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Il Creative Director Fergus Niland ci guida nell’identità contemporanea di Santini, e nella casa bergamasca del brand, fondata nella cultura ciclistica

Nel ciclismo, la maglia non è solo un indumento. È narrazione. Testamento. È corpo che diventa immagine. E immagine che diventa simbolo. Ed è tessuto che si fa geografia: della fatica, della gloria, della memoria. Nella cartografia emotiva del ciclismo moderno, Santini è da 60 anni un costante, nobile fil-rouge. 

Ma è nei suoi nuovi spazi bergamaschi, nella continuità delle sue radici, e della loro piena, seppur ancora radicalmente identitaria, contemporaneità, che questo brand rivela la propria essenza di atelier delle due ruote in costante evoluzione. Fondato a Lallio, per l’appunto provincia di Bergamo, nel lontano 1965, Santini pare intriso della stessa filosofia di un tempo: quella che portò Pietro, capostipite di una famiglia ancora oggi inestricabilmente legata, vuoi per passione viva, vuoi per una preziosa eredità storica, a fondare una vera e propria sartoria della velocità. 

Un laboratorio di identità sportiva che ha accompagnato, e spesso anticipato, l’evoluzione stessa del ciclismo, intesa sia in senso estetico, che di materiali. “Questa struttura esiste perché la famiglia Santini continua a gestirla con competenza e passione. Entrare in Santini vuol dire entrare nella cultura del ciclismo, e di un certo territorio d’Italia. È una scelta di valore.” Guida questo ‘tour’ (termine tutt’altro che casuale), Fergus Niland, Direttore Creativo cresciuto pedalando nelle ampie e verdi valli irlandesi, per poi trovare la propria piena vocazione in una zona d’Italia dove le due ruote sono sinonimo di cultura. 

“L’anima del ciclismo rimane nelle gare”, riflette davanti ad una serie di pareti affrescate da Maglie Gialle, Maglie Iridate e Maglie Rosa: indumenti leggendari, nell’immaginario sportivo e non solo, oggi materia del suo impegno quotidiano. “Ogni maglia che esce dalla nostra produzione deve aggiungere qualcosa al racconto del ciclismo”, prosegue tra immagini di Eddy Merckx e mosaici di divise che mettono in relazione decenni, campioni e nazioni. 

In fondo, la storia è fatta di trame. Le stesse cucite, con fare artigianale, da uomini e donne bergamasche dai saperi antichi, applicati su macchinari all’avanguardia. “È una spinta extra per chi lavora qui sapere che i capi che produciamo finiscono addosso ai campioni di oggi. Sei dentro tutto, sei nel mezzo di tutto. A volte, perdi quasi la prospettiva, ma è proprio questo che ti fa capire quanto conti il lavoro di tutti. I nostri dipendenti sono orgogliosi quando osservano le nostre maglie sui podi più importanti…”. 

Una storia fatta di trame, dunque. Alcune risultano più visibili, iconiche, indimenticabili. Altre hanno un valore decisamente più intimo: come quelle scolpiti su corpi di scalatori in difficoltà, o come i fulmini cromatici indossati da donne crono contemporanee, o ancora, come i quadri pittorici che incorniciano il lavoro di gregari silenziosi, patrimonio immutabile dello sport del popolo per eccellenza. 

Perché se Santini è sinonimo di alto agonismo, non è solo per la sua vicinanza a coppe e allori. È per come ha saputo, nel tempo, unire la tecnologia alla narrazione, l’innovazione alla memoria, la sensibilità familiare allo stato dell’arte del ciclismo del presente, e del futuro. “Abbiamo tantissime storie che impreziosiscono l’identità Santini. Il nostro lavoro oggi è raccontarle, anche attraverso specifiche collezioni. Questo è il cuore, l’anima dell’azienda. Allo stesso tempo, il ciclismo è uno sport spinge sempre al limite. Se non innovi, sei fuori. Anche da un punto di vista estetico. A volte mi chiedo: tra 60 anni, quale delle maglie che ho disegnato sarà quella che verrà ripescata e riproposta? Il passato ha un valore infinito, ma dobbiamo disegnare pensando anche a ciò che potrà durare, diventando iconico a propria volta”. 

Nel tempo dei loghi effimeri e delle collezioni usa-e-getta, la continuità di Santini pare un atto radicale, in grado di mettere in rima i design senza tempo de L’Eroica e la mitologia Mercatone Uno, collab con Brooklyn ed excursus in quello che fu il magico team Peugeot-Esso-Michelin, pionierismo sostenibile e filiere minuziosamente selezionate. “Abbiamo rivoluzionato l’apparel ciclistico lungo tutta la storia dell’azienda, è un qualcosa di insito nella nostra identità: non avremo le stesse dimensioni di nostri competitor, in termini di grandezza dell’azienda e quantità di personale, ma cerchiamo sempre di essere un passo avanti, grazie ad un’attenta selezione dei materiali. Con Polartec, per esempio, siamo stati tra i primi a introdurre tessuti senza PFC nel ciclismo”. 

Risiede qui, nel crocevia manifestato dal semplice ed efficace claim ‘We Are Cycling’, la scelta di mantenere vivo ed evolvere un linguaggio fatto di cuciture: l'arte di creare non solo abiti per pedalare, ma segni che resistano al tempo. Che fu. Che sarà. 

Idee e visioni che, manco a dirlo, in questo patrimonio italiano nascono sulla sella, “Non ho mai disegnato una maglia in ufficio. Le ho sempre disegnate in bicicletta. E testo sempre i prodotti personalmente”, spiega Fergus Niland, palesando prospettive che pedalano tra l’atto pratico e la dimensione più onirica, e creativa, di questa disciplina. È bellissimo vedere persone del mondo dell’arte che arrivano da noi, spinte dalla cultura e dall’estetica del brand. Credo e crediamo molto nel coinvolgerle, come abbiamo recentemente fatto con Luca di Maggio, che nei nostri spazi sta esponendo una serie di opere. Per noi essere parte del ciclismo vuol dire anche questo”. 

Se il ciclismo è davvero, come dicono, una delle ultime epiche visibili, allora Santini ne è l'instancabile scriba tessile: anche in un’epoca segnata da un approccio alle due ruote sempre più stratificato. “Il ciclismo oggi è un modo per andare oltre, per avvicinarsi a una cultura, a un tempo lento, a un modo diverso d’intendere la vita, alla sua condivisione. Contemporaneamente, resta uno sport seguitissimo. Incidere sui suoi apici garantisce una continua riconoscibilità al brand, specie grazie alle gesta di alcuni dei campioni attuali. Per questo, vogliamo sempre più concentrarci su ciò che rende Santini unico. Dobbiamo continuare a creare cose davvero nostre, come abbiamo sempre fatto". 

Ogni maglia può essere una storia, dicevamo. Basta saperla cucire. Come nel corposo, e ancora incompiuto, romanzo di un brand che da 60 anni continua a raccontare, ed essere raccontato, dal ciclismo.