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Vujadin Boškov, ‘Professore’ del calcio

6 anni fa ci lasciava il filosofo di Novi Sad. Un viaggiatore, uno psicologo, un maestro delle panchine

“Gli allenatori sono come i cantanti lirici. Sono molti e anche bravi, ma soltanto due o tre possono cantare alla Scala di Milano”

Entrare nella facile retorica è un errore in cui sono incorsi i più negli anni. L’aura di Vujadin Boškov è stata terreno di caccia per moderni sensazionalisti alla ricerca di battute forzate e storpiature dialettiche. Un’aura che, vittima inerme di questa incessante cuccagna mediatica, spesso ha fatto passare in secondo piano una vita profondamente dedicata al calcio, o meglio, alla conoscenza del calcio.

Se ne andava esattamente 6 anni fa il ‘Professore’, si spegneva nella sua amata Novi Sad. Una città a cui era stato legato dal destino nel lontano 1931. Nacque nel disperso nucleo abitativo di Begeč, affacciato sul sinuoso corpo del gigante Danubio.

Zone di commerci e migrazioni umane, zone di contatti e contaminazioni. Il piccolo Vujadin osservava i viaggiatori calciando palloni sulle spoglie rive della grande ‘Dunav’. Tra un palleggio e l’altro comprendeva che la sua vita sarebbe stata analoga a quelle figure senza confini e ancore. Sarebbe partito, avrebbe visto e parlato, l’avrebbe fatto grazie a quella sfera che gli rimbalzava tra i piedi.

“Io non ho mai tradito Vojvodina”

A pochi chilometri dal suo villaggio, Boškov raggiunse la prima meta: il Karađorđe Stadium, la maglia del Vojvodina. Un club che condusse da mediano prima, da allenatore poi, portando il popolo degli ‘Slaninari’ sul tetto della Jugoslavia, obbligando Stella Rossa e Partizan a chinare la testa nel 1966.

Per la Jugoslavia stessa s’immolò giocando, a partire dai 17 anni, 57 partite da titolare: perno fondamentale nei cosiddetti ‘Brasiliani d’Europa’. “Non sono mancato un minuto”, ripeteva ricordando quel periodo calcistico postbellico.

Vinse un argento olimpico a Helsinki ‘52, respingendo nel corso della manifestazione i rivali sovietici. Fu una vittoria sul campo e una vittoria per Tito, che ringraziò il condottiero ‘Vujke’ con un appezzamento di terra nei pressi di Novi Sad.

Boškov accettò senza ossequiosi ringraziamenti. Anzi, rifiutò trasferimenti nelle squadre di Belgrado, turbando il Regime. “Il calcio è il calcio, la politica è la politica”, fu il suo mantra in anni in cui risultava pericoloso anche solo esprimere privatamente un pensiero del genere.

Si mosse verso l’estero solo a 30 anni compiuti, come previsto dalla federazione jugoslava. Arrivò a Genova, sponda blucerchiata, per una stagione incolore figlia di un ginocchio traballante. Fu semplicemente un amore rimandato.

Il suo animo itinerante lo condusse in Svizzera prima, “Terra troppo ricca per fare calcio”, nella sua Novi Sad poi, da dove condusse anche la nazionale jugoslava. Dal 1974 ripartì il tour del ‘Professore’: Olanda (una coppa con l’ADO Den Haag), Spagna (campionato e coppa con il Real Madrid) e, finalmente, Italia.

Nel Bel Paese partì stranamente da Ascoli, affidandosi alle false promesse di Boniperti: un anno di purgatorio in vista di un’altra realtà bianconera, decisamente più blasonata. L’affare con la Juventus però non si concretizzò, pare per la nomea di allenatore-comunista non propriamente congeniale all’Avvocato Agnelli.

Poco male, Boškov ricominciò a passeggiare tra i carruggi dell’affascinante Genova. Città di mare, anche lei crocevia di commerci e migrazioni umane. Non poteva che esprimersi nel quartiere di Marassi la massima filosofia boskoviana. Per Vialli, Mancini e compagni fu psicologo e padre.

Un capolavoro di filosofia e chimica relazionale, una sinfonia impreziosita da una gamma straordinaria di aforismi traballanti, in equilibrio tra il machiavelliano pragmatismo e la genuina sparata da osteria. Si fece voler bene, Vujadin, come solo i grandi saggi dell’est sapevano fare.

“Per me era come un padre. È stato un maestro, un esempio, sul piano calcistico e anche sul piano umano, una di quelle persone che non vorresti mai lasciare e quando se ne vanno lasciano un vuoto incolmabile. Di sicuro non lo dimenticherò: insieme abbiamo condiviso diverse esperienze che porterò per sempre con me. Vujadin resterà una persona unica, inimitabile, una leggenda del calcio serbo e un mito per ogni sampdoriano”

Parole e lacrime di Siniša Mihajlović poco dopo la dipartita del ‘Professore’. Si è piegato solo all’Alzheimer, Vujadin Boškov, l’ha fatto dopo aver lanciato nel grande calcio Francesco Totti e aver chiuso la propria carriera sulla panchina della Jugoslavia.

Tra l’ultima partita governata nel 2001 e l’aprile del 2014, si era ritirato nella sua Novi Sad, dove tutto aveva avuto inizio. Uno sguardo al Danubio, uno al Vojvodina, qualche gita aerea nelle case comprate in giro per l’Europa.

Una malattia che toglieva ricordi come mattoni, uno per volta, divorando una vita intensa e multiforme. Una malattia che, però, non ha mai potuto oscurare la leggenda del ‘Professore’ dell’est. In fondo basta poco: le onde del grande ‘Dunav’, un affrettato viaggiatore e la propria valigia, un pallone che rimbalza tra i piedi di giovani serbi. Ecco Vujadin Boškov.

Gianmarco Pacione
27 aprile 2020

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