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Watchlist – Hustle

Adam Sandler e Juancho Hernangómez ci portano alla scoperta delle dinamiche NBA e delle connessioni umane nella nuova pellicola Netflix

È uscita in questi giorni la pellicola ‘Hustle’, una produzione Netflix che parla, che respira pallacanestro e che, contemporaneamente, utilizza le complesse dinamiche di scouting NBA per narrare qualcosa di ancora più enigmatico rispetto a statistiche, pick e prestazioni: le innumerevoli sfaccettature di ogni essere umano.

Icon Collection Juventus

Stanley Sugarman, interpretato da un ottimo Adam Sandler (notevole appassionato e praticante all’esterno dei set), funge da scout giramondo per i Philadelphia 76ers. Imbolsito e con una carriera cestistica tragicamente troncata alle spalle, questo marito e padre perennemente in tuta prova a coronare il proprio sogno di diventare assistente allenatore nella franchigia della Città dell’Amore Fraterno. La scalata però è costretta a fermarsi per l’improvvisa morte dello storico Presidente, suo grande estimatore, e Stanley è costretto a fronteggiare un’obbligata involuzione professionale, a tornare in Europa e a ricercare un talento che possa permettergli di tornare in auge nell’organigramma societario.

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Nell’oscura periferia spagnola, ormai privo di speranze, Stanley incontra casualmente Bo Cruz: un diamante grezzo fuori da qualsiasi radar cestistico, impegnato in una serie di ruvide ed esaltanti battaglie da playground. Quest’epifania che risulta, va detto, alquanto inverosimile, innesca un rapporto di profonda amicizia che porta Stanley a puntare tutto, patrimonio personale compreso, sulla potenziale carriera NBA di uno sconosciuto 22enne.

Sconosciuto di certo non è l’attore che interpreta Cruz, trattasi difatti di Juancho Hernangómez, splendido tiratore attualmente in forza agli Utah Jazz. Juancho ricalca in ‘Hustle’ le orme di tanti colleghi passati prima di lui sul grande schermo: uno su tutti Ray Allen, o meglio Jesus Shuttlesworth nel magico ‘He Got Game’, ipnotico romanzo visuale marchiato Spike Lee.

Anche il giocatore spagnolo non sfigura davanti alle telecamere, risultando convincente oltre ogni aspettativa: esito considerevole, soprattutto alla luce delle sue candide ammissioni, “Sono innamorato del basket, voglio solo giocare a basket. Quest’opportunità si è materializzata per la noia. Durante il lockdown ero a casa con mia sorella e con mio fratello (Willy, centro dei Pelicans), abbiamo messo il cellulare sul muro e ho provato a seguire lo script, improvvisando. Questo è stato il mio casting. Non ho mai sognato di fare l’attore, ma la produzione ha intravisto qualcosa in quel video, anche se non so bene cosa…”.

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Tra passati nebulosi, scatti d’ira, riferimenti a Rocky Balboa e promesse mai mantenute, Stanley e Bo provano così a farsi strada nell’intricato sottobosco NBA, scoprendo delusione dopo delusione, allenamento dopo allenamento, qualcosa in più dell’altro e creando una connessione intima, in cui la pallacanestro si tramuta in strumento per scandagliare le profondità e le debolezze altrui.

Le riflessioni trasversali inserite nella pellicola prodotta (anche) da LeBron James e girata da Jeremiah Zagar s’innestano in un tessuto cestistico incredibilmente dettagliato. L’accesso alle vere strutture dei Sixers, la Draft Combine, i riferimenti alle squadre europee (Real Madrid, Alba Berlino, Olympiacos per citarne alcune…), i volti noti di dirigenti/opinionisti e, soprattutto, la presenza di un infinito mosaico di stelle NBA sono tutti segni di una gustosa e soddisfacente autenticità ambientale.

Basta un elenco di nomi per comprendere quanta NBA sia stata raccolta in questo film: Moe Wagner, Boban Marjanovic, Matisse Thybulle, Tobias Harris, Kyle Lowry, Tyrese Maxey, Seth Curry, Jordan Clarkson, Aaron Gordon, Trae Young, Luka Doncic, Willy Hernangómez, Anthony Edwards, stesso e i più datati, ma leggendari Kenny Smith, Julius Erving, Doc Rivers, Allen Iverson, Charles Barkley, Dirk Nowitzki e Shaquille O’Neal Un’apoteosi cestistica che mai dà però l’impressione di corrompere la pellicola, di renderla caricaturale, delineando invece un’habitat credibile in cui si possono irradiare le improbabili gesta di Bo Cruz.

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Nel complesso ‘Hustle’ risulta essere un film godibile, sia per la qualità di scrittura, con la sceneggiatura di Taylor Materne capace di toccare alte corde emotive, sia per l’attenta analisi filmica dell’universo NBA che, per quanto ovviamente imprecisa e non documentaristica, ci consente comunque d’immergerci nello scintillante, esclusivo e durissimo gotha della pallacanestro mondiale, facendoci scoprire qualcosa in più riguardo le sue leggi, le sue dinamiche e i suoi protagonisti.

Credits

PH & VIDEO Netflix

Text by Gianmarco Pacione

 

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