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Vittorio Gassman: il pivot che divenne Mattatore

Lo Scudetto mancato, la Nazionale e le critiche. Vittorio Gassman era un grande cestista

“Vittorio Gassman delude, accecato ormai dalle luci della ribalta”

Si dice sia stata questa frase ruvida, comparsa sulla Gazzetta dello Sport, a segnare l’allontanamento dalla pallacanestro di uno dei più grandi interpreti della storia artistica italiana.

Era il 15 giugno 1942, era l’indomani dell’ultima gara del massimo campionato di basket italiano. La Parioli Roma, all’epoca denominata Bruno Mussolini Roma, aveva perso lo scontro al vertice contro la Reyer Venezia, consegnando ai lagunari il primo Scudetto della loro storia.

I romani si erano dovuti inchinare ai diretti concorrenti nello spettacolare scenario della Palestra Misericordia. Una bomboniera progettata e affrescata dal genio di Jacopo Sansovino, nel lontanissimo 1532.

Muri spessi, pennellate meravigliose, soffitto alto e clima torrido.

La Reyer ospitava le gare interne in un vero e proprio salone delle feste, un santuario inespugnabile. Quello della Misericordia risultava essere anche uno dei primi campi coperti del basket italiano.

Finì 33-28, tra tensioni e provocazioni. La Reyer concluse la gara con soli 4 uomini in campo dei 7 a referto (numero obbligatorio per quei tempi), resistendo agli assalti finali dei capitolini. Un’impresa che i giornali dell’epoca celebrarono senza, però, omettere le critiche per un giovane talento apparso fuori fuoco, quasi assente, con soli 3 punti a referto e un desolante 1/7 dalla lunetta.

Quel ragazzo, appena 19enne, era Vittorio Gassman.

189 centimetri e tanti muscoli, il corpo di Gassman era quello di un moderno cestista ante litteram. Aveva scoperto il basket nel suo Liceo Tasso, dove veniva chiamato ‘Gallinaccio’ per le lunghe leve inizialmente dinoccolate e imballate, difficili da mettere in moto in fase di sviluppo.

I fratelli Bruno e Vittorio Mussolini, primi figli maschi del Duce, lo tesserarono immediatamente nella Parioli Roma. Anche in loro si era presto insinuato il germe della passione cestistica: avevano prima giocato, poi si erano dedicati anima e corpo all’ambizioso progetto della società capitolina.

Il Gassman giocatore prese vita sulla terra battuta di via Antonelli, nei Parioli, culla dell’alta borghesia e dei gerarchi fascisti romani. In breve tempo passò dall’essere spaesato novizio a promessa scintillante del basket tricolore, fondando il proprio gioco sul granitico petto e sulla difficilmente pareggiabile stazza.

Già nel 1939, un 16enne Vittorio mulinava i gomiti nei palcoscenici della massima serie. Gassman si affidava all’impressionante intensità fisica e al cosiddetto tiro a una mano: soluzione balistica innovativa, ben distante dal consueto e pioneristico rilascio bimane.

Scalò le gerarchie nazionali, arrivando ad essere convocato dalla selezione universitaria: rappresentò l’Italia da titolare in svariate occasioni, prendendo parte anche ad una speciale tournée statunitense, dove gli studenti Azzurri affrontarono i ben più preparati (almeno cestisticamente) pari ruolo dei college a stelle e strisce.

A pochi canestri dalla chiamata della Nazionale assoluta, arrivò la guerra a mettere fine ai sogni cestistici di quello che, a distanza di poco tempo, sarebbe diventato il ‘Mattatore’ di teatri, tv e grandi schermi.

Un addio lampo e definitivo ai canestri, dovuto ad una serie di motivazioni concomitanti: la forzata pausa bellica, le critiche della carta stampata, i primi palchi calcati. La finale del 1942 vide dunque Gassman lottare per l’ultima volta sotto le plance.

“Se in quegli anni lo sport fosse stato veramente professionistico, difficilmente Vittorio avrebbe abbandonato la pallacanestro. Era superiore a tutti per passione e volontà”, disse a distanza di anni l’ex compagno di squadra Fulvio Ragnini.

“Il suo passato da cestista gli è stato utile in vario modo: l’ha travasato in alcune sue esperienze teatrali ed ha affrontato il suo mestiere come fosse una partita da vincere a tutti i costi. Sul tema aggiungerei anche un aneddoto: la precisione della mano gli permetteva sempre di lanciare una scarpa dalla platea e centrare il malcapitato attore oggetto dei suoi strali”, dichiarò il Professor Bosio, autore di un’accurata biografia gassmaniana.

Le performance attoriali di Gassman vennero profondamente influenzate dal passato a spicchi. Una connessione spesso sottocutanea, osservabile attentamente nell’utilizzo del corpo e nell’imponenza della gestualità.

Lo sport come scuola teatrale: quello di Gassman è solo uno degli svariati esempi di questo binomio storico e continuativo. Esther Williams, Johnny Weissmuller, lo stesso Carlo Pedersoli, sono solo alcuni degli atleti passati poi agli splendori di telecamere e grandi palcoscenici.

Gassman portò la pallacanestro anche nelle televisioni di tutta Italia, lo fece in maniera originale, vestendo i panni del dio supremo della Grecia antica.

25 febbraio 1959. Nello speciale del ‘Mattatore’ dedicato allo sport, Giove-Gassman viene ripreso in un Olimpo distante, barocco, intento a giocare a pallacanestro tra le nuvole. “È il suo hobby preferito”, dicono le dee impegnate a palleggiare al suo fianco, capeggiate da Giunone, “Mandate un bel cablogramma a quegli sbruffoni degli Harlem Globetrotter: che quando vogliono la paga, Giove è pronto!”, risponde un barbuto Gassman con la palla in mano.

Qui potete trovare la puntata completa.

Trascorsero gli anni, arrivò la fama insieme ai David di Donatello e ai Nastri d’Argento, ma Vittorio Gassman concedette sempre un vasto spicchio di cuore al suo primo amore, come testimonia un’intervista rilasciata a Trieste: “Io a Trieste ho ricordi cestistici molto importanti, citalo perché è la cosa più importante, viene prima di tutto. Ricordo la palestra della Ginnastica Triestina, mi sfugge la via dove fosse ubicata, storico teatro in cui venni a giocare due volte col Parioli, vincendo una volta e perdendo l’altra. Sempre alla Ginnastica Triestina esordii con la Nazionale maggiore, contro la Germania”.

Per Gassman il basket non fu quindi un banale passatempo, a confermarlo sono proprio queste parole. Fu semplicemente la cosa più importante, quella che venne prima di tutto.

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