Grazie a Champion Europe, all’interno della palestra milanese Kick & Punch, abbiamo avuto l’occasione di dialogare con il campione del mondo di Muay Thai Joseph Lasiri, entrando nelle trame del suo rapporto con il fighting e finendo per scoprire un’attitudine tanto camaleontica, quanto profonda
“Non è la specie più forte che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti.” (L’origine delle specie, Charles Darwin, 1859)
È da questa celebre formulazione e, soprattutto, dal principio che ne costituisce il nucleo concettuale, che partiamo per osservare l’esistenza a vocazione Muay Thai di Joseph Lasiri. Perché l’adattamento, inteso come capacità di adeguarsi a una circostanza nuova, nonché come facoltà di trasformarsi senza disperdere la propria identità, attraversa il suo percorso come un dato strutturale: infondendo un senso di continuità quasi biologico, riflesso dentro e fuori dal Weitee.
Adattamento che, innanzitutto, ha assunto per diversi anni la forma concreta del sacrificio: svegliarsi presto, allenarsi prima di entrare in pizzeria o all’autolavaggio, tornare ad allenarsi nel pomeriggio, lavorare ancora la sera. E poi ricominciare. Giorno dopo giorno. In un processo rituale, attraverso cui modificare la propria esistenza quel tanto che basta per far sopravvivere il sogno di diventare un fighter professionista e, un giorno, sollevare sopra la testa la cintura di campione.
Per questo fighter italo-marocchino adattarsi, da sempre, ha significato anche trasformazione. Dapprima nel corpo: quando, ancora giovanissimo, l’incontro con la Muay Thai gli ha permesso di riconoscere possibilità fino ad allora non previste. Poi, con l’accumularsi degli incontri, quella metamorfosi ha smesso di essere soltanto muscolare, divenendo mentale. Prendendo forma nel tempo trascorso in Thailandia, nell’immersione profonda nell’arte delle otto armi, nella riscoperta delle proprie radici culturali e, soprattutto, nella processazione della galassia di emozioni che il combattimento porta inevitabilmente a galla: stati interiori, vulnerabilità che, una volta riconosciute e accolte, cessano di rappresentare un limite per trasformarsi in materia di conoscenza e ulteriore forza.
È anche attraverso questa progressiva riconciliazione con la propria dimensione emotiva che Lasiri è arrivato a conquistare il titolo di ONE Strawweight Muay Thai World Champion.
Esiste, infine, un ultimo adattamento, il più sottile, che appartiene alla sfera della rielaborazione e della consapevolezza. Una cognizione che emerge soltanto dopo una moltitudine d’incontri combattuti: quella che, oltre il fighter, possano esistere molti altri Joseph Lasiri. Uno a cui piace correre, immergersi nella natura, sorridere, scrivere e, soprattutto, amare. Senza rinnegare il primo grande amore, né sottraendogli importanza, ma collocandolo all’interno di un’esistenza più ampia.


La tua storia sportiva comincia nel tuo ambiente familiare e nel calcio, dove sei stato bollato come troppo piccolo. Inizialmente, si dubitava persino che fossi abbastanza strutturato per emergere nella Muay Thai. Alla luce di questo, puoi raccontarci le origini di un campione del mondo che, per molti, mai sarebbe potuto diventare tale?
“Sono nato in una famiglia di quattro figli maschi, quindi, in un certo senso, sono cresciuto fin dall’inizio all’interno di una dimensione competitiva, in un continuo confronto tra fratelli. Abbiamo sempre giocato a calcio. Mio padre lo seguiva moltissimo. Poi, un giorno, mi sono visto scartare da una squadra. Ci sono rimasto malissimo. Dico sempre che sono arrivato agli sport da combattimento quasi per caso. Un amico di uno dei miei fratelli era a casa e stava parlando di questa disciplina: la Muay Thai. Aveva più o meno la mia età. Io nemmeno sapevo cosa fosse, ma mi ha invogliato a provare. Era la mia prima esperienza nel fighting: avevo diciassette anni. Sono entrato in palestra e, immediatamente, mi sono sentito conquistato da quel mondo. Ho cominciato a sudare, a faticare, a capire cosa fosse il duro lavoro. Fino a quel momento, avevo vissuto il calcio come un gioco. In palestra, invece, sentivo qualcosa di diverso: una forma di rivalsa. Sentivo la necessità di andare per vedermi sempre più forte. Percepivo il mio corpo che iniziava a svilupparsi. A quell’età il mio ego era molto forte e, in un certo senso, ha giocato a favore del mio innamoramento: del mio coinvolgimento nella disciplina. Sentivo il bisogno di sfogarmi, di mettermi alla prova.
Sono sempre stato molto magro: dei quattro fratelli ero quello più piccolo a livello fisico. Quando succedeva qualcosa, nelle classiche dinamiche da quartiere, mio padre mandava mio fratello maggiore a difendermi. Dentro quella palestra, invece, ho cominciato a sentirmi libero, più sicuro. Sentivo di non avere bisogno di nessuno. Tutto ha avuto inizio. La Muay Thai ha temprato il mio carattere e credo mi abbia dato degli strumenti molto diversi rispetto, per esempio, ai miei fratelli. Voglio loro molto bene, ma riconosco che, nel mio caso, lo sport da combattimento abbia infuso un tipo di disciplina diversa da loro e da tantissimi altri. D’altronde, basta pensare che i primi veri appuntamenti, i primi impegni importanti della mia vita, li ho vissuti attraverso questo sport.”
Hai raccontato che, entrando per la prima volta in una palestra di Muay Thai, hai iniziato quasi immediatamente a credere più in te stesso, perché ogni giorno riuscivi a percepire un miglioramento. Prima ancora delle cinture e dei risultati, questa disciplina come ha inciso nel mutare la percezione di te stesso?
“A quell’età, i miei coetanei trovavano soddisfazione nello studio, nei complimenti per un bel voto, in una verifica andata bene. Io, invece, con lo studio non avevo un bel rapporto. I primi veri complimenti della mia vita li ho ricevuti attraverso lo sport da combattimento. Quelle sono state le mie prime, autentiche, soddisfazioni. Da quel momento, ho voluto accumulare quella sensazione, quella gratificazione. Poi, ripeto, all’epoca l’ego giocava ancora un ruolo preponderante. Molto rapidamente, ho cominciato a distinguermi: prima all’interno del corso, poi tra gli agonisti, successivamente in Italia e infine nel mondo, fino ad arrivare a competere ai massimi livelli. Sono tutte cose che, in realtà, sono riuscito a comprendere pienamente soltanto verso la fine della mia carriera. All’inizio era un continuo andare avanti: impegnarsi, non mollare mai, procedere quasi in maniera inconsapevole. Quando poi è arrivata una maggiore consapevolezza, soprattutto negli ultimi incontri, ho sentito di essere diventato molto più forte anche all’interno del ring. Allo stesso tempo, ho iniziato a comprendere qualcosa di molto più profondo riguardo la mia vita stessa.”


Prima di diventare un professionista hai fatto moltissimi lavori: il pizzaiolo, il lavamacchine, il commesso. Sei andato a Londra per aiutare economicamente la tua famiglia, continuando sempre ad allenarti. Guardando indietro, pensi che la mentalità da combattente che hai poi costruito sia nata dentro la palestra, oppure anche in tutti quei momenti trascorsi lontano dal ring?
“Credo molto nel fato, nel destino. Se ripenso a determinati momenti della mia vita, mi rendo conto di quante volte avrei potuto fermarmi. Di quante volte avrei potuto dire: ‘Va bene, ora ho un contratto di lavoro, non devo più lavare macchine o fare il pizzaiolo, sono assunto in un negozio, indosso una camicia, ricevo un buono stipendio... Perché dovrei sacrificare tutto questo per uno sport che, forse, non mi darà mai nulla’. All’epoca combattevo, certo, ma guadagnavo pochissimo. Non erano soldi sufficienti per vivere. Quindi, ogni volta che qualcuno mi diceva che non aveva senso che andassi a combattere, o mi chiedeva di scegliere, mi ritrovavo davanti a un bivio. Eppure, ho sempre scelto la Muay Thai. Ho sempre scelto il combattimento. Conoscevo diversi fighter che sacrificavano lo sport in favore del lavoro, e non potevo certo biasimarli. Io, invece, ho sempre voluto continuare a dare spazio e tempo allo sport, anche dopo le sconfitte. Fino a quando, ad un certo punto, lo sport è diventata una professione a tutti gli effetti: un vero lavoro. Non avevo bisogno di fare altro e, in quel momento, ho maturato una sicurezza diversa: tutto dipendeva da me. Ancora oggi, continuo a pensare che fosse destino.”
Hai utilizzato spesso il concetto di adattamento parlando della tua vita. In fondo, anche combattere significa adattarsi continuamente: a un corpo diverso dal proprio, a un cambio di ritmo inatteso, a qualcosa che il piano iniziale non prevedeva. È possibile che le difficoltà vissute prima di diventare professionista ti abbiano insegnato a combattere ancora prima che fosse la Muay Thai a farlo? E, se sì, in che modo?
“L’adattamento fa parte di me. Il mio primo vero adattamento consisteva nel fatto che alle sette del mattino ero un pugile, alle dieci ero un lavamacchine e nel pomeriggio tornavo a essere di nuovo un pugile. Se ci penso oggi, mi sembrano quasi identità inconciliabili. Adesso non so se riuscirei a farlo. Ma a vent’anni riuscivo a passare da un carattere all’altro. La mattina ero totalmente concentrato, impegnato verso un obiettivo: magari dovevo andare a Birmingham o in Austria a combattere. Poi, improvvisamente, la mattina successiva diventavo di nuovo un lavamacchine, un pizzaiolo, il commesso di un negozio. E poi, altrettanto improvvisamente, tornavo a essere un pugile. Tutto questo mi ha aiutato moltissimo quando ho iniziato a combattere in giro per il mondo. In Thailandia, per esempio, i ritmi erano differenti, la temperatura era diversa, dovevo rimanere lì per periodi molto lunghi e allenarmi in condizioni che non conoscevo. Dovevo adattarmi. Credo che quegli adattamenti, che avevo già imparato da ragazzo, me li sia poi portati dietro. Mi hanno permesso di affrontare situazioni realmente difficili e, soprattutto, mi hanno fatto crescere. Più che lo sport in generale, è stata proprio questa disciplina, che sento di aver costruito attraverso lo sport da combattimento, a formarmi.”
Sei cresciuto in Italia da una famiglia marocchina e hai sempre portato entrambe queste identità sul ring; allo stesso tempo, per diventare il fighter che sei stato, hai dovuto immergerti profondamente nella cultura thailandese. Che cosa ti ha insegnato la Thailandia, a livello culturale, che non avresti potuto apprendere semplicemente attraverso la tecnica della Muay Thai?
“Il periodo trascorso in Thailandia è stato decisivo nella mia vita. Crescendo in Italia, tendevo più o meno inconsciamente ad allontanarmi dalle mie origini marocchine. All’epoca c’erano pochi marocchini attorno a me e, in qualche modo, finivo per estraniare quella parte della mia identità. In Thailandia, invece, cominciai a riconoscermi nelle persone che incontravo. Ci si sosteneva a vicenda, si imparava ad accontentarsi, si faticava. È proprio lì che ho iniziato a riscoprire le mie origini, anche entrando in contatto con gruppi di thailandesi, che come i marocchini, sono musulmani. Vedevo ragazzi molto giovani già estremamente disciplinati e riconoscevo in loro qualcosa che mi riportava alle mie radici. Ho cominciato così, autonomamente, a interessarmi di più alla mia provenienza e ad avvicinarmi a quella parte di me. Paradossalmente, mi sono sentito più marocchino in Thailandia.
Anche per questo parlo spesso di destino. È lì che ho iniziato a comprendere il valore della fede musulmana. Ho cominciato a valorizzarla maggiormente, a non nasconderla, a esserne fiero. E questo mi ha aiutato anche nel mio sport. Quando credi veramente in qualcosa, quella fede può sostenerti enormemente anche nel combattimento. Perché, quando sali sul ring, non c’è una squadra lì con te. Sei da solo. Quindi devi credere. Una delle ricchezze più importanti che ho scoperto grazie alla Muay Thai è stata proprio questa: imparare a essere orgoglioso di essere marocchino.”


La Muay Thai viene anche definita “l’arte delle otto armi”, un’espressione che racconta un corpo capace di trasformare ogni sua parte in uno strumento di combattimento. Quando sei sul ring, vivi il tuo corpo come una macchina estremamente allenata oppure esiste anche una componente creativa, artistica, nel modo in cui pensi al combattimento?
“Nella Muay Thai, a differenza della boxe o la kick boxe, non lavori soltanto con le braccia o esclusivamente con le gambe. C’è la lotta, c’è il clinch, una forma di combattimento in piedi; ci sono le ginocchiate, le gomitate, il pugilato, i calci. La bellezza della Muay Thai è proprio questo mix. Magari non sei particolarmente bravo con i calci, ma riesci a lavorare benissimo nella lotta. Oppure non sei particolarmente efficace nel pugilato, ma utilizzi molto bene le ginocchiate. Quando tutti questi elementi si combinano, nascono stili differenti. Ed è proprio qui che si può introdurre il concetto di arte. Chiunque si dedichi davvero a questa disciplina, prima o poi riesce a trovare la propria arte. È una cosa che ho iniziato a comprendere con il tempo, e la trovo bellissima.
Magari non riuscivi a tirare un calcio come un altro fighter e questo poteva farti sentire meno bravo. Ma poi inizi a credere nella tua arte, a perfezionare ciò che ti appartiene. Quando due persone con caratteri diversi, esperienze differenti e modi opposti di combattere si incontrano, lì per me comincia davvero l’arte. E magari succede che quello tecnicamente più bravo perda perché possiede meno cuore dell’altro. Oppure che un atleta con maggiore esperienza venga sconfitto da qualcuno che ne ha meno, ma che mette dentro il combattimento più cuore, più intensità, più arte.”
Prima di un incontro, un tuo avversario disse che eri troppo emotivo. Dopo averlo battuto, rispondesti che l’emozione rappresentava invece precisamente la tua forza. Come si impara a utilizzare e governare l’emozione a proprio favore in uno sport da combattimento?
“Riconoscendola. Angelo Valente, che è sempre stato il mio coach, mi ha insegnato moltissime cose. Una delle più importanti riguarda proprio la paura. Quando senti paura, percepisci quasi un peso. A me capitava spesso e, anche con l’esperienza, molte volte non riuscivo a gestirla. Angelo mi disse una cosa che non dimenticherò mai: non cercare di controllarla. Al contrario, lasciala arrivare. Accoglila. Ho imparato a lasciare che la paura arrivasse, che mi attraversasse, e soltanto dopo cercare una soluzione.
Molte volte, invece, noi cerchiamo di nasconderla. Facciamo finta che non esista. Ma quando sali sul ring e quella paura improvvisamente ti si presenta davanti, allora sei in difficoltà. Se invece cominci a portarla con te anche durante gli allenamenti, davanti a un avversario nello sparring, impari quasi a farci amicizia. Impari a sapere che esiste, senza nasconderla. È facile combattere a occhi chiusi. Molto più difficile è sapere che davanti a te c’è qualcuno che devi affrontare. Questo approccio è stato particolarmente importante negli ultimi incontri della mia carriera e, in un certo senso, li dedico anche ad Angelo. È qualcosa che mi è rimasto nel cuore, che resterà sempre con me e che cercherò di trasmettere anche ai miei allievi.”


Restando sul tema delle emozioni, hai raccontato di aver immaginato molte volte il momento in cui saresti diventato campione del mondo. Quando qualcosa che hai visualizzato per anni accade realmente, che cosa si prova? E soprattutto: che cosa succede il giorno dopo aver raggiunto il sogno attorno al quale hai costruito gran parte della tua vita?
“Quando comincia un fight camp, inizi a convivere con una tensione costante. Tutto, progressivamente, si concentra su quello che succederà il giorno del combattimento. Soprattutto dopo una giornata particolarmente faticosa, torni a casa e, prima di dormire, pensi proprio a quello. Ti vedi mentre alzi la cintura. Ti dici che puoi farcela, che puoi vincere. Inizi persino a immaginare i dettagli: farò questo, non farò quest’altro. E alla fine arrivi sempre a quella cintura. Ma non succede una volta sola. Succede ogni giorno. Ogni sera vai a letto pensando a quello. Ogni mattina ti svegli pensando a quello.
Poi arriva finalmente il giorno del match, e lì tutto deve concretizzarsi. Devi provare a restare tranquillo, quasi a smettere di pensarci. E quando, alla fine, ti ritrovi davvero con quella cintura tra le mani, le emozioni sono tante. Viene fuori tutto. Ti tornano in mente tutti i momenti che hai sacrificato, tutte le volte in cui hai detto di no perché eri concentrato sul tuo obiettivo, tutte le volte in cui ti sei domandato se ne valesse realmente la pena. Sono esperienze che ti arricchiscono davvero. E che, personalmente, continueranno ad arricchirmi per sempre.”
Nella tua carriera hai vinto incontri e ne hai persi altri; hai conquistato e perso cinture, attraversato picchi di euforia e momenti di profonda delusione. Come si affrontano sentimenti così contrastanti? Come ci si rialza dopo aver perso una cintura? E come si riallineano mente e corpo dopo una delusione vissuta sul ring?
“Ho perso incontri. Ne ho persi tanti. E mi sono reso conto che, nel corso degli anni, le emozioni che provavo dopo una sconfitta sono cambiate profondamente. All’inizio perdevi un match e avevi la sensazione che tutto il lavoro fatto fosse stato inutile, anche se, razionalmente, sapevi che non era così. Tornavo a casa e rimanevo in silenzio. Poi tornavo ad allenarmi più di prima. Questo lo ricordo bene. Quando arrivava quel trauma, perché a volte una sconfitta può essere realmente vissuta come un trauma, improvvisamente tutto finiva. E finiva non nel modo in cui avresti voluto. Ci rimani male. Ma se continui a pensare soltanto a quello, sei fregato. Io, invece, mi buttavo nell’allenamento, nel lavoro. Era una reazione inconsapevole, ma quella stessa inconsapevolezza ti permette comunque di diventare più forte.
Quando cresci, quella inconsapevolezza si trasforma progressivamente in consapevolezza. Forse le cose che fai non cambiano radicalmente, ma cambia il modo in cui le fai. Fino a quando, andando avanti nella carriera, una sconfitta ha iniziato progressivamente a interessarmi meno. Alla fine del mio percorso è accaduto anche questo. Fino a quando, arriva anche un momento in cui perdi e ti chiedi: ne vale ancora la pena? Voglio davvero continuare a farlo? E lì comincia un discorso completamente diverso.”


Il tuo ultimo combattimento ufficiale risale alla fine del 2023. Per un atleta che per anni ha organizzato il proprio tempo attraverso sessioni di allenamento, pesi, avversari e incontri, che cosa accade quando improvvisamente il combattimento non scandisce più la vita nello stesso modo? Oggi ti senti ancora, prima di tutto, un fighter, oppure stai scoprendo parti di Joseph che negli anni precedenti non avevano avuto spazio per esistere? E, se sì, quali?
“Questo sport ha assorbito tutto me stesso per anni. Quel fare continuamente, ogni giorno, finisce per trasformarsi quasi in un vizio nella tua vita. E se improvvisamente togli tutto questo, devi necessariamente riempire quello spazio con qualcos’altro. Anch’io ho percepito quella mancanza. Avevo deciso di non voler più entrare sul ring per cercare una vita più serena, ma senza immaginare veramente che cosa la vita avrebbe poi significato per me.
Mi sono chiesto dove avrei trovato quella stessa adrenalina. Volevo ancora provare paura. C’era una parte di me che continuava a desiderare che le cose fossero difficili. Poi, lentamente, ho cominciato a scoprire qualcosa di diverso. A imparare ad accettare. Quell’odio che prima magari volevi combattere, iniziavi ad accettarlo. Quella paura iniziavi ad accoglierla, per comprenderla, per affrontarla davvero. Ho iniziato a scoprire anche una parte più romantica di me. Mi fa sorridere dirlo, ma è così. Molte volte oggi ho semplicemente bisogno di sorridere. Di amare di più. Amare maggiormente me stesso, amare di più un’altra persona, cercare l’arte altrove. Per esempio, mi sono ritrovato ad assistere a uno spettacolo di poesia e mi è piaciuto moltissimo. Ho iniziato persino a scrivere anch’io, e continuo a farlo. Poi ci sono le passeggiate nella natura, la corsa nei sentieri, quel tipo di fatica in cui ritrovo una certa dose di adrenalina. E una volta esausto, comincio finalmente a godermi il panorama.
Non posso negare che in questa fase c’è stata anche molta sofferenza, naturalmente. Ogni evoluzione porta necessariamente con sé una certa sofferenza. Ma sono grato per tutto questo. Senza il percorso che ho fatto non sarei mai riuscito ad arrivare a queste sensazioni che, per me, sono molto più importanti di una cintura. Quando inizi a comprendere che hai bisogno di muoverti semplicemente per stare bene; quando capisci che fare qualcosa di diverso non deve generare vergogna, ma può semplicemente piacerti; quando provi uno sport nuovo e scopri qualcosa che prima non conoscevi, allora inizi realmente ad aprirti.”
Parlando di cultura del combattimento, è impossibile non pensare a Champion e alla capacità che un brand può avere di segnare, nel tempo, l’immaginario di un intero movimento. Che cosa significa, per te, rappresentare oggi questo brand?
“Ne sono molto fiero, anche perché Champion continua a sostenere numerosi professionisti che sono ancora pienamente attivi nelle competizioni. Essere parte di questa cerchia mi permette, in qualche modo, di sentirmi ancora vicino a quella dimensione che ha definito una parte così importante della mia vita. Anche se oggi non combatto più come prima, essere coinvolto da un brand come Champion, indossarne i capi e continuare a essere riconosciuto all’interno di quel mondo ha per me un valore profondo. Mi ha fatto davvero piacere essere qui, tenere la classe. È un modo per sentire che ciò che ho costruito negli anni continua ad avere un significato e che il percorso fatto sul ring può ancora trovare una forma diversa attraverso cui esprimersi.”
Dopo tutti questi anni trascorsi a combattere, quale messaggio desideri trasmettere, soprattutto al movimento italiano della Muay Thai? E quale tipo di legacy stai cercando di costruire?
“Quello che sto cercando di costruire è inevitabilmente legato a ciò che ho vissuto. Credo che, se provassi a trasmettere qualcosa di estraneo alla mia esperienza, sarebbe sbagliato. Per me insegnare Muay Thai ai miei allievi non significa necessariamente trasformarli in fighter o accompagnarli verso una cintura. Se arriveranno a quei risultati sarò naturalmente fiero di loro, e probabilmente quelle esperienze serviranno a loro così come sono servite a me. Ma oggi ho compreso che la ricchezza più profonda dello sport si trova altrove. La vera ricchezza arriva quando smetti di considerare lo sport soltanto attraverso il risultato e inizi a viverlo come uno stile di vita. Quando comprendi che una disciplina può assumere significati differenti nel corso degli anni, evolvendo insieme a te. Se riesci a costruire un rapporto costante con lo sport, allora è lì che emerge il suo valore autentico.
La competizione, prima o poi, finisce. Arriva inevitabilmente un momento in cui non combatti più, non insegui più una cintura, non hai più un avversario davanti a te. Ma se, anche allora, senti ancora il bisogno di muoverti, di allenarti, di prenderti cura di te stesso attraverso lo sport, significa che ne hai compreso davvero il valore. Se riuscissi a lasciare questo, per me sarebbe già una legacy importante.”








