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Volare più in alto. Sara Simeoni

Elegante, raffinata, favolosa. La regina del salto in alto Azzurro

Voleva danzare Sara, e come darle torto. Con quel corpo longilineo, elegante, quelle leve lunghe lunghe, affascinanti trampoli maneggiati con grazia assoluta. Voleva danzare, dunque, pensava alla Scala e ai grandi teatri, pensava all’Arabesque, al Brisé e alle Glissades. Superò anche un provino, alla Scala, ma Milano non faceva per lei. Poi si accorse di amare un momento in particolare, tra un passo e l’altro, la sensazione delle scarpette da punta che abbandonavano il parquet per un salto, ‘en l’air’ diceva la sua maestra, ‘en l’air’, il luogo dove Sara Simeoni da Verona trovò veramente casa e la fece trovare a milioni d’italiani.

Rivoli Veronese è una zona di passaggio, uno snodo tra la Valpolicella dei vigneti, le dolci onde del Lago di Garda e quelle più frenetiche del fiume Adige. Nasce e cresce qui Sara, è una ragazza molto educata, capelli ricci e scuri, un sorriso raro e sincero. Inizia a saltare in alto quasi per caso, dopo essere stata omessa dal “ballo dei moretti” dell’Aida: quei 178 centimetri la fanno apparire troppo alta rispetto alle compagne di danza.

Comincia così la sua sfida all’asticella, i raffinati movimenti del ballo classico si traslano sulla pista, permettendole, appena 13enne, di essere la migliore d’Italia superando 135 centimetri. È il 1966. Sono anni primitivi, di transizione per il salto in alto. La piccola Sara torna spesso piena di lividi a casa, i materassi sono rigidi, le asticelle sembrano steli di pietra. Ma poco conta. A 17 anni è già primatista italiana con 171 centimetri superati.

2 anni dopo, nel 1972, Sara salta 1.85, arrivando sesta ai Giochi Olimpici di Monaco. Il popolo italiano capisce che è solo questione di tempo. Tempo che, nel mentre, l’aveva vista modificare l’approccio alla fase di volo, inevitabilmente influenzata da Fosbury e dalla sua ventata d’innovazione: dalla pancia si passa al dorso, dal Medioevo si passa al futuro della disciplina.

In questi anni di crescita sportiva e umana si lega a Erminio Azzaro, uomo salernitano dai baffi folti e dal corpo aitante. Anche lui è un altista, è un bronzo europeo, in rapido tempo diventerà amico, consigliere, fidanzato, allenatore e marito. Saltano insieme a Verona, leggenda vuole che lo facciano solo dopo gli allenamenti dell’Hellas. La tecnica ‘Fosbury’, però, è ancora un’incognita difficile da svelare, un mistero che Sara ed Erminio provano a risolvere pomeriggio dopo pomeriggio, salto dopo salto, ideando esercizi inconsueti, pioneristici.

Da Verona a Formia, dall’Hellas a Mennea. Fa i bagagli la Simeoni e si trasferisce nel territorio laziale. Qui incontra Pietro Mennea, la ‘Freccia del Sud’, con cui nasce un’amicizia sincera, un atleta d’altri tempi con cui s’instaura un sano duello a breve distanza, una comune ricerca della gloria sportiva. “Ci allenavamo insieme a Formia in solitudine e con pochi mezzi. Quando mi demoralizzavo guardavo dall’altra parte della corsia dove correva Pietro. Mi dava coraggio. Non ce lo siamo mai detto, ma credo che in quel deserto di tutto, senza parametri, senza aiuti, senza niente e con la paura di sbagliare, siamo stati di stimolo l’uno per l’altra”.

Il 1975 è l’anno della maturità, Sara ottiene un oro ai Giochi del Mediterraneo di Algeri e un argento alle Universiadi. L’anno seguente è argento olimpico a Montreal. Potrebbe bastare per un’eccellente carriera. Potrebbe, se solo Sara da Verona fosse un’atleta comune. L’appuntamento con la storia arriva nel 1978. Agli Europei di Praga la venticinquenne Simeoni decide semplicemente di volare in alto, anzi, più in alto. Pone l’asticella a 2.01, qualche passo lungo di caricamento, il corpo che si avvita, l’impatto con il materasso e le braccia al cielo. È la prima donna ad abbattere il muro dei 2 metri (la Ackermann un anno prima si era fermata proprio sui 200 cm). È record del mondo.

Un risultato storico che viene superato emotivamente, a suo dire, dall’oro olimpico arrivato a Mosca nel 1980. Nelle Olimpiadi sovietiche Sara è la favorita, è costretta a sopportare aspettative, pressioni, gli occhi di una nazione intera che, grazie ai suoi decolli aerei, si è scoperta amante del salto in alto. Ancora una volta i suoi capelli ricci superano l’asticella, il corpo si raggruppa e il materassone l’accoglie festante. Un sorriso candido, una gioia pura viene emanata dalle tante televisioni sintonizzate.

Sara attende l’ultimo salto di Urszula Kielan distesa a terra, a pochi metri dalla sua avversaria. Osserva l’errore, si alza composta e urla di gioia, senza perdere l’elegante cifra stilistica. Qualche lacrima, poi torna seduta, per non regalare la propria commozione a telecamere e pubblico. “L’ho vinta perché dovevo vincerla, ero la più forte, ma il fatto di doverla vincere mi ha provocato una crisi d’ansia durata quasi mezz’ora, prima della finale. Mi sentivo svenire, mi veniva da piangere, mi girava la testa. Poi è andato tutto a posto”, racconterà a Gianni Mura, aggiungendo che “Ho rappresentato l’Italia che lavora e quella che resiste. Che resiste lavorando e lavora resistendo”.

Dopo il 1980 Sara salterà e vincerà ancora, lambendo un altro oro olimpico a Los Angeles e chiudendo ad appena 33 anni con in cascina 1 oro olimpico e 2 argenti, 1 oro europeo, 4 ori europei indoor, 2 ori alle Universiadi e 2 ori ai Giochi del Mediterraneo, a cui vanno sommati 14 titoli italiani. Un monopolio silente, nobile.

Nonostante la sua ascendente popolarità, Sara non è mai diventata personaggio televisivo di spicco. Ha vissuto i suoi sforzi, i suoi sacrifici e i suoi successi lontano dal grande pubblico e dai paparazzi. “Io e Pietro lavoravamo lontano dai riflettori. Eravamo due atleti fuori moda. Lo siamo rimasti. Caparbi, sinceri, due che non si adeguano. Lui anche più di me. Siamo cresciuti in un mondo meno asettico, dove c’era più spazio per essere veri. Quando abbiamo smesso non ci hanno mai coinvolti nello sport. Troppo spigolosi, poco comunicativi”.

Oggi Sara Simeoni tocca il quindicesimo anno d’insegnamento alla Facoltà di Scienze Motorie di Chieti, nel suo territorio gardesano sostiene progetti sportivi con classi scolastiche di tutte le età. Suo figlio Roberto, classe ’87, è stato campione italiano juniores di salto in alto, poi si è dato alla carriera di allenatore, seguendo le orme del padre nella società presieduta proprio dalla Simeoni: la Libertas Valpolicella Lupatotina.

In silenzio, raffinata ed elegante. Oggi come un tempo. La leggenda di Sara Simeoni resterà uno di quei racconti da narrare sottovoce, rispettosamente, resterà una di quelle favole italiane da tramandare, di generazione in generazione, per tenere in vita l’eterno fuoco dell’atletica Azzurra.

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