riuscire a catturare e ad isolare un tratto distintivo per ogni atleta. Alcuni illustratori si concentrano solamente sul viso, pensano che quello debba essere ritratto accuratamente, ma io credo che si debba cercare una caratteristica distintiva per attirare l’attenzione. Un ritratto di Wembanyama, ad esempio, deve avere le caratteristiche di Wemby, deve avere le sue gambe lunghe, così come Lebron deve avere la sua barba. Nel mio lavoro cerco di catturare un paio di elementi chiave per atleta, caratteristiche che tutti possono riconoscere e condividere… E le elevo”
Ti va di raccontarci le emozioni provate nel realizzare le grafiche per i Dallas Mavericks? Come è nata questa collab?
“È stato davvero fantastico. Uno dei content creator dei Dallas Maverick si è imbattuto nei miei lavori e ha deciso di contattarmi. Era una progetto indirizzato ai social del club, con dei post in cui illustravo il programma di gare in trasferta. Le illustrazioni erano anche legate allo specifico contesto temporale: nel periodo di dicembre, ad esempio, ho realizzato illustrazioni che richiamavano al natale e alle festività. Altre volte, invece, ho realizzato illustrazioni inerenti al luogo in cui i Mavs erano in trasferta. Mi davano un tema e io inviavo un paio di schizzi di prova, loro poi sceglievano quale percorso seguire.
Riuscire a condividere la propria arte attraverso una piattaforma così grande e rilevante, come quella della franchigia NBA locale, è a dir poco fantastico: parliamo di un vero e proprio brand internazionale. È stata anche una grande opportunità per farsi conoscere nel settore.”
Una curiosità riguardo Austin. Credo che ci sia una speciale connessione in Texas tra la dimensione sportiva e tutto l’immaginario artistico, è un ambiente unico, incomparabile con New York o Los Angeles, con una cultura e delle tradizioni differenti, ma soprattutto con un modo diverso di narrare lo sport. Quanto questo ambiente è riuscito a plasmare la tua arte?
“L’influenza della città sulla mia arte è più forte che mai. All’inizio, quando mi chiedevano design inerenti ad Austin, i progetti si riducevano alle solite immagini e io le trovavo anche un po’ ripetitive, nonostante piacessero alle persone. Con il tempo, invece, ho cominciato ad apprezzare davvero la cultura che circonda questa città. Amo la cultura e amo portare dentro di essa l’emisfero sportivo, quello musicale e soprattutto quello artistico.
Ora sto lavorando ad un progetto con l’Austin FC, squadra di Major League Soccer, per realizzare dei poster. Il progetto comprende quattro illustrazioni per quattro partite casalinghe e sarà realizzato grazie all’apporto di altri artisti. Si sta cercando di amalgamare tutto l’universo creativo con quello sportivo. La comunità qui è molto forte e lo avverti ancora di più, perché non parliamo di una grande città: è di sicuro in crescita, ma ha ancora addosso quell’alone di città universitaria, un po’ old school…”




Parliamo di un altro progetto e torniamo al mondo del calcio. È forte il tuo legame con Brooklyn City FC per cui hai realizzato la divisa e tanto altro merch. Parlaci di questo progetto
“È una storia particolare. La mia connessione con Brooklyn City FC in realtà è nata attraverso un progetto parallelo, ossia quello con City League Coffee Roasters. In precedenza, avevo realizzato il design di una maglietta per questi ragazzi, una specie di uccello che gioca ad Nba Jam (l’arcade game). Il proprietario dei Brooklyn City FC era un frequentatore abituale di quella caffetteria, ha visto la collab e ha deciso di contattarmi. Ecco, è nato tutto un po’ per caso.
Il progetto con i Brooklyn FC è stato lungo e complesso, ci sono stati vari aggiustamenti in corso d’opera. C’erano restrizioni: ii numeri sul retro delle magliette dovevano avere determinate dimensioni, occupare un determinato spazio… È stato molto impegnativo, ma allo stesso tempo divertente. Non sono di New York, ma amo la città e amo le ispirazioni e gli influssi che sa regalare, quindi per me poter lavorare con questo club è stata un’esperienza fantastica. In quel periodo ho portato avanti anche un progetto parallelo, ossia la creazione della maglia celebrativa per il 25esimo anniversario di Evil Geniuses, team di EA Sport.”
Collegandoci al tema del merch sportivo, qual è la tua opinione sul rapporto tra design e maglie NBA e, più in generale, tra design e kit sportivi?
“Mi piace quando una squadra si rivolge ad un artista per progettare un design, ovviamente occorre un rispetto delle tradizioni ma personalmente, quello che più mi attrae quando si crea qualcosa di nuovo è proprio l’esplorazione, la ricerca di un tema all’interno dell’immaginario cittadino, anche un semplice gusto retrò dei colori.
Credo che in questo momento i design delle maglie NBA non siano fantastici. Anzi, a mio avviso sono carenti dal punto di vista estetico. Non dico che i kit debbano essere eccessivamente vistosi, ma alcuni sono proprio basilari. Quando ho realizzato la maglietta per il Brooklyn City FC, non mi sono posto troppe regole, le ho fatte come volevo, come le immaginavo nella mia testa… E alla fine è venuto fuori un buon lavoro. Mi piace pensare che il design di una maglietta sia paragonabile ad un’opera d’arte, un prodotto unico nel suo genere.”



Grazie alle collab con Under Armour, New Balance, Timberland e Nesquik, sei diventato un brand designer di primissima fascia. Com’è stato il primo impatto con realtà così grandi? Quale progetto e quale partner ti ha permesso di esprimere al meglio la tua visione?
“Tutti questi progetti sono stati dei singoli percorsi incredibili, mi hanno dato una grossa mano per emergere. Probabilmente, però, il progetto che mi ha consentito di arrivare dove sono ora, è stata la collaborazione con Timberland. Il progetto era una campagna di sette stivali, ognuno con un colore differente. Hanno contattato sette artisti per la loro realizzazione. Conoscevo alcuni di loro: erano artisti che stimavo e stimo tuttora, non potevo credere di far parte davvero di quel gruppo di lavoro. Inoltre, in fase di creazione ho avuto il massimo della libertà espressiva, ho fatto esattamente quello che volevo fare: ho creato i personaggi e questa sorta di ambiente urbano, poi la campagna è stata lanciata anche negli store fisici e le opere sono diventate installazioni reali.
Addirittura, un mio cliente in Europa ha visto il progetto in uno dei negozi Timberland del Vecchio Continente. Questa sinergia ha consolidato il mio nome ed il mio stile, ed è stato di sicuro uno dei progetti più divertenti: si trattava soltanto di essere se stessi da un punto di vista artistico. Per gli altri progetti, invece, c’erano molte più linee guida da seguire. Un esempio è la collaborazione con Under Armour: anche in quel caso si trattava di rappresentare e illustrare atleti.
Nonostante le ‘imposizioni’ è stata comunque un'emozione grandissima lavorare su quel progetto, perché è stato fatto in collaborazione con l’NBA All Star Weekend: sono stati allestiti vari stand in cui gli atleti firmavano le copie delle mie illustrazioni e le consegnavano ai fan.”
La tua connessione con l’immaginario cestistico ci permette anche di affrontare un discorso che fino ad ora non abbiamo toccato, quello della sneakers culture. Dal tuo ventaglio di opere infatti, si evince un’attrazione particolare per questo mondo. Ce ne puoi parlare?
“Da giovane non ero propriamente un tipo da sneakers. Ancora oggi non sono un tipo eccessivamente alla moda: mi piace vederla su altre persone e le scarpe sono parte integrante di questo processo. Crescendo, ho maturato un interesse anche nel disegnarle e nel renderle protagoniste delle mie opere.
Ricordo di aver visto la prima Jordan ai piedi di un mio compagno a scuola, in quarta o quinta elementare: quell’immagine è rimasta fissa nella mia mente. Le sneakers sono una parte di me che aveva bisogno di essere dissotterrata, trent’anni dopo quel momento... Ora apprezzo la cultura che c’è dietro questo universo, e penso che una grossa parte di essa sia figlia del legame con l’immaginario cestistico.
Nelle mie opere, l’obiettivo è quello di catturare l'arte della scarpa stessa, per poi adattarla e fonderla al giocatore o alla divisa che indossa, cercando un armocromia tra i vari soggetti. Per me è come aggiungere un dettaglio-extra al disegno: infatti, cerco sempre di mantenere l’opera con una struttura semplice, per poi inserire dettagli stilistici pertinenti.”




Qual è il tuo prossimo soggetto artistico? Hai già qualcosa in agenda?
“Ogni nuovo progetto è come un nuovo percorso artistico. E ogni nuovo percorso porta ad un traguardo. Ora ho appena concluso una collab con un brand di orologi. Non avrei mai pensato di lavorare ad un progetto simile…
Non ho programmi per il momento, ma ogni volta che arriva qualche suggestione, la accolgo con grande trepidazione: sono avventure nelle quali poter esprimere al meglio il mio linguaggio visivo. Sicuramente, un obiettivo che mi sono posto è quello di iniziare a dipingere e, magari, realizzare dei murales. Vedo questa opportunità, e questo tipo di arte, come un potenziale prolungamento della mia produzione artistica. È solo questione di tempo e di organizzazione. Ho anche una famiglia, quindi devo essere in grado di bilanciarmi tra progetti personali, famiglia e lavori per clienti.”







