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L’Arc’teryx Winter Tour fa tappa a Milano come un osservatorio itinerante sulla cultura contemporanea della montagna dove performance, estetica e narrazione convergono

Per questo terzo focus editoriale, entriamo nel racconto di Elsewhere, lo short auto-documentato dei registi–sciatori Loïc Isliker e Max Kroneck con la partecipazione di Noémie Equy ed Edgar Cheylus: un bivacco backcountry nelle Alpi francesi che è al tempo stesso uno studio sul campo di resistenza, intuizione, condivisione e costruzione dell’immagine.

Presentato insieme al programma di film e alle installazioni che hanno animato la tappa milanese, Elsewhere è meno un conteggio di cime conquistate e più una conversazione viva—tra il dislivello guadagnato lentamente e l’immediatezza delle riprese a mano; tra la linea tracciata sulla neve glaciale e il sogno prismatico in cui si trasforma; tra la solitudine di una tenda a 2.800 metri di dislivello e il ronzio della valle sottostante. Predilige i momenti colti in movimento, annullando la distanza tra atleta e autore affinché l’autenticità diventi il principio organizzatore del film. È qui, in questo dialogo non levigato tra fatica e rêverie, che il Winter Tour trova un’altra frequenza intima.

Abbiamo parlato con Loïc e Noémie delle skills del winter camping e del rischio creativo, dello sci come linguaggio più che risultato, e di come lo storytelling—sostenuto dall’apertura di Arc’teryx alla sperimentazione—possa trasformare una missione in montagna in un invito condiviso.

Partiamo da “Elsewhere”, un corto documentario che segue voi e altri due freerider nelle Alpi francesi, auto-documentato e auto-organizzato. Potete spiegarci com’è nato il progetto: l’idea iniziale e come si è evoluto?

Loïc Isliker: “L’idea è nata da Edgar, uno degli altri atleti del viaggio. A inizio stagione ci siamo detti che volevamo fare più esperienza nel winter camping. È partito tutto da lì. Poi ho parlato con Max sul filmare il progetto a modo nostro, secondo la nostra visione. Abbiamo iniziato ad organizzarci e alla fine della stagione, verso maggio, avevamo girato tutto. L’origine era semplice: andiamo in campeggio e impariamo più competenze possibili per diventare professionisti del camping invernale. Prima di allora forse avevo fatto un solo viaggio del genere.”

Per te era la prima volta? Com’è stata questa prima esperienza di winter camping?

Noémie Equy: “Sì, ed era qualcosa che desideravo fare da tutta la vita, quindi quando mi hanno invitata ho detto subito sì. Poi ho realizzato quanto dislivello avremmo dovuto fare e ho pensato: Ok… vado, ma sarà tosta. Alla fine campeggiare mi è piaciuto moltissimo. Mi aspettavo freddo e logistica difficili, ovviamente sono stati solo due giorni, ma l’ho trovata sorprendentemente gestibile. L’ho adorata.”

E le emozioni che vi siete portati a casa dall’avventura, vi hanno cambiato in qualche modo?

Loïc Isliker: “Completamente cambiato? Forse no. Ma è anche questo il messaggio del film. Per qualche giorno lassù ti senti come se fossi solo al mondo: i tuoi amici e la tenda. Poi torni in valle e il contrasto è totale. Quella sensazione magica, libera, che provi in alto, cerchi di portarla un po’ nella vita quotidiana. Da lì traggo molta energia.

C’è anche una parte di sofferenza: era maggio, già caldo in valle. Abbiamo caricato tutto in grandi zaini e salito quasi 1.800 metri di dislivello. Tornando giù, all’improvviso sei in auto, dormi nel tuo letto, c’è anche del sollievo. Ce l’abbiamo fatta, ed è stata un’esperienza incredibile.”

Noémie Equy: “È strano. Certo l’esperienza ti lascia qualcosa, ma vorresti portarne di più con te. È come un momento sospeso: quando finisce, finisce. Ne conservi una parte, ma pensi anche: Voglio rifarlo. Credo sia per questo che continuiamo a salire e a sciare, amiamo quella sensazione e non possiamo imbottigliarla per sempre. Mi piace anche che resti intangibile; non la puoi davvero afferrare.”

Edgar Cheylus
Loic Isliker
Noemie Equy
Max Kroneck

Com’è nato il nome “Elsewhere”? Perché l’avete scelto e cosa significa?

Loïc Isliker: “La sensazione di essere altrove è arrivata subito. Lassù… e poi d’un tratto torni in valle, con auto e altre persone. Il contrasto dà a tutto una qualità surreale, onirica. Così ci siamo detti: ‘Dove siamo stati? Siamo stati… altrove’. Certo, era un luogo preciso su un ghiacciaio. Ma il punto esatto contava poco. Importava che fossimo ‘da un’altra parte’—ed è stato bellissimo.”

Se doveste richiamare immagini specifiche—momenti che definiscono Elsewhere nella vostra mente—quali sarebbero?

Loïc Isliker: “Nel film vedrete che abbiamo portato con noi un oggetto: un prisma. È diventato la nostra metafora di quel tempo onirico lassù. Lo abbiamo usato per creare effetti—tonalità arcobaleno, un mondo astratto, leggermente irreale. Per me quel prisma è stato speciale. Ci abbiamo fatto molte immagini—lo noterete nel film. Un elemento molto estetico immerso nella natura.”

Noémie Equy: “Abbiamo lottato con le nuvole durante le riprese, ma hanno anche creato l’atmosfera sognante. Sciare dentro quelle nuvole è stato speciale. C’è una ripresa di drone su una mia linea in cui scendo a ridosso del banco di nubi—sembra un altro pianeta. Un momento bellissimo, e immagini altrettanto belle.”

Climbing, sci e dimensione visiva, riprese, fotografia. Come si sono intrecciati questi mondi paralleli durante il viaggio?

Loïc Isliker: “Io e Max abbiamo filmato tutto. Il nostro stile è riprendere in movimento—raramente mettiamo in scena o chiediamo un take due. Preferiamo il momento così com’è. Volevamo che tutto risultasse reale e umano, quindi abbiamo cercato di riprendere Noémie mentre faceva semplicemente ciò che stava facendo, senza interrompere.”

Noémie Equy: Rispetto a uno shooting video classico, questo non era ‘uno shooting’. Era una missione. La vivi. Non pensi di rifare una scena. Sei nel momento, e basta. È più piacevole, e credo sia ciò che porta autenticità e umanità al film—perché lo stavamo davvero vivendo.”

Che ruolo ha lo sport in una produzione così? C’è un paradigma che sta cambiando dove lo sport diventa narrazione. Vivendo questo passaggio in prima persona da atleti, come lo sci diventa racconto?

Noémie Equy: “Amo lo sci e oltre a essere atleti, è anche il nostro lavoro, si spera, condividere passione ed entusiasmo. Se chi guarda prova ciò che abbiamo provato noi, è bellissimo. Lo sci può sembrare un po’ egoista—sei comunque solo nell’istante, anche se in montagna si è una squadra. Lo storytelling lo apre a più persone. Puoi ispirare altri a tentare le proprie avventure.

Quello che amo di più nello sport è il senso di comunità. Unire sport e arte, sport e dimensione sociale, conta. È più del solo risultato. Sento che il “puro” sport non basta più; voglio sempre altro. Questo cambiamento porta creatività, e mi piace molto.

Questa lente creativa ha cambiato il vostro sguardo sullo sport e sul concetto di performance?

Loïc Isliker: “Dipende. A volte ho obiettivi chiari, linee specifiche che voglio sciare. In quei momenti penso solo a sciare quella linea; e mi basta così. Altre volte immagino già come catturarla e da quale angolo raccontarla. È un equilibrio. A volte ti concentri sullo sci, a volte il luogo e le persone rendono naturale filmare e costruire una narrazione.”

Noémie Equy: “Riguardo al concetto di ‘performance’: Spesso la identifichiamo con la competizione o con lo sciare forte. Con film, foto e arte, quella parola si ridefinisce, ed è entusiasmante. Indica la direzione verso cui dobbiamo andare: una performance che può essere anche artistica, sociale, connessa. In questo, avere un brand come Arc’teryx che sostiene questa nuova visione, non solo competizione o trick perfetto, ma tale racconto fa davvero la differenza.”

Com’è essere supportati da Arc’teryx, creativamente e atleticamente, per realizzare progetti come questo?

Loïc Isliker: “Arc’teryx è speciale. Sono aperti alle nostre idee e visioni, niente sembra troppo folle. Questa apertura mi ispira a pensare diversamente e a catturare le avventure in montagna in modi nuovi. La possibilità di portare avanti queste storie, in modo unico, mi motiva a restare fresco ogni stagione ed esplorare le montagne a modo mio.”

Noémie Equy: “È significativo per me anche perché gareggio ancora nel freeride. Mi sento fortunata con Arc’teryx: non impongono una sola strada. Competere è fantastico, ma puoi anche scegliere altri percorsi. Quella libertà è essenziale e alimenta la creatività. Quando tutto è possibile, puoi scegliere la tua via nello sport. Creatività e libertà sono la chiave, qualcosa di davvero speciale di cui siamo fortunati.”

E presentare queste esperienze in un tour europeo, come qui a Milano, raggiungendo pubblici diversi mentre l’Arc’teryx Winter Tour continua in altre città?

Loïc Isliker: “È qualcosa di molto speciale. Non do nulla per scontato. Quest’anno il tour include anche un formato espositivo, e vedere il lavoro in uno spazio così è potente. Sono grato. Non vedo l’ora che la gente veda il film. Ci ho lavorato a lungo, e percepire la reazione del pubblico è unico. Sono molto emozionato per la première.”

Noémie Equy: “I feel lucky—honestly, it’s insane. I never dreamed of seeing a film I’m part of on a big screen. If 10-year-old Noémie could see this, she’d be like ‘I don’t believe it’. I feel so happy to share it. I hope people enjoy it—and maybe it pushes them to go into the mountains, to enjoy nature and the freedom we have.”