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Walk on, Walk on

16 marzo 1977: Liverpool e St Etienne si affrontano nella gara di ritorno dei quarti di finale di Coppa dei Campioni. Quella fu la notte che consacrò Anfield Road al mito. Quarantadue anni dopo, l’impresa con il Barcellona ne ha scritto un nuovo capitolo.

Che notte! Scriviamo e negli occhi abbiamo ancora i giocatori del Liverpool schierati sotto la Kop a raccogliere il tributo della loro gente sulle note di You’ll never walk alone. Sequenza immortalata dalle lacrime di commozione di Milner.
Lacrime che sanno di vittoria churchelliana. A distanza di una settimana dall’impresa epica che ha sgretolato la supponenza un po’ barocca del Barcellona, abbiamo letto e sentito di tutto sul santuario di Anfield e la leggenda dei Reds.
Jurgen Klopp è un tedesco, ma sulla foce del Mersey è oggi più popolare di Sir Francis Drake; Messi e soci hanno fatto la stessa fine dell’Invincible Armada in una serata di maggio in cui l’emozione è stata così palpitante da bussarti alle vene.
It can happen only at Anfield scorre sui titoli di coda di una notte che magica lo è stata per davvero, perché la magia non è un fiore che cresce dappertutto, ma mette giù radici solo entro determinati recinti dove sa che sarà il mito ad annaffiarla. Un mito che dopo una lunga e paziente semina prese forma quarantadue anni fa: è la sera del 16 marzo del 1977 quando ad Anfield Liverpool e St Etienne si affrontano nella gara di ritorno dei quarti di finale di Coppa dei Campioni.

I francesi, sconfitti l’anno prima in finale a Glasgow dai panzer del Bayern Monaco, si sono imposti nella gara d’andata per 1-0 grazie a una rete di Bathenay. Talento e freschezza: il calcio effervescente espresso dai verdi di Robert Herbin rappresenta la Nouvelle Vague nell’Europa del pallone, quel Futbol Champagne il cui perlage impareremo ad apprezzare nei calici offerti dalla nazionale transalpina guidata da due Michel, Hidalgo in panchina e Platini in campo. Chiusa l’era Shankly, il Liverpool ha scelto la continuità ripartendo dal suo fedele assistente Bob Paisley; sono arrivati finora due titoli, il campionato e la Coppa Uefa a spese del Bruges del santone Ernst Happel. Paisley ha dato una nuova impronta alla squadra; dal kick and run, tradotto in palla lunga e pedalare, fatto di pressione costante e i consueti lunghi spioventi a cercare le torri in area, al passing game di un classico 4-4-2 il cui paradigma prevede però maggior circolazione della palla e ricerca della linea verticale (e allora Jurgen Klopp non poteva che finire lì): walk on, walk on cantano quelli della Kop. È quello il mantra del Liverpool di Paisley (e oggi di Klopp). La squadra è un impasto di tenacia britannica e talento: Ray Clemence tra i pali, Neal e Jones i terzini, Hughes e Smith i centrali, Callaghan, Case, McDermott e Kennedy a centrocampo; il tutto arricchito da due punte mobili e dai piedi buoni come Keegan e Heighway a spingere sull’avantreno. Una bellezza. Anfield è una bolgia e non c’è posto nemmeno per uno spillo; i tifosi transalpini son ben 5mila, ma sono sommersi dal fragore assordante del catino rosso: “Temevo cadesse il tetto” dirà più di qualcuno.

Pronti, via e il Liverpool passa con un tiro cross di Kevin Keegan che si trasforma in una maligna palombella. Niente tatticismi, lo scontro sul campo di battaglia è a viso aperto. Tutto secondo copione se inglesi e francesi si son fatti la guerra per cent’anni…! Il St Etienne non ci sta ma Rochetau e Revelli, imbeccati dal ragionier Santini, sbattono sulle manone di Ray Clemence. Si va al riposo, ma a inizio ripresa su Anfield scende il gelo, quando un missile terra-aria di Bathenay s’infila all’incrocio. “Allez le verts, allez le verts” cantano festanti i tifosi francesi. Adesso per il Liverpool si mette davvero male. Servono due gol, due maledetti gol. I Reds ballano un po’ sulle corde, ma quando Kennedy insacca il 2-1, ritrovano subito vigore e carica sotto la spinta incessante della Kop. Tutto gira, e ora tocca al St Etienne a stare inchiodato a piedi nudi sui carboni ardenti. Il Liverpool va a folate, midiciali, ma la diga verde regge l’urto nella polveriera di Anfield. A un quarto d’ora dal termine, Paisley si gioca la carta del dodicesimo, il brutto anatroccolo Fairclough. Capelli rossi, lentiggini, movenze sgraziate, ma un cuore grande così. Ancora non sa, che di lì a poco il suo nome passerà alla storia (come quello di Origi quarantadue anni dopo). Corre il minuto ’84 quando Kennedy scorge un corridoio nella retroguardia francese e imbuca proprio Fairclough che solo soletto davanti a Curkovic rimane freddo e lo trafigge.

L’urlo di Anfield è un tuono che apre uno squarcio nel cielo bigio di Liverpool. La Kop è un’onda oceanica, impressionante a tal punto, che per chi scrive, nonostante avesse allora appena undici anni, quel ricordo è un timbro che si porta ancora oggi nell’anima. Perché certi giorni, quelli che cambiano una storia, non te li puoi dimenticare.
Perché se una città ti ha dato i Fab Four e i Reds, non puoi che amarla.

Il Liverpool uscì da Anfield nel tripudio della folla impazzita e tra gli sportivi appalusi dei calciatori francesi, cui venne concesso l’onore delle armi; due mesi dopo Bob Paisley e i suoi ragazzi alzarono nel cielo di Roma la prima della storia del Liverpool Coppa dei Campioni nella finale contro il Borussia M’Gladbach, altra signoria degli anni settanta.
Correva il 1977: quarantadue anni dopo, la notte che ha annichilito il Barcellona ci ha scaldato il cuore come quando eravamo ragazzini e passavamo il tempo a sognare. È il magnetismo del calcio, un gioco che, quando vuole, sa ancora essere il più bello che c’è. Soprattutto se attorno al prato che lo ospita hai i magici gradini di Anfield Road.
Walk on, walk on…

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