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Voi non sapete chi è Dennis Rodman

Demoni e dolori, lacrime e sensibilità. Il ‘Verme’ del basket non è chi pensate. Non lo è mai stato

“Molte persone si chiedono come siano diventate loro stesse. Io me lo chiedo spesso”

È facile cadere nell’ipersemplificazione, nella narrativa facile quando si parla di Dennis Rodman. Il portamento istrionico, il seguito mediatico, la necessità di superare il limite sempre e comunque, spesso forzatamente, artificiosamente. 

Tutto fumo negli occhi, tutte esche per osservatori del superficiale, dell’inutile. Le verità del ‘Verme’ sono molteplici, ma non sono queste. Sono frasi ed emozioni nascoste, condizionanti, sono demoni eternamente presenti, insicurezze da camuffare agli occhi del mondo. 

Voi non sapete chi è Dennis Rodman. Non potete saperlo. 

Prima dei rimbalzi coreografici, prima della liaison con Madonna, prima di piercing e nottate estreme. Prima. Prima di tutto questo Dennis Rodman è un ragazzino texano fuori fuoco. Vive in un quartiere popolare di Dallas, in una casa di tirannia rosa, pesantemente condizionato dalle sorelle e dalla madre. Suo padre ha abbandonato la famiglia poco dopo la nascita dell’unico figlio maschio,  è finito nelle Filippine a dirigere un bar, a produrre un’altra trentina di figli.

Si veste da donna Dennis, lo fa di fronte allo specchio della propria camera. Lascia fare alle sorelle, permette loro di agghindare il suo corpo gracile, di disegnare le sue labbra carnose con il rossetto. Inizia a vivere e convivere con un’altra versione di sé stesso.

Nelle strade di Dallas non è conosciuto, anzi, lungo i suoi anni adolescenziali risulta essere una sorta di fantasma. Non si piace, non piace. Il giovane Dennis  è incastrato in un limbo di disinteresse generale, è un nulla, un essere umano senza direzioni e direttive, abbandonato ai margini di scenari scolastici e sociali.

Nello sport non eccelle, al contrario delle sorelle. La sua è una vita di lunghe solitudini e partite a pinball, flipper. Proprio questa passione genera il suo soprannome: ‘Worm’, il verme in costante movimento, abbracciato ai due lati del luminoso gioco da bar.

Viene tagliato dalla squadra di football dell’high school, nella squadra di basket non trova spazio: è gracile e fino ai 18 anni supera a malapena il metro e settantacinque. Gozzoviglia a lungo Dennis, disperso tra pensieri di un futuro senza certezze e di un presente anonimo, incolore.

Cerca un sorriso in chi gli sta a fianco, è l’unico obiettivo che s’impone, che insegue quasi disperatamente. Vuole essere accettato, vuole essere amato. Proprio per questo finisce in prigione: una nottata in cella, poco dopo il diploma. Ruba degli orologi da un negozio dell’aeroporto, dove lavora come tuttofare notturno. Viene sorpreso dalle telecamere presenti. Una volta tornato nel suo quartiere regala gli orologi ad amici, o presunti tali. La polizia aeroportuale fa decadere le accuse davanti alle prove della mancata vendita. 

In casa la madre non sopporta quel figlio privo d’interessi, privo d’interesse per la vita. Arriva così l’ultimatum, seguito dalla messa alla porta. Rodman inizia a vagabondare, disperso in un universo di assenza d’affetti e di stabilità.

“Dormivo a casa di gente che conoscevo, dormivo nei parchi, dormivo dietro un 24/7. Di giorno camminavo in giro, non sapevo cosa fare”

La natura, misteriosamente, regala quasi 25 centimetri a Rodman tra i 18 e i 20 anni. Il ‘Verme’ ricomincia a giocare basket, oasi a spicchi in una vita di turbolenze e negatività. Alla soglia dei 22 anni arriva l’interesse di uno sperduto college nel profondo Oklahoma. Rodman impacchetta il poco che ha e saluta Dallas, con l’intenzione di non rimetterci più piede, di non incontrare più sua madre.

Alla Southeastern Oklahoma State University esordisce con 24 punti e 19 rimbalzi. Il suo coach lo vede arrivare a fine partita e dirgli: “Spero di non averti deluso”. Ha bisogno di approvazione Rodman, un bisogno intenso, drammatico.

In un paesino di poco più di 720 abitanti incontra la sua prima, vera, famiglia. Sono i Rich, bianchi agricoltori locali. Stringe amicizia con il più giovane dei loro figli, un 13enne. Rodman è timido e introverso, riesce a confidarsi solo con quel ragazzino di dieci anni più giovane. Dormono insieme, giocano insieme, lavorano nella fattoria insieme.

È un modo per riconquistarsi l’adolescenza perduta, mai completamente vissuta. Un modo per sentirsi parte di qualcosa di vero, tangibile. Alla famiglia Rich Rodman arriva a chiedere l’adozione. In campo, nel frattempo, l’oasi diventa campo di battaglia. La pallacanestro è qualcosa di naturale nelle corde muscolari e mentali del ‘Verme’. Strappa rimbalzi voracemente, corre il campo come una gazzella. È una forza straripante, un cataclisma che si abbatte sul circuito collegiale, portandolo ad essere un All American.

“Quando mi hanno detto che sarei stato premiato come All American ho chiesto che cosa significasse. Non sapevo di cosa stessero parlando”

Rodman arriva a Detroit a 25 anni compiuti. Alla famiglia Pistons dà subito l’impressione di essere un dolce, innocente 15enne. “Era il classico che nei club ordinava un bicchiere di latte”, rivela John Salley. In Chuck Daley Rodman trova la figura paterna che mai si era palesata. A casa del coach trascorre Ringraziamento, Natale e feste di compleanno. Nei Bad Boys vede nascere un’alchimia magica, un’altra famiglia su cui fare affidamento, a cui dedicare la propria anima e il proprio corpo.

Sul parquet il ‘Verme’ rivela qualità imprevedibili. Ha un’energia senza fine, è uno spirito libero, gioca duro, vola tra le prime file alla ricerca di una palla recuperata, si fa amare dalla città dei motori e dai compagni. Il collettivo Pistons trascina Rodman in un periodo estatico, la fiducia percepita lo inebria, lo esalta.

A rimbalzo domina, studia le traiettorie dei palloni, in difesa prende sfondamenti e innalza mura invalicabili. “È il primo giocatore in grado di essere idolatrato pur non facendo canestro”, dicono di lui i media nazionali. Per lui il basket non è un business, il basket è questione di legami e fratellanza. Arriva a vincere due titoli NBA, al fianco del mentore Isiah Thomas. Ottiene anche il premio per il miglior difensore dell’anno: durante la conferenza stampa scoppia in lacrime.

Poi il crollo. Un crollo verticale e incontrollato. I Bad Boys si sciolgono, Chuck Daley si dimette. La depressione si appropria, sibilante, della mente di Dennis Rodman. L’11 febbraio 1993 viene ritrovato addormentato, all’interno del parcheggio del Palace, con un fucile puntato alla testa. Demoni e fantasmi, dolore e rabbia.

“Da quel punto in avanti la mia mentalità è cambiata in ‘Fuck the World’, fanculo il mondo’

Pochi mesi dopo si trasferisce a San Antonio, gli Spurs lo vogliono affiancare all’ammiraglio Robinson. Rodman arriva alla presentazione con i capelli tinti di giallo paglia, emulando il personaggio interpretato da Wesley Snipes in ‘Demolition Man’. Prende il microfono, urla “Sono qui per essere solido!” e lo lancia a terra.

Qualcosa sta cambiando, qualcosa è cambiato. In Texas Rodman inizia a calarsi in un vortice di esibizionismo forzato, di libertà assolute. Nasce il personaggio Rodman, nasce l’iconoclasta, il ribelle, la superstar che fa gola a Madonna.

Il ‘Verme’ si tinge i capelli, si traveste, confida a Sports Illustrated di nutrire fantasie gay, si associa profondamente alla comunità omosessuale. Alterna intenti nobili a parodie cartoonesche di un’attivista sociale. Inizia a bere, molto. Va alla deriva e lo spogliatoio Spurs non riesce a comprendere le vere necessità di quel ragazzo instabile, sempre più costruito. 

“La sua era diventata un’arte performativa più che un’arte sportiva”

La convivenza con David Robinson non funziona, Rodman prende tecnici, si fa espellere e sospendere. La sua irrequietezza viene riversata contro arbitri e avversari. Non può funzionare, non deve funzionare. Serve una nuova figura paterna, serve un nuovo contesto familiare.

I Bulls di Phil Jackson lo contattano poco dopo il ritorno in grande stile di MJ. Il maestro zen domanda a Rodman se gli vada bene entrare nell’organizzazione di Chicago. Rodman gli risponde che non gliene frega un cazzo. “Abbiamo un accordo allora”, chiosa il coach-profeta.

Rodman, dopo aver chiesto perdono a Scottie Pippen per il trattamento riservatogli negli anni precedenti, torna ad essere determinante, straripante. Sotto le plance raccoglie caterve di palloni, lo fa con stile e potenza impareggiabili. Nel triangolo winteriana dimostra di non essere solo un predatore, ma anche un cervello fine.

I 3 titoli in sequenza arrivano tra la reverenza portata a ‘His Airness’, idolatrato dal primo giorno di palestra, e ritmi di vita folli. I Bulls permettono a Rodman di vivere più di 20 ore al giorno, viverle pienamente. Nei bar di Chicago lo osservano bere dozzine di birre in una serata, 40 shots di jagermeister in poco più di un’ora. Le sue nottate finiscono accompagnate dal chiarore dell’alba. Poche ore dopo Rodman raggiunge il centro d’allenamento, scarpe in mano, pronto a versare fino all’ultima goccia di sudore. Non è umano, è un uomo speciale.

Il presunto egocentrismo rodmaniano raggiunge l’apice negli anni Bulls. Arriva a sposarsi da solo in occasione dell’uscita della propria autobiografia ‘Bad as I wanna be’. In molti sostengono che nel triennio ’96-’97-’98 il ‘Verme’ arrivi ad essere più popolare di MJ stesso. Poi si spengono le luci. Di nuovo.

Nell’intimo Rodman è spezzato, è un vaso rotto dai cocci dispersi chissà dove. Le parentesi in casa Lakers e Mavericks sono il manifesto di un uomo tornato ad essere senza bussola, senza direzioni e direttive.

“Non sono capace di amare”

Lo scenario familiare che tanto negativamente aveva segnato Rodman, viene riproposto da lui stesso. Snobba la prima figlia, nata ancora ai tempi di Detroit, snobba gli altri due figli nati a cavallo del 2000. L’amore è un enigma irrisolvibile per Rodman, un rompicapo che trova le giuste combinazioni solo in alcune apparizioni pubbliche. Interviste che mettono a nudo la sua sofferenza, le sue lacrime, la sua incapacità nel costruire un rapporto paterno reale, tangibile.

Piange Rodman. Lo fa spesso. Regala alle telecamere rimpianti e timori. Imbrigliato in un personaggio creato chissà come, in un riflesso di sé, voluto per compiacere il mondo esterno. C’è chi ironizza sul suo stato, chi deride i suoi discorsi deliranti in preda all’alcol, chi lo etichetta come relitto di un mondo pop ormai dimenticato.

Nel carosello relazionale e umano, il ‘Verme’ stringe un’amicizia con il dittatore Kim Jong-un. Un rapporto surreale, che vede l’ex 91 visitare Pyongyang più volte, vestendo i panni di autoproclamato diplomatico statunitense.

Rodman gioca anche un ruolo fondamentale nella liberazione di un priogioniero americano. A volte la realtà può superare la fantasia. 

Il suo discorso in occasione dell’ingresso nella Basketball Hall of Fame è un grido sincero, un’ammissione di colpevolezza. “Non sono stato un buon padre. Non sono stato un buon figlio”. Oggi Dennis Rodman sta provando a superare i suoi demoni, il suo passato: una battaglia vera, negli abissi della propria personalità. Sta provando a ricucire i rapporti con la madre e con i figli, sta provando a comprendere ed accettare il vero sé stesso.

Non ci è dato sapere se ci riuscirà, così come non ci è dato sapere chi sia, effettivamente, Dennis Rodman a 59 anni.

Quello che ci è dato sapere è che il ‘Verme’ è sempre stato più di un rimbalzo, più di un capello colorato, più di Madonna.

Dennis Rodman è sempre stato un uomo solo e vessato dal mondo esterno, un individuo dalle potenti e dolorose tempeste interori. Un essere umano come tutti noi. Più di tutti noi. 

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