Entriamo nel mondo tanto sospeso nel tempo e nello spazio, quanto profondo per messaggi e significati di questo duo artistico connesso all’immaginario sportivo
Quando l’arte contemporanea incontra la sua musa sportiva, nascono prospettive e interpretazioni tra le più varie. Nel caso di Luke George e Daniel Kok, l’immaginario sportivo diventa un linguaggio: un’estensione naturale di una visione artistica plasmata da un movimento fisico e sociale, ispirata alla danza e al corpo, e trasformata – nella serie ‘Still Lives’ – in una sorta di estasi visiva attraverso la pratica del bondage.
Tensione e calma. Caos e controllo. Un rischio condiviso, calcolato, che si fa messaggio e significato. In questa conversazione, esploriamo l’atipica ed affascinante filosofia creativa di questo duo artistico, grazie alle loro parole e riflessioni dirette.
Partiamo dalle vostre origini. Provenite da luoghi molto diversi, sia geograficamente che culturalmente. Ci raccontate dove siete cresciuti, come vi siete avvicinati al mondo dell’arte, e se lo sport ha avuto un ruolo nella vostra infanzia o adolescenza?
Luke George: “Sono cresciuto in Tasmania, in luoghi remoti circondati da montagne e foreste, e poi in piccoli paesi. La Tasmania è un’isola con una popolazione ridotta, e non è stato semplice crescere lì come giovane persona queer. L’arte per me è diventata un rifugio: un modo per conoscermi, per sentirmi al sicuro, e per entrare in contatto con qualcosa di più grande. Era uno stimolo, una curiosità, ma anche un ponte verso il mondo fuori dall’isola.
In famiglia tutti erano super sportivi. Mio padre giocava a rugby, poi è diventato allenatore di rugby e calcio. I miei fratelli giocavano a football australiano, cricket... Un po’ di tutto. E ci sapevano fare. Io no. L’ambiente sportivo mi spaventava, era iper-maschile, non mi ci riconoscevo. Però lo sport mi affascinava. Ci ho provato tante volte. Una volta mio padre ha allenato la mia squadra di calcio… Fu un disastro! (ride ndr) Anche mia madre era molto atletica—insegnava aerobica e lavorava in palestra. Insomma, in casa nostra si respirava sport: giornali, riviste, fotografie ovunque.”
Daniel Kok: “È curioso, perché nel mio caso è quasi l’opposto. In famiglia, a Singapore, nessuno era interessato allo sport. Né i miei genitori, né i miei fratelli, né i cugini. Ma io non ho mai vissuto l’ambiente sportivo come qualcosa di ostile, nemmeno come uomo gay. Mi piaceva correre, giocare, amavo il movimento. Ho imparato da solo a nuotare, ad andare in bici, a giocare a badminton. Da adolescente mi sono persino iscritto a una squadra di rugby. Per me non era questione di competizione, di puro piacere.
Come Luke, ero molto attratto dalla fotografia sportiva. Quando ho iniziato a studiare arte seriamente, mi affascinava disegnare corpi in movimento. Quelle immagini erano piene di energia. Mi interessava anche la scultura classica, soprattutto le statue rinascimentali. Trovavo delle somiglianze tra le pose contrapposte delle sculture antiche e dei corpi ritratti nelle foto sportive. Anni dopo, da insegnante, ho usato quelle stesse immagini per far disegnare i miei studenti: sono riferimenti incredibilmente preziosi.”


Quando avete capito che l’arte poteva essere più di una passione? Qual è stato il momento in cui avete realizzato che questo mondo potesse diventare il vostro lavoro o, comunque, potesse essere centrale nella vostra vita?
Daniel Kok: “In realtà è stato un processo graduale. Vengo da una famiglia della working class, dove non c’era un vero accesso al mondo dell’arte, né una comprensione di cosa fosse. Nessuno mi ha mai scoraggiato, ma nemmeno sapevano come potesse funzionare una carriera in quel campo.
Il mio primo contatto è stato la pop culture: i video musicali mi mandavano fuori di testa. Poi a scuola ho scelto arte come materia opzionale. Andavo bene, quindi mi sono detto: “magari potrei diventare insegnante d’arte”. Da lì, passo dopo passo, ho capito che la mia vera passione era la danza. E così, ho iniziato a costruirmi un percorso nella coreografia.”
Luke George: “Anche per me è sempre stata la danza. Mi interessavano tante forme artistiche, ma la danza aveva qualcosa in più: qualcosa di fisico, viscerale. Mi intrigava l’astrazione del movimento, il modo in cui le persone si connettono attraverso i corpi. Il teatro non mi appassionava molto, e non ero un grande artista visivo. Ballare insieme agli altri, però… Mi catturava.
In Tasmania ero in un gruppo giovanile che creava spettacoli di danza e li metteva in scena in vecchie fabbriche, magazzini, perfino nei boschi. Sono i ricordi più vivi che ho—danzare in spazi selvaggi, naturali o industriali. Dopo qualche anno sono diventato performer professionista e ho girato il mondo con varie compagnie. Poi ho iniziato a dedicarmi alla coreografia—ed è stato più o meno in quel periodo che ho conosciuto Daniel.”
Quando ho visto alcune delle vostre composizioni per la serie ‘Still Lives’ — popolate di climber, giocatori di football australiani, ciclisti… — sono rimasto colpito da quanto fortemente questi corpi e gesti atletici vengano completamente ricontestualizzati. Che significato hanno oggi per voi queste discipline sportive, e perché le avete inserite nella vostra arte?
Daniel Kok: “La prima cosa che mi viene in mente è che lo sport possiede una risonanza culturale enorme, quasi universale. Parla all’immaginario collettivo in un modo che l’arte, spesso, non riesce a fare—almeno non con la stessa portata ed efficacia. È una delle poche forme culturali che riesce davvero a unire le persone: oltre i confini, le classi sociali, le differenze.
Fin dall’inizio della serie ‘Still Lives’, ci è sembrato naturale creare un ponte tra sport e arte. Ma non siamo partiti dallo sport. I nostri primi pensieri riguardavano il tempo, lo spazio, e il potenziale dell’immagine stessa. Poi, quando abbiamo iniziato a lavorare al progetto a Melbourne, ci siamo resi conto che stavamo toccando qualcosa di molto più ampio del solo mondo artistico.
Lo spazio performativo è diventato un luogo d’incontro tra mondi diversi. In platea trovavi tifosi di football australiano seduti accanto ad appassionati d’arte, o persone interessate alla performance o al bondage. All’inizio magari si guardavano con sospetto. Ma alla fine avevano vissuto tutti la stessa esperienza. Quella riconoscibilità condivisa è stata potentissima. Ed è proprio quella sensazione che continuiamo a cercare”
Luke George: “Non avevamo deciso di ‘fare una serie sullo sport’. Ma ricordo che Daniel, all’inizio, lanciò quasi per gioco quest’idea: lavorare con il gesto atletico, con la fisicità e l’estetica dello sport. La reazione è stata sorprendente. Tanti artisti hanno provato a colmare il divario tra arte e sport, ma stavolta anche i media mainstream si sono interessati al progetto. Hanno rilanciato le nostre immagini e ci hanno fatto arrivare a un pubblico ben oltre i confini consueti del mondo dell’arte.
Credo che questo non sia solo merito dell’elemento sportivo, ma anche del modo in cui usiamo il bondage—sia come materiale, sia come metafora. Non lo trattiamo in modo ironico o puramente erotico, ma come un mezzo per esplorare la relazione, la tensione, la vulnerabilità. Il gesto fisico del legare, del bloccare un movimento, si collega alla nostra pratica come artisti del corpo e dell’immagine. Ci permette di far convergere tutte le nostre sensibilità in qualcosa che è insieme estetico e culturale”



A proposito di bondage—le corde, la carica erotica, la materia, l’equilibrio, la paura—com’è diventato un elemento così centrale del vostro linguaggio visivo?
Daniel Kok: “In realtà è qualcosa su cui stiamo ancora riflettendo. ‘Still Lives’ è nata quasi come un esperimento immaginario. Ci avevano invitato a proporre un progetto, e io, un po’ per scherzo, lanciai l’idea: “E se trattassimo il bondage con la corda come un feticcio visivo?” Non solo in senso sessuale, ma ben più ampio. In fondo, tutto può essere feticizzato: una borsa, una scarpa, un’auto…
Così abbiamo iniziato a legare oggetti del desiderio—mobili di design, elettrodomestici, oggetti quotidiani. Poi sono arrivati i corpi. Corpi atletici. E lì tutto ha preso una piega naturale. Ricordo di aver proposto: “Perché non sospendere due atleti—magari giocatori di football australiano—nel momento di uno scontro?” Come se potessimo catturare l’istante dell’impatto, ma non in una fotografia: costruendolo lentamente, per ore, sospendendo i corpi nello spazio. Rallentando il tempo. Dilatandolo.
Ed è proprio in quella dilatazione che le cose si sono fatte interessanti. L’opera non parlava più solo dei due corpi legati, ma di ciò che quei corpi rappresentano: come li interpretiamo, come li proiettiamo, come costruiscono fantasie collettive.”
Luke George: “Non si tratta solo di feticismo sessuale. Parliamo anche di desiderio culturale. Gli atleti diventano spesso depositari delle passioni e delle speranze di intere comunità. È su quel desiderio condiviso che volevamo lavorare.
Quando abbiamo cominciato a presentare ‘Still Lives’—una performance dal vivo di due ore e mezza con pratiche di bondage—non eravamo sicuri di come il pubblico avrebbe reagito. È un processo lento, meditativo. Eppure le persone rimanevano, partecipavano emotivamente, si lasciavano coinvolgere.
E poi, nel momento finale—quando la composizione ricostruiva con precisione, quasi surreale, un’immagine sportiva congelata nel tempo—la platea esplodeva. La gente si alzava in piedi ed esultava, come allo stadio. Una sorta di estasi collettiva che raramente si vede nel mondo dell’arte. Ma lì… era reale”
Daniel Kok: “Esatto. Quello che all’inizio sembrava uno scherzo un po’ infantile—“e se legassimo degli atleti?”—si è trasformato in qualcosa di molto più profondo. Abbiamo capito che quei corpi sospesi non erano solo corpi, ma simboli: del desiderio, della sua proiezione, del mito culturale. Da quel momento in poi, lo sport è diventato un elemento chiave della serie ‘Still Lives’. Era inevitabile.
Come selezionate quale sport rappresentare in ciascun contesto? Prendiamo, ad esempio, il football australiano: è molto specifico, locale. Eppure il vostro lavoro punta chiaramente a un pubblico internazionale. Come decidete quale disciplina inserire in ogni nuova tappa del vostro progetto?
Luke George: “La cosa più importante da ricordare è che, per noi, ‘Still Lives’ non è solo sport. Prima ancora della fisicità o del corpo, parla del luogo. Quando lavoriamo con le corde, ci piace pensare che non stiamo legando solo una persona, ma anche un momento, una comunità, o perfino un paesaggio emotivo. Ci chiediamo sempre: cosa possiamo legare che rappresenti questo posto?
A Melbourne, la risposta era chiara: il football australiano. È parte integrante del tessuto culturale della città. Oggi è un fenomeno nazionale, certo, ma le sue origini, i club storici, i rituali ad esso annessi… Sono profondamente locali. Se vivi lì, non puoi ignorarlo. Anche se non segui lo sport, ti chiederanno comunque per che squadra tifi. È ovunque. Quindi sì, era naturale partire da lì. E lo stesso vale per ogni città dove andiamo: osserviamo, ascoltiamo, ci chiediamo quale sia il gesto, il simbolo o l’esperienza condivisa che, in un certo senso, tiene insieme quella comunità. A volte è uno sport. Ma non sempre”
Daniel Kok: “È vero, fuori dall’Australia pochissimi conoscono le regole del football australiano. Ma quando lo abbiamo presentato a Melbourne, la gente ha colto subito il significato profondo. Non era solo una partita. Era identità, comunità, appartenenza. Per questo ha funzionato così bene.
A Gent, in Belgio, abbiamo scelto il ciclismo—uno sport con un enorme peso simbolico, soprattutto nelle Fiandre. I locali hanno subito riconosciuto il riferimento, anche se per un pubblico internazionale poteva sembrare una scelta insolita. Parliamo sempre della stessa logica: in ogni luogo, cerchiamo ciò che incarna un desiderio collettivo”
Luke George: “A Auckland, in Nuova Zelanda, era chiaro: doveva essere il rugby. Ma abbiamo deciso di focalizzarci sul rugby femminile. E questa scelta ha aperto tantissime conversazioni importanti—visibilità, riconoscimento, parità nello sport.
Abbiamo collaborato con ex giocatrici della nazionale, anche ex capitane. Non era solo un omaggio allo sport, ma un’occasione per mettere in luce le tensioni e le storie spesso invisibili dentro la comunità. ‘Still Lives’ vuole fare anche questo: mostrare ciò che c’è già, ma che raramente viene messo a fuoco”
Guardando le vostre opere—non solo la serie ‘Still Lives’—emerge costantemente un gioco di dualismi: immobilità e movimento, equilibrio e tensione. Si percepisce anche una corrente sotterranea, a tratti sottile ma persistente, di riflessione politica e sociale. Al di là dei temi specifici o della pura estetica, dove si colloca la vostra filosofia artistica, individuale e condivisa? Cosa volete trasmettere con la vostra arte?
Luke George: “Mi piace che tu abbia notato i dualismi, perché sono alla base del nostro modo di pensare. Ogni volta che viaggiamo o collaboriamo con persone diverse, incontriamo strati su strati di dinamiche sociali—rappresentazione, identità, discriminazione, inclusione.
Quando una persona viene legata in una delle nostre performance, non è mai un soggetto passivo. Siamo molto consapevoli delle immagini che creiamo e di come possano essere percepite—soprattutto da chi vede il bondage per la prima volta. Per questo lavoriamo con attenzione, rendendo il gesto qualcosa di collaborativo, persino tenero. Non è mai una questione di controllo. È una pratica di ascolto, visibilità, cura reciproca.
Cerchiamo sempre di mettere in primo piano le storie personali dei nostri collaboratori—attraverso video, installazioni, interviste. Il nostro obiettivo non è fare arte ‘politica’ nel senso didascalico del termine, ma creare uno spazio dove le tensioni sociali possano emergere in modo sensibile, attraverso il corpo, la forma e la relazione”
Daniel Kok: “Ci sono tanti dualismi in gioco. Prima di tutto, quello tra noi due. Siamo co-autori, sempre in dialogo. Questo si riflette in ogni progetto. Poi c’è il dualismo nel bondage tra chi lega e chi viene legato—chi ha il potere? Giochiamo spesso con questi ruoli, li ribaltiamo, li condividiamo.
E c’è anche il dualismo tra pubblico e privato. Molte delle vulnerabilità che normalmente teniamo nel privato, noi le portiamo in scena. È simile a ciò che vivono gli atleti: portano in campo i propri conflitti interiori, ma devono esibirsi come simboli di forza, identità, coerenza. Un altro dualismo è quello dello spettatore: guardare da soli o guardare insieme. Pensa agli stadi, alle chiese, alle piste da ballo—c’è un’enorme potenza nelle esperienze collettive. Modellano ciò che sentiamo, ciò in cui crediamo, persino il modo in cui ci muoviamo. Possiamo creare spazi che siano sicuri non come rifugio, ma come condizione per rischiare insieme. Questo è centrale nella nostra etica. Incontrarsi non è solo conforto—è possibilità di coraggio condiviso.
Io credo nella performance come atto politico. Non per ‘illustrare’ temi politici, ma come azione politica in sé. Una prova di convivenza. In un mondo sempre più frammentato, ci chiediamo: possiamo abitare uno spazio condiviso rispettando le differenze? Non per forza in accordo, ma in co-presenza? Ecco il tipo di politica che ci interessa: relazionale, viva”


Parlando di sinergia creativa—condividere spazio, tempo e pensiero con un’altra persona in un processo artistico… Com’è per voi quel flusso? Che tipo di emozioni attraversate quando create insieme?
Daniel Kok: “Ultimamente mi chiedo se non siamo diventati fin troppo armonici! Dopo undici anni di lavoro insieme, conosciamo a memoria i nostri ritmi. È un dono, certo, ma anche qualcosa da tenere sotto controllo.
Il lato bello? Non mi sento mai solo. Alcuni progetti recenti—come quello di Melbourne—non avrei potuto portarli avanti autonomamente. Mi avrebbero schiacciato. Ma con Luke è come passarsi la palla in campo. Sosteniamo insieme il peso, ci compensiamo. Non solo a livello pratico, ma anche emotivo. E questo rende tutto più umano”
Luke George: “Sì, è più di una semplice divisione del lavoro. È qualcosa che non si può quantificare. Abbiamo costruito un linguaggio creativo che esiste solo perché abbiamo pensato insieme per anni.
Daniel mi spinge a immaginare in modi che da solo non saprei approcciare. Anche quando non è fisicamente presente, sento la sua voce. Penso: “qui è dove mi punzecchierebbe” o “qui porrebbe di sicuro una domanda scomoda.” E questa è una forza. Siamo diventati l’uno il contrappunto necessario dell’altro.
E sì, i disaccordi esistono ancora, ma sono diventati più strategici. Abbiamo imparato a scegliere le nostre battaglie. Anche questo fa parte della crescita”
Daniel Kok: “Forse è proprio questo che la gente percepisce nei nostri lavori: la prova che la cooperazione è ancora possibile. In un mondo così polarizzato e polarizzante, è raro vedere persone che si ascoltano davvero, che costruiscono qualcosa insieme, senza farsi dominare dall’ego.
Anche in scena lo sento. Non porto più da solo il peso del significato. So che l’opera è sostenuta collettivamente—da Luke, dai nostri collaboratori, dal pubblico. È una forma di autorialità condivisa, in tempo reale.
Dieci anni fa inseguivo la perfezione, il controllo. Oggi do valore a un’attenzione diffusa. A volte, mentre lego un nodo sul palco, capisco che basta quello. Non devo ‘performare’ in tutto. Essere presente è sufficiente”
Luke George: “C’è una specie di rilassamento consapevole nel sapere che non devi portare tutto sulle spalle. Che anche il pubblico fa parte della performance. Che chi crea con te sta sostenendo lo spazio insieme a te.
Ultimamente riflettiamo molto sull’invecchiamento—cosa significa continuare a esibirsi mentre il corpo cambia. È faticoso. La vita da artista non diventa più semplice, anzi... Sì, ora stiamo vivendo un buon momento, ma la domanda resta: “Riuscirò a farlo ancora a lungo?”.
Onestamente, credo che questa partnership sia uno dei motivi per cui possiamo proseguire. Non so se oggi sarei ancora un performer, se fossi da solo”
Daniel Kok: “E qui torniamo al corpo—e di nuovo allo sport. Non posso più allenarmi come prima. Devo pensare al riposo, all’alimentazione, ai movimenti. Il corpo, anche per l’arte, diventa qualcosa da curare in modo più consapevole.
Quando abbiamo incontrato due ciclisti campioni del mondo in Belgio, ci siamo resi conto che si ponevano domande simili: “come continuo?”, “come resto connesso a un corpo che non si muove più come una volta, ma che porta dentro di sé tanta conoscenza?”. È anche il nostro punto di vista. Artisti, atleti—viviamo domande simili, con linguaggi diversi”
Luke George: “È un continuo rinegoziare l’identità corporea. Come restare presenti, come restare in dialogo—non solo con gli altri, ma anche con se stessi”
L’arte contemporanea sta dialogando sempre di più con l’universo sportivo, portando avanti messaggi sociali, politici e ambientali. Eppure certi stereotipi o meccanismi culturali restano radicati negli spogliatoi, negli ambienti sportivi in generale. Cosa ne pensate?
Luke George: “Penso subito alle persone con cui abbiamo lavorato. Quando abbiamo iniziato il progetto sul football australiano, mi sono attivato tramite contatti nei club. Ho incontrato i presidenti, sono entrato negli spogliatoi, ho stretto un sacco di mani. Internamente, ho dovuto affrontare molte resistenze: quegli spazi maschili, ipercompetitivi, possono intimidire. Poi ho scoperto una cosa fondamentale: le persone erano curiose, gentili, davvero interessate a ciò che stavamo proponendo. Erano semplicemente… Esseri umani. C’era molto più terreno comune di quanto immaginassi.
Quando abbiamo iniziato a lavorare direttamente con gli atleti, è parso evidente che gli stereotipi fossero ancora presenti. Ma era altrettanto evidente che ogni atleta, nel quotidiano, si muove tra più identità: quella del club, quella del campo, quella pubblica. I giocatori di football con cui abbiamo collaborato erano spesso molto aperti, e questo ha reso il confronto più semplice”
Daniel Kok: “Aggiungo che è importante riconoscere una cosa: nell’AFL o nel ciclismo è rarissimo che qualcuno si dichiari LGBTQ+. La maggior parte delle persone nasconde la propria identità perché la cultura è ancora molto conservatrice. L’ho vissuto anch’io, nell’esercito a Singapore—le docce comuni, le battute volgari come forma di ‘appartenenza’… Tutto questo è un modo infantile di proteggersi.
Detto ciò, quando parliamo di queerness, cerchiamo di andare oltre gli stereotipi—sia quelli mediatici, sia quelli interni alla comunità queer, sia quelli del bondage estetico. Il queer non è un’estetica fissa. Non vogliamo semplicemente replicare o parodiare le rappresentazioni dell’uomo etero, del gay muscoloso o del corpo trans. Vogliamo mescolare i linguaggi, cercare nuove forme di rappresentazione, più ibride, più autentiche”

Credits
Luke George
Daniel Kok
Gianmarco Pacione
Photo Credits
Michiel Devijver & VIERNULVIER
Jo Caird
Special thanks to
for the tip.






